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L'esercito resta senza addestramento

Varata dal Parlamento la riforma dello strumento militare: saranno tagliati 33 mila effettivi in 12 anni a vantaggio di investimenti in armamenti. Ma la decisione di continuare le missioni all'estero si scontra con i tagli per manutenzione e addestramento.

Il ministro Di Paola

Martedì la Camera ha dato il via libera al disegno di legge di delega che riforma lo strumento militare. I voti a favore sono stati 294, 25 i contrari (Radicali e Idv), 53 gli astenuti (la Lega) in un  provvedimento di razionalizzazione delle risorse militari messa a punto dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola che di fatto non potrà essere completato con i decreti attuativi a causa della caduta del governo Monti.
Il progetto prevede entro il 2024 il taglio di 33 mila militari e 10 mila dipendenti civili della Difesa portando lo strumento militare a 150 mila soldati più 20 mila civili dagli attuali 180 mila e 30 mila. Generali e ammiragli scenderanno da 511 a 310, i colonnelli caleranno da 2.600  a 1.566 mentre in cinque anni dovrebbero venire dismesse il 30 per cento delle basi e caserme oggi attive.

Una robusta cura dimagrante definita da Di Paola ”la sola possibile via da percorrere per continuare a disporre di Forze armate moderne, efficienti ed efficaci”. Del resto quasi tutti gli strumenti militari dei Paesi europei, incluse Gran Bretagna, Francia e Germania stanno riducendo gli organici a numeri più bassi di quelli attualmente in servizio in Italia pur disponendo questi Paesi di risorse finanziarie doppie o triple rispetto ai bilanci italiani. Per le forze armate Roma prevede di spendere nei prossimi 12 anni poco più di 14 miliardi di euro annui che salgono a 19 tenendo conto del bilancio dell’Arma dei carabinieri che però viene quasi del tutto impegnata per compiti di sicurezza interna. La riforma non prevede quindi tagli ulteriori a un bilancio che già rappresenta meno dell’1 per cento del Pil ma una ridistribuzione interna delle risorse recuperate con la riduzione degli organici.  

Oggi quasi il 70 per cento del bilancio viene assorbito dalle spese per il Personale, cioè dagli stipendi, lasciando il resto da dividere tra Investimenti (acquisizione di nuovi mezzi ed equipaggiamenti) ed Esercizio (manutenzione e gestione di mezzi e infrastrutture, carburante e addestramento). La riforma punta a equilibrare queste tre voci su percentuali intorno a 50, 25 e 25. Da qui le critiche del mondo pacifista che accusa il ministro (e il Parlamento che ha approvato) di volere meno soldati e più armi e di puntare soprattutto a dare commesse alle aziende del settore Difesa.

La riforma Di Paola è necessaria anche perché, come ha più volte ripetuto lo stesso ministro, l’attuale situazione compromette le capacità operative. Nella nota aggiuntiva al bilancio del 2013 si legge che “il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità”. Eppure il quasi miliardo di euro in più assegnato alla Difesa rispetto a quest’anno (20.93 contro 19,96 del 2012) vede aumentare di poco i costi del Personale (da 9,6 a 9,7 miliardi) nonostante una riduzione di 3 mila unità, un fortissimo incremento delle spese per gli investimenti (da 2,5 a 3,6 miliardi) e un’ulteriore riduzione dei fondi per l’Esercizio (già da anni ridotti al lumicino) che scendono da 1,5 a 1,3 miliardi.

La disponibilità di un miliardo in più, poco digeribile per l’opinione pubblica in un momento in cui la “spending review” chiude ospedali e servizi sociali, consentiva di ridistribuire meglio le risorse privilegiando e sostenendo anche le spese per l’addestramento dei reparti. Soprattutto ora che il Consiglio supremo di Difesa riunitosi al Quirinale ha “convenuto sull'esigenza che le forze armate italiane restino comunque pronte a fornire nuovi contributi ad interventi militari della Comunità Internazionale, qualora se ne evidenziasse la necessità''. Come si possono avere forze armate pronte per missioni oltremare tagliando i fondi per l’addestramento? A cosa servono nuove navi FREMM, blindati Freccia, tecnologie avveniristiche e jet F-35 se poi si tagliano i bilanci per l’addestramento, la  manutenzione e il carburante?

Sempre in tema di contraddizioni, il 6 dicembre Di Paola ha sostenuto in Parlamento l’importanza dell’integrazione europea anche sul fronte della difesa e sicurezza. Allora perché, invece di comprare il cacciabombardiere europeo Typhoon, di cui l’industria italiana è produttrice ed esportatrice, acquisteremo l’americano F-35 per il quale le nostre aziende ricoprono il ruolo di sub fornitori di alcune componenti di scarso rilievo?