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Missili nordcoreani, la paura e la sottovalutazione

Senso del pericolo e dell’inutilità sono i due umori prevalenti dopo l’ultimo test missilistico della Corea del Nord. Pericolo per gli Stati Uniti, che ora sono interamente sotto tiro. Inutilità è quella del classico balletto diplomatico: minacce che non possono essere mantenute, promesse negoziali che sono sempre fallite.

Kim Jong un ispeziona il nuovo missile

Senso del pericolo e dell’inutilità sono i due umori prevalenti dopo l’ultimo test missilistico della Corea del Nord. Pericolo perché la tecnologia balistica e nucleare della Corea del Nord sta facendo realmente balzi avanti e il suo futuro utilizzo è un’incognita per il mondo intero. Inutilità è quella del classico balletto diplomatico: minacce dagli Stati Uniti che chiunque sa che non avranno alcun seguito, inviti a tornare a sedersi attorno a un tavolo da parte di Russia e Cina quando tutti i negoziati sono sempre, regolarmente e miseramente, falliti.

Il balzo avanti nordcoreano c’è stato, prima di tutto. Mai come in questo caso, gli osservatori militari sono stati così concordi nel decretare il successo del lancio dell’ultimo missile balistico di Pyongyang. Dopo due mesi e mezzo di pausa, è decollato da un poligono nordcoreano un missile Hwasong-15, considerato il più grande finora costruito dall’industria bellica del “regno eremita”. Dopo un volo di quasi mille chilometri si è inabissato nelle acque del Pacifico occidentale, non lontano dal Giappone. Testati con successo tutti i suoi strumenti di volo, la stima sulla gittata del missile è di 13mila chilometri. Dunque potrebbe colpire l’intero territorio degli Stati Uniti. Il nuovo missile può essere dotato di una testata nucleare.

Il test è una risposta immediata alla crisi causata dalla diserzione di un militare nordcoreano nel Sud, riuscito a salvarsi per il rotto della cuffia. Gli Usa, in quella occasione, hanno denunciato la violazione dell’armistizio del 1953 (quello che pose fine alla Guerra di Corea) perché un soldato nordcoreano, fra gli inseguitori del defezionista, ha varcato il confine, anche solo per pochi secondi. La reazione politica statunitense, a lungo attesa, consiste nel reinserimento della Corea del Nord nella lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Tuttavia, come sempre quando si parla del programma nucleare e missilistico nordcoreano, le date e le dinamiche botta-e-risposta vanno prese con beneficio di inventario. Per preparare il lancio del nuovo missile balistico sono occorsi non giorni, ma settimane o anche mesi. Gli eventi esterni sono presi a pretesto, ma il programma di test missilistici procede comunque.

La risposta politica ispira, appunto, un gran senso di inutilità. Dopo due mesi e mezzo dall’applicazione delle ultime sanzioni economiche, votate anche dalla Cina, ci si aspettava uno stop delle provocazioni militari di Kim Jong-un. Ma a quanto pare era solo una piccola tregua in preparazione della fase successiva. Inevitabile, a questo punto, il sospetto che la Cina non abbia fatto le pressioni promesse su un alleato sempre più inquietante. Se non il sospetto che il regime comunista di Pechino stia usando “l’incontrollabilità” del suo partner orientale come arma di ricatto, per presentarsi poi come paciere in cambio di tante altre concessioni (sulle isole contese con il Giappone, Vietnam e Filippine, su Taiwan).

Da parte degli Usa giungono le ormai consuete minacce e le altrettanto consuete pressioni sulla Cina perché ponga un freno a Kim. Anche questa volta, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha rinnovato il monito: in caso di guerra, del regime nordcoreano non rimarrebbe pietra su pietra. Kim lo sa, ma rilancia. Perché sa anche che gli Usa non possono iniziare il conflitto. Comunque vada, una nuova guerra in Corea provocherebbe danni inaccettabili sia a Seul (l’area pià densamente popolata della penisola, tenuta sotto tiro dall’artiglieria del Nord) che nelle città giapponesi (tutte entro il raggio dei missili di Kim).

Da parte di Russia e Cina arriva una proposta diplomatica che è solo apparentemente più ragionevole. Anche ammesso (e non concesso) che Pechino sia in buona fede, i negoziati sono falliti sempre, senza eccezione. Non funzionano, per il semplice motivo che alla Corea del Nord non sono mai convenuti. Finora si basavano sulla logica di uno scambio concreto: cibo in cambio di denuclearizzazione. Se il Nord avesse accettato la denuclearizzazione, avrebbe ottenuto aiuti umanitari e la fine delle numerose sanzioni a cui è sottoposto.  Per ora le promesse di denuclearizzazione si sono dimostrate solo dei meri espedienti per guadagnare aiuti e tempo.

Per comprenderlo occorre entrare nella mente del regime nordcoreano, almeno prendere sul serio i suoi proclami ufficiali. L’atomica nordcoreana (e il missile capace di portarla sul suolo nemico) è vista niente meno che come un’assicurazione sulla vita. Completamente isolato, quest’ultimo residuo di marxismo-leninismo sa che, almeno in questa lunga fase storica, non potrà esportare la sua rivoluzione nel mondo. Incapace di trasformarsi, mira almeno alla sua sopravvivenza. Con l’atomica si sente immune da eventuali invasioni. Il problema è che l’atomica non ha mai garantito la sopravvivenza di alcun regime. L’Urss, che pure nel 1991 era la prima potenza nucleare del mondo, collassò per implosione, non perché invasa da un nemico esterno. I segni dell’implosione iniziano ad essere ben visibili, anche nel regime nordcoreano. Lo dimostrano le continue purghe di Kim Jong-un (insicurezza al potere), la fuga del militare (anche se l’uomo in uniforme è un “privilegiato” rispetto ai civili), il recupero in Giappone di due barconi con a bordo cittadini nordcoreani (in uno dei due sono stati trovati solo cadaveri). Sono tutti casi senza precedenti, sintomi di sfascio. In caso di collasso, il regime nordcoreano accetterebbe di farsi da parte? O prenderebbe in considerazione l’idea di usare l’atomica come ultima carta? Il momento della verità potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.