Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Romualdo a cura di Ermes Dovico
FIVET

Mamma a 63 anni, la tecnica asservita ai capricci degli adulti

Ascolta la versione audio dell'articolo

Il caso della sessantatreenne Flavia Alvaro: partorisce un bambino, figlio genetico di una coppia di giovani sportivi. Una pratica che richiama l’utero in affitto, ma con il bebè che resta alla gestante. Una vicenda emblematica dell’odierna decadenza occidentale.

Vita e bioetica 07_06_2024
fecondazione artificiale

I miracoli della tecnologia oggi sono spesso degli abissi in cui si spegne il lume della ragione. Dei prodigi al contrario. Lei si chiama Flavia Alvaro, anni 63. Ad ottobre 64. Vuole essere mamma anche se l’età è più vicina a quella dei nonni. Naturalmente il concepimento per vie naturali è escluso, anche perché – così si evince dalle cronache – pare che Flavia sia single. L’età e la sua singletudine le impediscono qualsiasi percorso di fecondazione artificiale sul suolo italiano. Vola dunque in Ucraina, in guerra con la Russia e con le leggi naturali che regolano la procreazione. C’è un primo tentativo che finisce in un aborto spontaneo a tre mesi. Flavia non demorde e ritorna a Kiev mentre infuria il conflitto. Dato che non si possono usare gli ovociti della ultrasessantenne Flavia, si commissionano gli embrioni ad una coppia di giovani sportivi: lui bagnino e lei maestra di nuoto. Ergo Sebastian, questo il nome del piccolo che è nato in Versilia l’altro giorno, non è geneticamente figlio di Flavia. Lei ha messo a disposizione l’utero. La pratica richiama dunque l’utero in affitto, con la sola differenza che poi il bebè non verrà tolto alla gestante. Dunque, Flavia crede di essere la madre di Sebastian, ma non lo è, almeno geneticamente.

Questa Fivet d’annata esaspera ancor di più alcune patologie connaturate alla pratica della fecondazione artificiale. La più manifesta è la seguente: questo gol alla decenza, segnato ben oltre i tempi di recupero, mette ben in evidenza che al centro di tali pratiche non c’è il bambino, ma l’adulto. Il primo, oltre a nascere orfano di padre, può essere sacrificato innumerevoli volte, tante quante servono per avere il bambino in braccio. Ricordiamo che, almeno in Italia, più del 90% degli embrioni prodotti muore. Il bambino è invece la soddisfazione dei capricci dell’adulto, che non vuole proprio saperne di crescere anche dopo i 60 anni. Il desiderio del figlio, se ostinato, diventa pretesa: costi quel che costi, anche l’anagrafe deve flettersi alla volontà procreativa di chi ha più primavere alle spalle di quante ne ha davanti a sé.

Ma la storia della signora Flavia ha anche sue peculiarità che esulano dall’ambito della provetta procreativa. Questa vicenda è l’iperbolico paradigma della natura sociale dell’Occidente. Eduard Limonov ha scritto un libro il cui titolo già dice tutto: Grande ospizio occidentale. L’Occidente è malato di giovanilismo che sa tanto invece di senescenza. L’Occidente sta morendo. L’ambientalismo, la teoria del gender, la cancel culture, la decrescita felice, l’abortismo costituzionalizzato sono tutti figli malati di una madre vecchia e decrepita. La para-cultura contemporanea, al pari della signora Flavia, non può che concepire artificialmente alcuni suoi assiomi, perché i suoi principi non hanno nulla di naturale, di consono all’ordine naturale. La storia di Flavia diventa allora simbolo perfetto della decadenza attuale, del senso di dissoluzione imperante e pervasivo, del disfacimento di costumi, idee e aneliti: una mamma-nonna che cerca di generare vita per autogenerarsi, per scampare al tempo che segna il destino di tutti, per tentare di sottrarsi alla parabola discendente su cui in primis l’Europa sta scivolando. Più che immorale, patetico.

Inoltre, questa vicenda applica alla perfezione la famosissima teoria di Bauman sulla liquidità della società attuale. Il confine tra uomo e donna è saltato, vedi la cosiddetta identità di genere, le religioni sono tutte uguali, un maschio può essere attratto sia da donne che da uomini. Parimenti l’età non è più un dato oggettivo, cristallizzato, definito, ma è anch’esso fluido. L’età diviene un fattore soggettivo, un percepito personalissimo. E dunque non si partorisce più solo da giovani, ma anche ad un passo dalla pensione, quasi che il figlio fosse il Tfr reclamato ad un’esistenza magra di soddisfazioni familiari. L’ha detto bene il generale Vannacci ai microfoni dell’Ansa: «Se c’è l’identità di genere, c’è anche l’identità d’età. Domani se mi sveglio e mi sento un ventenne mi devono cambiare la data di nascita sulla carta d’identità e magari vado in banca a chiedere un mutuo come se fossi un ventenne e non un cinquantacinquenne. […] Non conta quello che siamo, ma come ci percepiamo. […] Perché mi posso percepire di un sesso diverso, ma non di un’età diversa?».

Si mescolano le stagioni della vita, si frullano i desideri con gli anni nello shaker dell’individualismo, si scambiano le luci del tramonto per quelle dell’alba. Il tempo non solo si arresta, ma viene costretto ad ingranare la retromarcia e così le lancette dell’orologio girano in senso antiorario segnando un countdown al contrario che dura anni, decenni. Ma tutto questo è solo pirandellianamente finzione, mera illusione. Perché come un uomo che si crede donna rimane uomo, così la signora Flavia rimarrà una signora di 63 anni che ha dato alla luce un figlio non suo. Noi possiamo ingannarci, ma non possiamo ingannare la realtà.