• CRISI DA CORONAVIRUS

Nessun aiuto, né strategia, il governo affossa l'economia

La Commissione Europea prevede una "profonda recessione" per l'Italia, con un crollo del Pil del 9,5%, molto peggio della media Ue. Mentre Carlo Bonomi (Confindustria) protesta contro la totale assenza di strategia del governo Conte, che si limita a distribuire soldi a pioggia, ma non fa investimenti sulla ripartenza.

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Se qualcuno nel governo pensava che piovesse, ora si deve accorgere che è una grandinata di violenza senza precedenti. La situazione economica italiana è pesantissima, i provvedimenti reali presi finora (non quelli annunciati) sono pannicelli caldi, e se non si agisce immediatamente nella direzione giusta, il futuro sarà ancora più nero.

I fatti. La Commissione europea parla ufficialmente di una “profonda recessione” per l’Italia, con un’uscita prevista che sarà più lunga e dolorosa che per qualsiasi altro paese. Il PIL europeo è previsto quest’anno in calo del 7,7%, ma quello italiano del 9,5%, con una ripresa minima l’anno venturo (-6,5%).  Ci vorranno anni per tornare al livello pre-Covid, e se tenete presente che ancora non siamo tornati al livello pre-crisi del 2008, capite che il nostro Paese è e sarà nel pieno di un processo di impoverimento da fare paura.

D’altra parte già due giorni fa il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi era stato chiarissimo, quasi anticipando le parole della stessa Commissione: se il governo va avanti così “siamo di fronte all’esplosione di un’emergenza sociale tra settembre e ottobre”. E nelle ore successive tutti i responsabili delle categorie produttive hanno confermato le sue previsioni. Il giudizio è impietoso: “Reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, cassa ordinaria, straordinaria, in deroga... Il governo non sa pensare che a una distribuzione di soldi a pioggia”. Ma senza investimenti straordinari nel settore produttivo, e parliamo di investimenti, non di prestiti a breve affidati alle banche, che arrivano a fatica o non arrivano del tutto nei bilanci delle aziende, i soldi presto finiranno e non ci saranno più per nessuno. Non ci saranno soldi né per politiche assistenziali a favore dei più poveri, nè per rilanciare gli investimenti, unica strada per far stare in piedi il comparto produttivo in Italia. Paolo Agnelli, che rappresenta la manifattura è brutale: “Se il governo non si decide, non ci sarà nessuna ripartenza, sarà il collasso”.

E si badi bene, il grido del mondo produttivo non ha alcun secondo fine politico, non mira a disarcionare l’attuale governo per sostituirlo con un altro, non punta a sostituire Conte con Draghi, anche se in tanti sono convinti che l’ex presidente della BCE sarebbe l’unico a sapere bene come muoversi. È il grido di chi, giorno dopo giorno, si accorge di perdere terreno di fronte ai concorrenti internazionali, non vede ripartire la domanda e gli ordinativi, ed è terrorizzato dall’incertezza del futuro.
Di fronte a questo il governo che fa? Finora gli unici soldi realmente erogati sono i 400 milioni dati ai Comuni per i buoni spesa, più le garanzie (non soldi, garanzie) date alle banche perchè eroghino prestiti(!) alle aziende che danno affidamenti di poterli restituire.

Delle cifre reboanti di cui si parlava mesi fa non c’è più traccia, il decreto di aprile non sarà approvato neppure nella prima settimana di maggio, e gli scontri nel governo, invece di quietarsi, si infiammano. Il fatto è che nei provvedimenti già adottati come in quelli allo studio non si intravvede alcuna strategia economica né industriale. E questo significa che quando l’Europa deciderà di accorgersi che i suoi soldi li chiediamo non per far ripartire il sistema, ma per distribuirli a pioggia, chiuderà i rubinetti.

Che fare dunque? L’Europa può essere questa volta l’ancora di salvezza, se il governo dimostra di meritarsi la fiducia. Commissione e BCE si sono impegnate a immettere nel sistema produttivo europeo una cifra veramente considerevole, 750 miliardi di euro. Ma occorre tassativamente offrire garanzie di impegnare quei soldi per rilanciare il comparto produttivo, e dunque presentare piani industriali concreti, adeguati, dettagliati. Il governo non abbia paura di accettare il consiglio di chi l’impresa la maneggia e la guida tutti i giorni ( le aziende in Italia sono 4 milioni, questi imprenditori muoiono dalla voglia di riprendere a lavorare, non pretendono privilegi). E si confronti una buona volta seriamente con le opposizioni, che per esempio hanno presentato un piano di choc fiscale e poi di recupero che appare molto serio e credibile.
Possiamo ancora farcela. Ma dobbiamo fare presto, non perdiamo altro tempo.