• QUANTA RETORICA

Myanmar: falsa democrazia che vieta il voto ai religiosi

Ormai il mito della paladina della democrazia birmana "coccolata" da Obama e dal mondo liberal si è infranto. Anche Aung San Suu Kyi è legata a Pechino e le minoranze subiscono gravi discriminazioni al punto che i membri degli ordini religiosi non possono votare. Ad alzare la voce è stato il cardinale Charles Maung Bo che le scorse elezioni aveva sperato nel cambiamento.

Nel Myanmar c’è un Ministro degli Affari Esteri e Consigliere dello Stato che può vantare nel curriculum un Premio Nobel per la pace vinto nel 1991. Eppure, nonostante la presenza ai vertici delle istituzioni di quella che a lungo è stata considerata un’eroina dei diritti umani, questo Paese del Sudest asiatico continua ad avere in Costituzione un articolo che impedisce il voto ai religiosi.

Nonostante la tanto sbandierata transizione dal regime militare al sistema democratico iniziata nel 2015, non hanno ancora trovato accoglimento gli appelli della comunità internazionale e dei network impegnati per la promozione di elezioni libere (come Anfrel) a rispettare i diritti fondamentali dei membri degli ordini religiosi. Nulla è ancora cambiato rispetto alla storica tornata elettorale di cinque anni fa, quella che diede la maggioranza parlamentare alla Lega Nazionale per la Democrazia a dispetto del partito appoggiato dalla giunta militare uscente.

All’articolo 392 della Costituzione nazionale, infatti, continua ad essere in vigore la disposizione che nega il diritto di voto ai membri di ordini religiosi. Una restrizione che nel report finale sulle elezioni birmane stilato dall’organizzazione non governativa “The Carter Center” veniva giudicata “incompatibile con il principio di suffragio universale e egualitario (…) sancito dall'articolo 25 dell'ICCPR”. Da tempo, ormai, il mito della paladina della democrazia birmana ‘coccolata’ da Obama e dal mondo liberal si è infranto contro una realtà che, nonostante la fine della dittatura militare, continua ad essere contrassegnata da gravi discriminazioni e persecuzioni ai danni delle minoranze. Al punto che Aung San Suu Kyi si è ritrovata nella paradossale situazione di dover rispondere di fronte alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, in qualità di rappresentante del suo governo, delle accuse di genocidio ed atrocità.

A fare le spese della politica discriminatoria del governo non c’è solo la minoranza musulmana dei Rohingya: sono tre milioni i cristiani che nel Myanmar vivono una condizione simile, come purtroppo dimostra la vicenda dei Kachin, dei Chin e dei Naga alle prese con le violenze dell’esercito e dei gruppi nazionalisti, oltre che con le complicazioni burocratiche di uno Stato che non riconosce a tutti pari diritti. Il caso dell’articolo 392 in vista delle elezioni nazionali di quest’anno rende bene l’idea di un processo di transizione verso la democrazia ancora ben lontano dall’essere completato.

Contro il divieto costituzionale in vigore per i religiosi si è alzata ieri la voce del cardinale Charles Maung Bo che in un appello scritto ha voluto sottolineare un paradosso: «Posso fare dichiarazioni e discorsi per incoraggiare i cittadini a votare, ma io stesso sono escluso dal voto». L'arcivescovo di Yangon ha evidenziato l’unicum della norma birmana, definendola «una disposizione estremamente insolita» dal momento che non è a conoscenza di un'altra «democrazia in cui questo sia necessario». Anche il salesiano, primo porporato della storia del Paese, sembra essere uno dei delusi dal processo di democratizzazione che Aung San Suu Kyi avrebbe dovuto avviare con la vittoria elettorale di cinque anni fa. Il cardinal Bo, infatti, non aveva fatto mancare il suo supporto pubblico al Premio Nobel per la Pace, indicandola come un esempio di totale identificazione con il popolo e criticando le sanzioni arrivate dalla comunità internazionale. Tuttavia, negli ultimi due anni si sono intensificati anche da parte sua gli appelli a mettere fine alla sistematica violazione dei diritti umani dei civili all’interno dei confini nazionali.

Il Presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche – che in tale veste ha condannato la dura repressione cinese delle proteste ad Hong Kong – si è più volte scagliato anche contro l’atteggiamento dei leader religiosi – probabilmente riferendosi a quelli buddisti – colpevoli di tacere sulle violenze e le persecuzioni subite dalle minoranze religiose ed etniche nel Myanmar. Occorre ricordare che la fine del regime militare non ha significato, come forse si aspettava Obama, il declino dell’asse privilegiato esistente tra Cina e Birmania: nonostante l’approdo al potere di Aung San Suu Kyi, infatti, l’influenza di Pechino non si è affatto arrestata e il mancato rispetto della libertà religiosa continua a rappresentare un ulteriore tratto che unisce i due Paesi "alleati".