Don Mazzi e la battaglia sbagliata sul carcere minorile
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Ieri le esequie di don Antonio Mazzi, prete di strada. Un lodevole impegno con i ragazzi, ma posizioni più che discutibili. Come l'eliminazione del carcere minorile.
Ieri si sono svolte le esequie di Don Antonio Mazzi, sacerdote fondatore della Comunità Exodus e volto noto di televisioni e radio, morto venerdì scorso all’età di 96 anni. Nonostante il suo assai lodevole impegno per i ragazzi difficili, rimangono però discutibili alcune sue posizioni, frutto di una concezione teologica dove la pastorale veniva prima della dottrina ed, anzi, spesso la dottrina non esisteva nemmeno più, sostituita da un principio di umana prossimità che poco ha a che vedere con la trascendenza connaturata alla virtù della carità cristiana.
Tra le idee censurabili, ne vogliamo isolare qui una: il carcere minorile dovrebbe essere eliminato. Una proposta che ricorreva spesso nei suoi discorsi e scritti. A tal proposito due anni fa intervenendo alla Cineteca MIC di Milano ebbe a dire: «Il carcere minorile va abolito così com’è. Il sistema della giustizia minorile deve invece essere pensato come un ‘pronto soccorso’ per i ragazzi che devono starci, al massimo, qualche ora e poi devono essere indirizzati in strutture rieducative organizzate in piccoli gruppi. E sia chiaro, i ragazzi non devono scontare nessuna punizione o pena, ma confrontarsi con i loro errori per cercare di capirli e ripartire da quella consapevolezza».
Questa proposta è figlia di una concezione progressista – tra l’altro abbastanza diffusa negli orientamenti giuridici dei Paesi del Nord Europa – dove la persona che infrange le regole non è quasi responsabile dei suoi errori. La delinquenza è frutto dei condizionamenti esterni. È la società che ha spinto i più fragili a commettere reati e, tra i più fragili, ovviamente ci sono i minorenni, ancor incapaci di avere un giudizio sulla realtà adeguato, ancora immaturi nel carattere, troppo facilmente condizionabili dalle circostanze. Dunque, se il minore è pressoché privo di responsabilità morale, la pena è ingiustificata e, a maggior ragione, la pena della detenzione. Il ragazzo per il fatto stesso di essere minorenne non dovrebbe essere imputabile. Colpevole invece sono le strutture sociali: la collettività, lo Stato, la famiglia, la Chiesa, la scuola, i media, i social, il branco, etc. La responsabilità non è mai individuale, ma sempre comune. La colpa è sempre di un altro, mai mia. È la visione deresponsabilizzante che soggiace al saggio Emilio di Rosseau dove l’individuo nasce buono, ma viene corrotto dalla società.
Ma un altro motivo, accanto a quello appena esposto, secondo cui il carcere dovrebbe essere abolito risiede nella parallela abolizione del concetto di metafisica nel diritto. La prima funzione della pena, da cui germinano tutte le altre è quella retributiva (cfr. M. Ronco, Il problema della pena, Giappichelli, 1996). Il reato ha deturpato il viso della giustizia e la pena è necessaria per restaurarlo, per riportarlo al suo primigenio splendore. Dunque, la funzione riparativa è, per così dire, quella più astratta eppure è quella più presente nella coscienza delle persone e che più le convince. Se una persona ne ammazza un’altra, chiunque considera giusto che finisca in carcere, anche se la persona morta non tornerà in vita, anche se il delinquente magari non si pentirà, anche se così facendo la collettività non ne avrà grande giovamento (eccetto per l’effetto positivo di aver allontanato dal consesso civile una persona pericolosa). Perciò, nonostante l’assenza di ricadute pragmaticamente proficue, tutti quanti giudichiamo giusto che il reo finisca dietro le sbarre.
Ma, nella prospettiva immanentista di Don Mazzi, il principio di concretezza ha il monopolio anche in ambito giuridico: il resto sono solo sottili argomentazioni filosofiche che nulla hanno a che vedere con i problemi reali dei ragazzi difficili. Non c’è alcun concetto di giustizia da riparare, ci sono solo le difficoltà di questi giovani. Ora se la funzione retributiva è solo flatus vocis è inutile pensare che il carcere sia adatto per questi ragazzi.
In realtà il carcere è pena necessaria per alcuni reati, anche qualora fossero commessi da minori. È strumento necessario se guardiamo alle tre finalità classiche della pena a cui si aggiunge una quarta per alcuni illeciti. In primo luogo, abbiamo la già ricordata funzione retributiva. Ogni delitto corrompe l’idea di giustizia. La pena soddisfa l’esigenza sia del colpevole, qualora la sua coscienza fosse retta, sia della collettività di veder riparato il torto commesso. Una sorta di risarcimento del danno in sede penale. Hai distrutto un bene di altissimo valore, paghi con una pena commisurata a tale valore: il carcere.
In secondo luogo, la pena esplica una funzione di deterrenza. La esplica in due modalità: nella previsione codicistica e nell’effettività della pena. Non si può infatti escludere che alcune persone siano dissuase dal compiere alcuni reati sia perché la normativa prevede il carcere sia, soprattutto, perché molte persone finiscono effettivamente dietro le sbarre per aver commesso quei reati. Nella prospettiva di Don Mazzi, essendo il ragazzo quasi determinato dai condizionamenti esterni ad agire in un certo modo, la funzione di deterrenza del carcere non avrebbe molto senso. Se una persona non è libera nel suo agire, la persuasione tramite la minaccia della pena è irragionevole.
Una terza funzione della pena è invece accolta da Don Mazzi, ma quest’ultimo sgancia la funzione dalla pena. Spieghiamoci meglio. La terza funzione a cui ci riferiamo è quella pedagogica-rieducativa. Tramite la sofferenza della pena – e se il reato è particolarmente grave la pena è quella della privazione della libertà – la persona riacquista quella quota di umanità persa con il reato. Più il reato è grave, più il vulnus alla propria dignità è profondo e più il farmaco per curare quella ferita dovrà essere pesante. La pena si chiama in tal modo perché è sofferenza e la sofferenza può avere una finalità espiatoria e quindi rieducativa, nel senso che la persona, in tal modo, comprende il proprio errore, se ne duole, prende le distanze da esso e tenta di cambiare. Don Mazzi voleva che i suoi ragazzi tornassero sulla retta via, ma non tramite la pena bensì grazie all’inserimento in strutture rieducative, ad esempio nelle comunità di recupero. La proposta riecheggia il modello socialista dove il nemico del popolo deve fare autocritica e così facendo apre il percorso per una rieducazione finalizzata unicamente al rientro nella società (ma in questi modelli eccome se si faceva ricorso al carcere). In tale prospettiva non c’era spazio per una rieducazione morale della persona, ma solo per una rieducazione sociale.
Una quarta funzione della pena, propria di alcuni reati, è quella di separare ed isolare il soggetto pericoloso dalla collettività: una funzione di contenimento della sua pericolosità a tutela della pace sociale. Don Mazzi, probabilmente, pensava che questa funzione potesse essere svolta con efficacia dalle comunità di rieducazione tramite la persuasione e non grazie a sbarre e porte chiuse a chiave. Ciò risponde sempre all’idea che il ragazzo è in fondo buono – privo addirittura di quel peccato originale che ci inclina sempre al male – e che rinchiuderlo in una prigione è controproducente.
Dunque, come diceva Don Mazzi, «i ragazzi non devono scontare nessuna punizione o pena», sia perché la funzione retributiva è una favoletta, sia perché la funzione dissuasiva è inutile per soggetti pressoché plagiati dalla società cattiva, sia perché la funzione rieducativa è più efficacemente sviluppata dalle comunità che riescono benissimo a rendere docili anche i ragazzi più intemperanti. Se la pena di per sé quindi è inutile, a maggior ragione lo è la pena detentiva.
Abbiamo quindi visto che i presupposti teorici da cui partiva don Mazzi sono in contraddizione con le tesi classiche della pena, tesi proprie del giusnaturalismo cattolico. Ciò detto, tenuta ferma la validità di queste tesi, le misure alternative alla detenzione, per alcuni reati e per alcuni soggetti, minori inclusi, sono altrettanto valide purché s’inseriscano armoniosamente con le funzioni della pena appena descritte. Ad esempio, se la situazione delle carceri è criminogena – ossia rende abitualmente criminale chi non lo è a causa del contatto prolungato con criminali di professione oppure offre nuove opportunità per delinquere appena usciti dal carcere – è consigliabile trovare altre soluzioni per il minore che gli permettano comunque di soddisfare le finalità di una pena giusta. Quindi la proposta di Don Mazzi di avviare percorsi di recupero alternativi per i ragazzi è valida, ma non obbliga all’eliminazione dell’istituzione carceraria minorile, bensì è integrativa. In parole povere, questi percorsi possono essere validi per alcuni, forse anche per molti, ma non per tutti. È dunque errato escludere per principio il carcere, anche per i minori.

