Se vince la Le Pen, ecco quale sarà il futuro della Francia nella Nato
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Scontata l’ineleggibilità, la leader della destra francese guarda già alle elezioni del 2027. Sul tavolo, la critica alla deriva ideologica di Bruxelles e un ritorno all’autonomia militare che spaventa gli alleati atlantici.
Martedì 7 luglio, la Corte d’appello di Parigi ha confermato la condanna di colpevolezza a carico di Marine Le Pen per appropriazione indebita di fondi pubblici, nel caso dei falsi impieghi all’Europarlamento. La pena è stata ridotta da 4 a 3 anni di carcere, di cui uno con l’obbligo del braccialetto elettronico.
L’aspetto politico più importante, però, verte sulla sua ineleggibilità. Il divieto di candidarsi è stato ridotto a 45 mesi, di cui 30 sospesi, e dunque 15 da scontare (il conteggio è iniziato dal mese di marzo). La conseguenza è che si potrà quindi candidare alle elezioni presidenziali di aprile 2027, come lei stessa ha dichiarato in diretta tv a TF1, il primo canale televisivo francese.
La figlia di Jean-Marie Le Pen, lo storico fondatore del Front National, parteciperà per la quarta volta alle elezioni presidenziali. Sia nel 2022 che nel 2017, il Rassemblement National da lei fondato era stato sconfitto al ballottaggio dall’attuale presidente Macron. Tuttavia, il partito ha visto costantemente aumentare i suoi consensi sia al primo che al secondo turno nel corso delle ultime due elezioni presidenziali. Gli ultimi sondaggi la danno in testa alle consultazioni del prossimo anno.
L’interrogativo principale che da qui ai prossimi mesi accenderà il clima già rovente d’Oltralpe concernerà il suo progetto per l’Europa e il ruolo che lei immagina per la Francia all’interno dell’Alleanza Atlantica. Su quest’ultimo punto, ricordiamo che durante le ultime elezioni presidenziali, Marine Le Pen era dell’idea che Parigi dovesse uscire dal Comando militare integrato della Nato, senza però rinunciare alle garanzie previste dall’art. 5 «riguardante la protezione reciproca tra i membri dell’Alleanza atlantica».
Idea non nuova in realtà, che si rifaceva direttamente all’azione intrapresa nel 1966 dall’allora presidente francese Charles de Gaulle. Occorre infatti ricordare che nel 1949 la Francia era stata tra i Paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica, ma il 7 marzo 1966 de Gaulle informò gli Stati Uniti – tramite lettera indirizzata all’allora presidente Lyndon B. Johnson – che la Francia non intendeva più far parte del Comando militare integrato della Nato, chiedendo inoltre che le truppe straniere presenti sul suolo francese si disponessero alla partenza.
Ma di cosa stiamo parlando concretamente? Il Comando militare integrato della Nato è la struttura permanente dell’Alleanza Atlantica che ha il compito di pianificare le operazioni e gestire le basi militari dell’Alleanza. Scegliere di non essere più parte della struttura di comando comporta l’indisponibilità a che le proprie forze armate siano poste sotto un comando sovranazionale; di conseguenza, il comando delle forze armate torna ad essere strategicamente diretto e controllato, in piena autonomia, dai vertici militari nazionali.
Nel 2009, l’allora presidente Sarkozy decise di cambiare orientamento, facendo rientrare la Francia all’interno del Comando militare integrato. Qualora Marine Le Pen confermasse la linea politica adottata nel 2022, l’Alleanza Atlantica si troverebbe potenzialmente esposta a nuove fibrillazioni al suo interno.
Ciò accade all’indomani del vertice Nato di Ankara, definito da analisti e osservatori un summit «storico». In Turchia i membri dell’Alleanza si sono infatti impegnati ad investire maggiori risorse nella difesa e ad ampliare le loro capacità militari-industriali, con l’obiettivo di accelerare la produzione di equipaggiamenti, ripristinare le scorte strategiche e velocizzare i tempi di approvvigionamento.
In altre parole, le dure accuse rivolte da Donald Trump agli alleati europei sembra stiano sortendo gli effetti sperati nell’ottica di costruire «un’Europa più forte in una NATO più forte», come si legge nella dichiarazione del vertice.
In questo scenario, le intenzioni di Marine Le Pen si rivelano cruciali per dare seguito al progetto di integrazione europea (anche a livello militare), oppure per orientarlo in un’altra direzione. Ad ogni modo, e soprattutto a prescindere dall’ascesa all’Eliseo di Marine Le Pen, difficilmente Parigi rinuncerà alla sua grandeur militare.
Soltanto pochi mesi fa, il 2 marzo, Macron aveva infatti proposto un piano di «deterrenza avanzata» (di cui abbiamo trattato su La Nuova Bussola), aperto ad altri partner europei; il tono di sfida, viste anche le dichiarazioni fatte in passato dall’inquilino dell’Eliseo, era apparso eloquente, ma non privo di velleità, a cui del resto il presidente francese ci ha abituato.
Marine Le Pen spaventa molto di più perché, nonostante l’opera di dédiabolisation (normalizzazione) attuata all’interno del Rassemblement, l’immagine pubblica rievoca la forza e la combattività del padre, senza dimenticare quel legame a doppio filo con la Russia.
Nel 2017, oltre 9 milioni di euro provenienti da una banca di Mosca e 10,6 milioni giunti da un’altra banca di Budapest affluirono nelle casse dell’allora Front National. La leader del Rassemblement ha sempre affermato che le banche francesi non furono disponibili a concedere dei prestiti, motivo per cui era necessario rivolgersi all’estero. Ancora oggi, a distanza di quasi dieci anni, l’ombra che insegue Marine Le Pen sono gli «interessi» squisitamente politici di quei prestiti, mai del tutto chiariti.
Ad ogni modo, i segnali di stanchezza dell’opinione pubblica per le sorti di una guerra sempre meno presente sulle prime pagine e in tv, come quella russo-ucraina, potrebbero far cadere nel dimenticatoio molti «enigmi» del passato. A spostare gli equilibri elettorali potrebbe essere invece il progetto politico sul futuro dell’Unione Europea. Non per un improvviso interesse verso il dibattito europeo in sé, ma per le sue ricadute concrete: un’Europa incapace di reggere il confronto con USA e Cina, e troppo spesso condizionata dall’ideologia, finisce inevitabilmente per pesare sulle tasche dei contribuenti e alimentare la frustrazione dei cittadini francesi.
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