Nel Testamento l’amore per Cristo, la Chiesa e i sacerdoti
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La gratitudine a Gesù, l’amore per Lui nella Chiesa e nei sacerdoti, la devozione per l’Eucaristia, la Regola indicata da Dio stesso, la povertà evangelica come forma di vita, il rifiuto dei privilegi: vediamo i punti principali del Testamento di san Francesco.
Il Testamento di san Francesco, composto pochi mesi prima della morte, si presenta come una luminosa professione di gratitudine: il santo vi riconosce, con sobria intensità, la misericordia con cui il Signore ha guidato e trasfigurato la sua esistenza. Rievoca gli anni giovanili ad Assisi, quando era chiamato princeps iuvenum: giovane brillante e affabile, economicamente agiato, amante della compagnia e del divertimento. In quel tempo il suo cuore era lontano da Dio e nutriva repulsione per coloro che la società relegava ai margini, come i lebbrosi.
Fu Cristo stesso – egli afferma – a condurlo sulla via della conversione. Prima la prigionia, a vent’anni, nella guerra tra Assisi e Perugia; poi, nel 1204, la malattia che lo colse nei pressi di Spoleto mentre tentava di raggiungere Gualtieri III di Brienne per unirsi alla crociata: due fratture decisive, che incrinarono i suoi sogni cavallereschi. Il padre lo costrinse allora a dedicarsi all’attività commerciale di famiglia. Ma a Roma Francesco donò parte dei beni ai poveri e, sulla via del ritorno, avvenne l’incontro che segnò la svolta: un lebbroso, nel cui volto egli riconobbe quello di Cristo. Scese da cavallo, lo abbracciò e sperimentò una metamorfosi interiore radicale. «Ciò che mi sembrava amaro – scrive – mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».
L’amore per Cristo nella Chiesa e nei sacerdoti
Fu ancora Cristo a infondere in Francesco una fede incrollabile nella Chiesa. Nel Testamento egli confessa: «Il Signore mi dette tale fede nelle chiese che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo».
Questa adesione semplice e radicale si estende ai sacerdoti, che Francesco ama e venera «a motivo del loro ordine», anche qualora dovessero perseguitarlo. Non vuole predicare «contro la loro volontà» e desidera «temerli, amarli e onorarli» come suoi signori, perché in essi riconosce il Figlio di Dio che continua ad agire nella storia attraverso il ministero sacramentale.
A distanza di oltre sei secoli, il santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, avrebbe espresso con accenti di ardente concretezza la stessa intuizione. Per lui il sacerdozio è un mistero che riguarda tutti, perché eleva l’uomo fino a Dio e lo rende strumento della sua misericordia. Il sacerdote, afferma, «tiene il posto di Dio» e, nell’assolvere i peccati, non dice semplicemente «Dio ti perdona», ma pronuncia l’«io ti assolvo» che rende presente l’autorità stessa di Cristo. La grandezza di tale ministero – osserva – potremo comprenderla pienamente solo in cielo; se la cogliessimo davvero sulla terra, «moriremmo d’amore». Il prete custodisce la chiave dei tesori celesti e li dischiude ai fedeli, soprattutto nel miracolo eucaristico: un prodigio, dice Vianney, più grande persino della risurrezione di un morto, perché trasforma il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue del Signore Gesù. La sua vita era interamente assorbita da questo amore per Cristo e per l’Eucaristia: «il suo presente e il suo avvenire», la sua unica gioia.
La devozione per il Corpo e il Sangue di Cristo
Per la stessa ragione Francesco ama e venera i sacerdoti: perché a loro Cristo ha affidato il potere di rimettere i peccati e di rendere presente, sull’altare, il suo Corpo e il suo Sangue. Nel Testamento egli afferma che nel mondo possiamo contemplare corporalmente Cristo solo nei santi misteri dell’Eucaristia, che devono essere onorati «sopra ogni cosa» e custoditi in luoghi degni.
Nulla, per Francesco, è più prezioso del Sacramento dell’altare: se gli accadesse di trovare il Corpo del Signore in condizioni indecorose, desidererebbe raccoglierlo con le proprie mani e collocarlo in un luogo conveniente, perché nulla offende tanto il suo amore quanto la mancanza di riverenza verso il mistero eucaristico.
La Regola indicata dall’Altissimo
Quando il Signore gli donò i primi compagni, Francesco comprese di non avere alcuna guida umana cui riferirsi: fu l’Altissimo stesso a mostrargli che la sua vita e quella dei frati doveva modellarsi «secondo la forma del santo Vangelo». Per questo fece redigere una Regola sobria e lineare, «con poche parole e con semplicità», che il Papa confermò.
Chi desiderava abbracciare questa forma di vita distribuiva ai poveri ogni bene posseduto e si accontentava di una sola tonaca, spesso rappezzata, del cingolo e delle brache. I frati chierici recitavano l’ufficio divino come gli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster. Tutti, senza distinzione, erano lieti di sostare nelle chiese e si consideravano «illetterati e sottomessi a tutti». Francesco stesso lavorava con le proprie mani e desiderava che ogni frate facesse altrettanto, scegliendo un lavoro onesto: non per guadagno, ma per dare buon esempio e per fuggire l’ozio.
La povertà evangelica come forma di vita
Quando il lavoro non garantiva alcuna ricompensa, i frati ricorrevano «alla mensa del Signore», chiedendo l’elemosina di porta in porta. Il Signore rivelò a Francesco anche il saluto che i frati dovevano portare nel mondo: «Il Signore ti dia la pace!».
Con altrettanta forza egli raccomanda di non accettare chiese, abitazioni o costruzioni che non siano conformi alla povertà evangelica promessa nella Regola. I frati devono abitarvi come «forestieri e pellegrini», senza appropriarsene, custodendo la libertà interiore che nasce dal non possedere nulla.
Il rifiuto dei privilegi
Tra le indicazioni più radicali del Testamento vi è il rifiuto assoluto dei privilegi. Francesco proibisce ai frati di chiedere lettere alla curia romana: non vanno chieste né per sé né per altri, né per una chiesa, né per un luogo, né per la predicazione, né per difendersi da persecuzioni. Se non vengono accolti, devono semplicemente spostarsi altrove e continuare a fare penitenza, confidando nella benedizione di Dio. La fraternità non deve mai difendersi con mezzi mondani, ma con la mitezza evangelica.
L’obbedienza come forma di libertà
Francesco afferma di voler obbedire al ministro generale e al guardiano che gli sarà assegnato, considerandosi «prigioniero nelle loro mani», senza andare oltre la loro volontà. Anche se semplice e infermo, desidera avere sempre con sé un chierico che gli reciti l’ufficio secondo la Regola.
Tutti i frati devono obbedire ai loro guardiani e recitare l’ufficio come prescritto. Chi rifiutasse di farlo, volesse modificarlo o non fosse cattolico, deve essere affidato al custode più vicino, che lo custodirà fino alla consegna al ministro. Quest’ultimo lo farà scortare fino al vescovo di Ostia, Ugolino dei Conti di Segni – futuro papa Gregorio IX – «signore, protettore e correttore» della fraternità.
«Non aggiungere e non togliere niente»: l’integrità della Regola
Francesco insiste con forza perché i frati non contrappongano al testo della Regola interpretazioni alternative o letture parallele. Ciò che egli consegna nel Testamento non è una nuova norma, ma un richiamo appassionato alla purezza originaria della vita evangelica: un memoriale, un’esortazione, un lascito spirituale che chiede di essere accolto con semplicità. Per questo il ministro generale e i responsabili della fraternità sono tenuti a custodire queste parole con fedeltà, senza modificarle né attenuarle, e a leggerle insieme alla Regola nei capitoli della comunità, affinché rimangano sempre davanti agli occhi e nel cuore dei frati.
Nessuno deve introdurre spiegazioni o commenti, dicendo «Così si devono intendere»: la Regola e il Testamento vanno compresi «con semplicità e senza commento» e osservati con opere sante fino alla fine. A chi vivrà secondo queste parole, Francesco promette la benedizione dell’Altissimo Padre, del Figlio diletto e dello Spirito Paraclito, insieme a quella di tutti i santi. E conclude confermando, «per quel poco che può», questa benedizione ai suoi frati.
