a cura di Benedetta Frigerio
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Libero monsignor Chikwe, rapito in Nigeria a fine anno

Sono stati liberati in Nigeria il 1° gennaio monsignor Moses Chikwe, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Owerri, e il suo autista, rapiti il 27 dicembre mentre rientravano a casa dopo che il  presule aveva celebrato la messa in una parrocchia. Monsignor Chikwe è illeso sebbene provato dall’esperienza. Invece l’autista è stato ricoverato in ospedale per curare una ferita da arma da taglio. Nell’auto del vescovo rivenuta non lontano dalla curia erano stati trovati i suoi paramenti sacri e dei proiettili e questo aveva fatto temere il peggio. Il 29 dicembre poi era stata diffusa la notizia del rinvenimento del suo corpo senza vita, però prontamente smentita dalle autorità religiose della diocesi. Owerri è la capitale dello stato meridionale di Imo, fuori dalla portata del gruppo jihadista Boko Haram che agisce quasi solo nell’estremo nord est del paese. Si è quindi pensato, e sperato, che si trattasse di un sequestro a scopo di estorsione, che quasi sempre si risolve in pochi giorni con il pagamento di un riscatto. Il 22 novembre un altro sacerdote, padre Matthew Dajo, è stato rapito, e liberato il 2 dicembre, addirittura nella capitale federale Abuja, prelevato a casa sua, nella parrocchia di Sant’Antonio. Pochi  giorni dopo è toccato a padre Valentine Oluchukwu Ezeagu, rapito nello stato meridionale di Anambra il 15 dicembre e liberato il giorno successivo. “Il 99 per cento dei rapimenti a scopo di estorsione sono commessi da pastori Fulani – ha spiegato all’agenzia di stampa Fides Padre Patrick Alumuku, direttore della comunicazione dell’arcidiocesi di Abuja – ma è veramente inusuale che abbiano avuto il coraggio di effettuare un rapimento in una città come quella di Oweri a maggioranza cristiana”. Difatti il raggio d’azione dei gruppi armati Fulani sono gli stati della “middle belt”, la fascia centrale del paese. È dunque più probabile che a rapire monsignor Chikwe sia stata una delle tante bande criminali attive nel ricco sud dove i sequestri a scopo di estorsione, anche con la richiesta di somme relativamente modeste, sono frequenti e costringono le famiglie di ceto medio a munirsi di guardie armate e sistemi di sicurezza domestici. Sembra che in questo caso non sia stato pagato alcun riscatto e che il rilascio si debba a una operazione di polizia condotta da due squadre speciali: la Squadra di pronto intervento e l’Unità anti-sequestro.