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L'Ue si accorge della denatalità, ma ostacola chi la combatte

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Per la prima volta il Consiglio europeo invita la Commissione a presentare un pacchetto di strumenti per affrontare le sfide demografiche. Però è la stessa Europa che avversa le politiche pro natalità di Polonia e Ungheria. 

Famiglia 08_07_2023

Per la prima volta nelle conclusioni finali di Consiglio europeo c’è un cenno alla crisi demografica e alle politiche per la natalità. Vigileremo con prudenza e vedremo le proposte alla prossima riunione del 26-27 ottobre o del 14-15 dicembre. Si legge nel documento del 30 giugno, al paragrafo 18, che il Consiglio «invita la Commissione a presentare un pacchetto di strumenti per affrontare le sfide demografiche e in particolare il loro impatto sul vantaggio competitivo dell'Europa».  

Un passo importante che metterà alla prova le competenze di diversi Commissari europei, a partire dalla Vicepresidente e Commissari per la Democrazia e Demografia, creata del PPE Dubravka Šuica, sinora assolutamente disinteressata ad ogni iniziativa a favore delle politiche familiari e per la natalità.  

Ebbene con la decisione/invito del Consiglio europeo, molto probabilmente imposta dai paesi conservatori della Polonia ed dell’Ungheria che nel prossimo anno hanno inserito le politiche famigliari e quelle della natalità tra le priorità del loro semestre di presidenza, la Commissione è tenuta a elaborare strumenti adatti ad affrontare le sfide future ma che, allo stesso tempo, creino le condizioni oggi per favorire la natalità e ridurre i rischi di decrescita economica e di produzione industriale.  

Vedremo cosà sapranno elaborare Commissari di Bruxelles e valuteremo quali ricette, strumenti e risorse metteranno a disposizione dei paesi europei, tutti sottoposti ad un drammatico inverno demografico. Bene ricordare che tra i nostri competitori globali che vivono una drammatica crisi demografica, la Cina sta investendo miliardi di dollari e introducendo politiche e riforme vantaggiose e favorevoli sia la matrimonio stabile che alla natalità.  

Ricordava il The Economist nel numero del 1 giugno che «prima della fine di questo secolo…il numero di persone sul pianeta potrebbe ridursi per la prima volta dai tempi della peste nera. La causa principale non è l'aumento dei decessi, ma il crollo delle nascite. I 15 Paesi più grandi per PIL hanno tutti un tasso di fertilità inferiore al tasso di sostituzione. Questo include l'America e gran parte del mondo ricco, ma anche la Cina e l'India, nessuno dei quali è ricco, ma che insieme rappresentano più di un terzo della popolazione mondiale».  

In tutto ciò, l'Unione Europea è sull'orlo di un drammatico cambiamento demografico, le nuove proiezioni indicano un significativo calo della popolazione entro la fine del secolo. Infatti, le stime di Eurostat riportate da Euronews e pubblicate nell’aprile scorso, indicano che i paesi europei potrebbero subire una riduzione della popolazione del 6%, ovvero aver 27,3 milioni di persone entro il 2100. La piramide demografica europea del 2100 prevede una società in contrazione e in via di invecchiamento. La quota di bambini, giovani al di sotto dei 20 anni e persone in età lavorativa diminuirà, mentre cresceranno le persone di 65 anni o più che rappresenteranno il 32% della popolazione, rispetto al 21% del 2022.   

Tuttavia, in attesa della prossima presidenza di turno ungherese del Consiglio europeo (giugno-dicembre 2024) che ha già presentato proprio le politiche famigliari e per la natalità come una delle priorità del suo mandato, non possiamo che prendere atto della schizofrenia della Commissione Europea che, già nel 2021 era stata invitata dal Parlamento europeo ad affrontare con strumenti semplici e risorse adeguate i cambiamenti e la crisi demografica europea.  

Allora il Parlamento ricordava alla Commissione e agli Stati membri che «lo strumento per la ripresa e la resilienza fornirà un sostegno finanziario su larga scala per rendere le economie degli Stati membri più resilienti e meglio preparate per il futuro, e insiste sul fatto che gli Stati membri dovrebbero proporre, in linea con le loro circostanze specifiche, misure per affrontare il cambiamento demografico, in particolare nelle aree più vulnerabili, nei loro piani nazionali di ripresa e resilienza; ritiene che gli enti locali e regionali debbano essere attivamente coinvolti nell'elaborazione di tali piani, in quanto si tratta di un ambito di particolare importanza nella valutazione dei piani e, successivamente, nella loro gestione da parte degli Stati membri; ritiene che si debbano sviluppare sinergie tra la politica di coesione e i programmi UE di prossima generazione, in modo da garantire un approccio più completo alle sfide demografiche». 

Da allora il nulla. Ora però la Commissione ed i Commissari preposti devono presentare strumenti e soluzioni a favore della natalità, sconfiggendo la loro naturale ritrosia e sistematica critica contro i paesi che le politiche per la natalità e famiglia le attuano.  

Critiche che la Commissione ha ribadito nel suo Rapporto sullo stato di diritto presentato nei giorni scorsi, nel quale si mette nel mirino proprio la Polonia ed Ungheria. Paradossalmente, solo per fare un esempio recente, la richiesta della Commissione all’Ungheria di ridurre i benefici fiscali e gli sconti energetici per le famiglie con figli, respinta dal governo Orban, conferma l’ avversione di Bruxelles verso le politiche famigliari e pro natalità.  

Ciononostante, come ha rilevato il Presidente di Fafce (Federazione europea delle associazioni delle famiglia cattoliche), l’italiano Vincenzo Bassi, a commento delle conclusioni del Consiglio europeo: «Auspichiamo che la Commissione, nel suo ultimo anno di lavoro, offra strumenti concreti per sostenere Stati membri nel riconoscere il ruolo fondamentale della famiglia».  

L’Italia? Male da anni. Non stiamo usando i fondi del Pnrr per le politiche famigliari, gli indicatori del benessere dei giovani, ha dimostrato l’Istat ieri, «sono ai livelli più bassi in Europa» e nella classifica europea dei Neet siamo penultimi con 1.7 milioni di giovani che non studiano, non lavorano né, ovviamente pensano di metter su famiglia o aver figli.