• PINEROLO

Messe sospese, Olivero pensi ai cristiani perseguitati

Nella sua lettera ai fedeli, monsignor Olivero ha citato le parole di un sacerdote per dire che la libertà di culto “non è un bene assoluto” e “ad ogni costo”. Il vescovo di Pinerolo desta scandalo, innanzitutto, tra i cristiani che in diverse parti del mondo si espongono al rischio mortale del jihad pur di partecipare alla Messa. Ricordiamo un esempio recente.

Nella sua lettera ai fedeli della diocesi di Pinerolo, in cui annuncia la sospensione delle Messe per 15 giorni, monsignor Derio Olivero cita, come esempio di saggezza, le parole di don Marco Gallo a proposito della libertà di culto: “Non è un bene assoluto - scrive Gallo - ma vive in equilibrio con una presenza evangelica nei territori e nei contesti. Soprattutto, per riportare alla questione liturgica, la libertà di culto non coincide con il culto pubblico ad ogni costo. Bisogna aver fiducia nella liturgia, che sa aspettare i tempi opportuni, trasformarsi in gesti ancor più discreti, in contatti differenti”. Subito dopo monsignor Olivero chiede scusa “alle persone sensibili che magari verranno scandalizzate da questa scelta”.

Più che chiedere scusa se la sua decisione crea scandalo “alle persone sensibili”, monsignor Olivero avrebbe dovuto pensare alla costernazione, se non lo scandalo, di tanti cristiani nell’apprendere che la libertà di culto in fondo “non è un bene assoluto” e soprattutto non coincide con il culto pubblico “ad ogni costo”.

Ci sono luoghi al mondo dove i fedeli per partecipare alla Messa accettano la sfida mortale del jihad ogni domenica, dove, pur di non perdere Messa, sacerdoti e fedeli si organizzano all’aperto in attesa di ricostruire la loro chiesa che qualcuno ha ridotto in macerie, dove si prega in casa, discretamente, e neanche questo basta a placare i vicini ostili. “Tribolati, ma non schiacciati” (il titolo del libro del 2012 in cui il giornalista Rodolfo Casadei ha raccolto storie di persecuzione, fede e speranza cristiana) in quei luoghi, dal Pakistan al Vietnam, dalla Nigeria all’Indonesia, milioni di fedeli sanno di essere perseguitati perché sono cristiani e perché vivono da cristiani nel senso più completo del termine e questo li rende coraggiosi, capaci di costruire e ricostruire, fattori attivi di pace e convivenza malgrado tutto, testimoni del Vangelo, forti abbastanza da non arrendersi, da non disperare, persino di vivere con serenità e gioia nonostante tutto e di mostrare carità verso i loro persecutori.

Se una chiesa viene distrutta, la ricostruiscono, se non gliela lasciano ricostruire usano magazzini, tettoie, tavoli da cucina come altari, sedie invece dei banchi, se rubano o sequestrano tutto quello che avevano raccolto per darlo ai bisognosi ricominciano a raccogliere cibo, vestiti, medicine. Vittime di attentati mentre pregano in chiesa, neanche allora rinunciano ad andare a Messa. Dispongono posti di blocco per impedire a macchine e motociclette cariche di esplosivo di avvicinarsi alla loro chiesa, si fanno perquisire uno per uno prima di entrare, per evitare che tra di loro si mescoli un attentatore suicida. Se succede lo stesso, chi sopravvive scappa, ma il giorno dopo torna a portare via le macerie, pulire, riparare i danni e la domenica dopo è di nuovo in chiesa, con i bambini vestiti a festa e ben pettinati pur sapendo che potrebbero non tornare più a casa.

C’è un esempio in particolare, forse dimenticato, che torna alla mente in questi giorni che vedono il mondo islamico insorgere di nuovo contro la Francia e l’Occidente cristiano a causa delle vignette satiriche, blasfeme, su Maometto e l’Islam della rivista Charlie Hebdo. Nel gennaio del 2015, dopo l’attentato jihadista alla redazione della rivista nel corso del quale hanno perso la vita 12 persone, i musulmani hanno organizzato in Africa e in Asia delle violente manifestazioni di protesta che in alcuni paesi hanno preso di mira anche le minoranze cristiane: tra questi il Niger, stato dell’Africa occidentale con una popolazione per l’80 per cento islamica. Un venerdì, dopo la preghiera, e nei giorni successivi migliaia di dimostranti hanno rivolto la loro collera contro i cristiani, dapprima a Zinder, la seconda più grande città del paese, poi in tutta la regione circostante e nella capitale Niamey. Al grido di “Allah akbar”, Dio è grande, hanno attaccato, saccheggiato e incendiato bar, ristoranti, alberghi e negozi di proprietà di cristiani. Poi è stata la volta delle chiese e degli edifici religiosi. In tutto il paese sono andate distrutte 45, forse 70 chiese e strutture religiose, compreso un orfanotrofio e una scuola, 10 cristiani sono stati uccisi, uno dei quali rinvenuto carbonizzato all’interno di una chiesa cattolica data alle fiamme, e 128 feriti.

Tornata la calma, i sacerdoti dell’arcidiocesi della capitale Niamey hanno partecipato a una cerimonia simbolica davanti alla statua della Vergine Maria danneggiata, ma non del tutto distrutta nel rogo della chiesa di Sant’Agostino. I vescovi nigerini hanno deciso di comune accordo di interrompere momentaneamente le attività sociali: scuole, centri sanitari, le opere caritatevoli e di sviluppo. Ma la domenica successiva i sacerdoti delle parrocchie colpite hanno celebrato la Messa pur senza i paramenti, andati perduti, in chiese riallestite sotto teloni, con sedie affittate e tavoli come altari. Molti fedeli hanno donato parte dei loro salari, tutti si sono resi disponibili per ripulire, liberare dalle macerie, rimediare ai danni e, appena possibile, ricostruire le chiese.

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