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Le coop italiane si alleano, ognuno sia però se stesso

Sarebbe grave se la globalizzazione postideologica fagocitasse adesso la riconoscibilità dell'ispirazione cattolica.

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Il 27 gennaio è nata l’”Alleanza delle Cooperative Italiane”, un coordinamento tra le tre principali centrali della cooperazione del nostro Paese, ossia la Confcooperative (di origine cattolica), la Lega delle Cooperative (di origine socialista e comunista) e la AGCI (di origine repubblicana).

Il primo dato su cui la stampa ha insistito, presentando l’evento, è quello quantitativo. Si tratta complessivamente di un gruppo con un movimento di 127 miliardi, che coinvolge 43 mila aziende e che dà lavoro a 1.100.000 persone.
Le tre grandi centrali della cooperazione collaborano già da anni e hanno creato insieme una serie di servizi comuni che vanno dalla formazione alla previdenza complementare, dalla finanza alla salute e alla sicurezza. Il passo del 27 gennaio sembra giustificato quindi da un percorso precedente.

Giustificato anche, dicono i protagonisti, dalla nuova realtà globale, che richiede di fare massa critica senza disperdersi in piccoli ambiti e che soprattutto richiede di superare le ipoteche ideologiche. Le tre grandi centrali, infatti, venivano denotate con i colori bianco, rosso e verde, che ora confluiscono nel logo ad indicare la bandiera italiana e non più le rispettive matrici ideali. In una intervista al Corriere della Sera Poletto ha voluto dare un senso postideologico all’Alleanza dichiarando: «Siamo prima di tutto imprese. Se vuole una formula le dico che ci sentiamo cugini della Confindustria e controparti della Cgil. Non il contrario». E ancora: «siamo una forma di impresa privata. Esagerando, le dico, che somigliamo più a delle public company che rispondono alle comunità locali, a cui lasciamo una larga fetta dei profitti».

Indubbiamente, sinergie di questo genere sembrano importanti per far pienamente decollare l’ambito della cooperazione che, secondo alcuni economisti, sarebbe l’ambito più proprio dell’economia civile o della reciprocità. Tuttavia il progetto suscita anche qualche legittima perplessità.
È un modo di sentire diffuso che nella società globale le differenze ideologiche si attenuerebbero, ma chi vive nel concreto la realtà della cooperazione sa bene che gli ideali di riferimento continuano ad essere importanti. Ci sono nel nostro paese molte cooperative, anche sociali ma non solo, che fanno esplicito riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa nei loro statuti e che cercano di incarnarla nel loro operare quotidiano. Ci sono ancora cooperative che vivono momenti di spiritualità o di preghiera durante l’anno, o che celebrano la messa per i propri soci nelle principali feste, o che impostano la formazione dei loro lavoratori ed operatori all’etica cristiana del lavoro, utilizzando magari la Laborem exercens di Giovanni Paolo II. Cooperative che ancora hanno appese alle pareti, oltre al crocefisso, l’immagine del Papa – perfino l’effige di Leone XIII -  o di qualche Santo protettore. Molte sono quelle che ricordano l’epoca della loro fondazione, avvenuta di solito attorno ad una parrocchia o nell’ambito dei sindacalismo cattolico.

È vero che ormai molte cooperative di origine cattolica hanno perso queste radici e sono fortemente proiettare nel mondo degli affari, ma ce ne sono altre che tengono molto alla loro storia e che ritengono che proprio quello costituisca il valore aggiunto del loro operare. Ciò è evidente in modo particolare nelle cooperative sociali, i cui operatori intendono il loro lavoro appunto come frutto di un supplemento d’anima, che è anche all’origine del fenomeno del volontariato ben presente nella cooperazione sociale che è stata capace di coltivare questo supplemento di anima.

Nella società globale le ideologie classiche sono certamente fuori gioco, ma il riferimento alle radici spirituali e religiose non ha cessato di essere importante. Importante anche per sorreggere la stessa “economia della reciprocità” e per permetterle di essere fino in fondo un servizio all’uomo. La Caritas in veritate di Benedetto XVI parla molto di questa economia del dono, ma non la separa mai dall’esperienza del dono che il cristianesimo propone.

L’Alleanza per il momento è un coordinamento. I tre presidenti si troveranno periodicamente. Ci sarà anche un incontro annuale dei rispettivi organi assembleari. Però nel giro di tre anni questo coordinamento dovrebbe estendersi sul territorio e c’è anche l’obiettivo esplicito di costituire in futuro un'unica struttura organizzativa. I protagonisti affermano che bisogna certamente valorizzare le differenze e le radici ma fino ad ora non è stato detto come. Una cosa è certa: la nuova Alleanza non avrà più nell’articolo 1 il riferimento esplicito alla Dottrina sociale della Chiesa che oggi invece mantiene ancora la Confcooperative. Ed esiste il serio pericolo che nella nuova realtà unitaria ci si appiattisca su un generale pensiero unico prevalentemente economicista. Molto quindi dipenderà da come in concreto si valorizzeranno – se si valorizzeranno – le rispettive identità.

Sarebbe piuttosto grave se dovesse sparire dalla nostra società la riconoscibilità della cooperazione cattolica, uno degli ambiti di maggiore interesse perché anche nel mondo del lavoro e della solidarietà organizzata si possa incontrare chi ha fatto esperienza di Cristo.