• IL DUELLO/26

L’attualità del Petrarca, amico dei grandi del passato

Mentre Dante legge i classici in una prospettiva cristiana, come semi di verità disseminati dal Logos, Petrarca e l’Umanesimo li rileggono in una chiave civile, filologica, scientifica. Attraverso la lettura degli antichi scrittori possiamo riscoprire col Petrarca le passioni umane, il dolore per la transitorietà della vita e la fragilità dell’uomo. Ma l’epoca odierna ha perso il senso del peccato proprio dei suoi versi.

Se con Dante si chiude il Medioevo con le sue certezze incrollabili (il mondo come luogo di rivelazione della storia della salvezza, il Dio uno e trino, la Chiesa, la convinzione che questa vita è un pellegrinaggio verso la vera patria), con Petrarca si apre l’Umanesimo con i suoi nuovi valori tutti terreni slegati dal Cielo, preludio ad una modernità carica di dubbi e angosce.

Il poeta del Canzoniere era umanamente contradditorio: amava la gloria poetica, cercava l’applauso ma odiava la folla, rimanendo solo sempre che potesse; parlava della fugacità delle cose terrene, ma non si staccava da esse; credeva nella vita eterna, ma temeva la morte. Questo è stato il suo grande tormento: credere in una cosa e sentirne un’altra (M. Gloria Cusumano Mazzi).

Se Dante legge i classici in una prospettiva cristiana, come fossero semi della verità che il Logos ha disseminato nella realtà, Petrarca e l’Umanesimo li rileggono in una chiave civile, filologica, scientifica, modelli di stile e di vita.

Con Petrarca inizia un nuovo culto dell’antichità classica, una nuova celebrazione dei classici, nostri amici e contemporanei, perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto. Petrarca ha perso la scommessa del trionfo del latino sulla nuova lingua volgare. La sua fama è giunta a noi non grazie alle decine e decine di opere scritte per i colti, ma tramite il Canzoniere: il poeta aveva probabilmente già intuito che ciò sarebbe accaduto, considerato il tempo dedicato alla rivisitazione delle edizioni del Rerum vulgarium fragmenta.

Nel mondo contemporaneo l’interesse pubblico in teatro, in televisione, nei nuovi mezzi di comunicazione è tutto per la Commedia, mentre le opere del Petrarca sono trasmesse nel percorso scolastico delle superiori e continuano ad essere oggetto di studio nel mondo accademico. Tra i lasciti maggiori del Petrarca all’uomo di oggi riconosciamo il sentimento di gratitudine nei confronti del passato, la necessità di coltivare la memoria dei grandi, di tramandare di generazione in generazione quanto i cittadini della res publica litterarum hanno compreso sull’uomo, sulla vita e sulla storia. L’eredità spirituale del passato è linfa viva, seme che permette di abbellire il giardino della Terra. Autori cristiani e classici pagani meritano parimenti un posto nel palcoscenico della storia, senza alcun rapporto di subalternità dei secondi nei confronti dei primi.

Proprio attraverso la lettura e la compagnia degli antichi scrittori possiamo riscoprire col Petrarca le passioni umane, il dolore per la transitorietà della vita, per la fragilità dell’uomo, per la sua incapacità a perseguire in modo coerente i propri ideali in una sempre più demarcata spaccatura tra Terra e Cielo.

L’epoca odierna ha perso il senso del peccato così pronunciato nei versi del Petrarca. Certo, la visione della donna veicolata prevalentemente nella cultura contemporanea è assai distante sia da quella di Beatrice che da quella di Laura, donne entrambe irraggiungibili, la prima compagnia verso il Cielo, la seconda catena d’oro di cui il poeta si deve necessariamente disfare se vuole ritornare a guardare il Cielo. Laura è in un certo modo simbolo delle contraddizioni del Petrarca, segno della sua aspirazione alla fama e, al contempo, prova della sua incapacità a mantenersi fedele all’ideale. Laura rappresenta il desiderio di compimento e di felicità dell’uomo, un desiderio che appare a Petrarca lontano dal poter essere raggiunto su questa Terra.

Petrarca fin da giovane perseguì l’obiettivo di ottenere fama e la conseguì molto presto: a soli trentasette anni fu incoronato poeta in Campidoglio a Roma. Cercò allora di trovare conforto e tranquillità, pace e consolazione alle sofferenze provocate dai dissidi che lo laceravano. Petrarca ottenne la tranquillità e la pace che aveva perseguito per tutta la vita solo nel mondo della letteratura.

L’ambizione alla pace investì in Petrarca non solo la dimensione privata, ma anche l’ambito politico. Il poeta auspicò l’unificazione dell’Italia, la fine delle ingerenze straniere in Italia, il ritorno della Curia papale da Avignone a Roma. La canzone Italia mia, benché ’l parlar sia indarno si conclude con l’invocazione «Pace, pace, pace». Petrarca auspicò libertà per l’Italia, ma anche libertà per l’uomo di cultura e di lettere, che doveva essere scevro di ostacoli lavorativi che gli impedissero di dedicarsi completamente allo studio e alla scrittura, ma doveva al contempo essere del tutto svincolato dai detentori del potere che avrebbero potuto obbligarlo a sostenere idee e progetti altrui. Questo ruolo che Petrarca rivendicava per l’intellettuale e per l’uomo di lettere è estremamente attuale. Petrarca non si legò a nessuna città.

Nel panorama attuale la riscoperta di Dante ha di gran lunga surclassato quella dell’opera del Petrarca che meriterebbe una divulgazione anche tra il popolo, come avviene per la Commedia. Se questo non accade, però, forse è proprio perché fu il Petrarca a non desiderarlo. Non concepì la sua opera per il popolo, ma per l’élite.

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