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L'asse Renzi-Berlusconi ridisegna la politica

Renzi propone una riforma complessa, che non riguarda solo il sistema elettorale, ma anche l'ordinamento dello Stato. Ma di fronte all'accordo con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale, il PD si spacca. Questa è una settimana decisiva.

Renzi

La direzione del Pd ha prodotto l’esito immaginato: un componente su quattro si è astenuto sulla proposta del segretario di riforma complessiva dell’ordinamento dello Stato, che prevede: trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, Camera dei deputati unica camera elettiva, riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica, riforma del titolo V, nuova legge elettorale (già ribattezzata Italicum).

La minoranza del Partito Democratico (bersaniani, cuperliani, dalemiani e altri) contesta il metodo usato da Renzi per definire la bozza di riforma, vale a dire un accordo verticistico con Berlusconi, peraltro siglato nella sede del partito.

Sui contenuti, invece, l’accordo all’interno del Pd è nella natura delle cose: anche i non renziani alla fine potranno convergere sul modello spagnolo “corretto in salsa italica”, che consentirebbe di conciliare rappresentatività e governabilità.

Nel patto Renzi-Berlusconi è previsto un premio di maggioranza alla Camera (unica camera elettiva) da assegnare nella misura del 18% al partito o alla coalizione che ottenga almeno il 35% dei voti. Qualora nessuna delle forze in campo raggiungesse quella soglia, si andrebbe al ballottaggio, 15 giorni dopo, e il premio di maggioranza verrebbe assegnato alla coalizione più votata. Il sistema elettorale sarebbe dunque di tipo proporzionale (ovvero il numero di seggi verrebbe assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti) e il calcolo sarebbe fatto su base nazionale e non provinciale come invece succede nel modello spagnolo. Questo dovrebbe favorire almeno parzialmente i partiti più piccoli, che con un calcolo su base provinciale sarebbero molto penalizzati.

Anche per quanto riguarda le soglie di sbarramento si è andati incontro ai partiti più piccoli, prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale ma con alcune soglie minime di sbarramento pari al 5% per i partiti in coalizione, all’8% per i partiti non coalizzati e al 12% per le coalizioni.

Invece delle 27 circoscrizioni attuali si passerebbe a circoscrizioni di dimensione minore, a livello provinciale (diventerebbero 110). In ogni provincia verrebbero presentate mini-liste bloccate di 4 o 5 candidati, con nomi chiaramente stampati sulla scheda e quindi riconoscibili così come chiesto dalla Corte Costituzionale nella sentenza anti-Porcellum.

I partiti minori come Scelta Civica e Nuovo centro-destra (ma anche Fratelli d’Italia, Lega e parte del Pd) premono per l’introduzione delle preferenze, ma su questo Renzi e Berlusconi sembrano irremovibili.

È stata calendarizzata per il 27 gennaio in aula la discussione alla Camera sulla nuova legge elettorale. C’è ancora una settimana di tempo per mediazioni risolutive e per smussare la bozza iniziale con qualche correttivo.

Certo è che l’incontro di sabato tra Berlusconi e Renzi ha aperto una fase di dialogo e di sintonia tra Pd e Forza Italia lungo la strada di un vero bipolarismo sul modello inglese: il giorno dopo le elezioni si sa chi vince e chi è chiamato a stare all’opposizione in modo leale e costruttivo.

C’è da sperare che in un disegno di riforma complessiva dello Stato rientri anche un riequilibrio tra poteri, in particolare tra potere giudiziario e potere politico. Da decenni alcune procure cercano di sovvertire la volontà popolare e di orientare il corso della vita politica italiana. Ci sono in parte riuscite. Il giustizialismo di certa sinistra e il populismo di certa destra sono state a lungo due facce della stessa medaglia e hanno impedito una vera evoluzione della democrazia italiana verso approdi più maturi. Renzi e Berlusconi stanno dialogando proprio per superare questi estremismi e per contendersi i cosiddetti moderati, che determinano ad ogni elezione la vittoria o la sconfitta delle coalizioni. Purtroppo nel Pd c’è ancora chi dice di vergognarsi di fronte all’ingresso di Berlusconi nella sede del partito. Eppure si tratta degli stessi esponenti che hanno accettato di fare un governo con il Cavaliere.

La vera incognita al momento resta proprio quella sulle sorti del governo Letta. Il doppio binario tra governo e tavolo delle riforme può funzionare: Letta conduce l’Italia fino al semestre europeo di presidenza italiana, Renzi fa da sentinella sul cammino delle riforme e nel 2015 si vota con regole nuove e con un bipolarismo maturo. A meno che l’accelerazione sulla legge elettorale non preluda alla caduta del premier e all’election day. Forse proprio per questo Alfano sorprendentemente ha parlato di un Letta-bis, un nuovo governo benedetto da Renzi e che possa navigare in acque meno tempestose, senza rischiare di essere impallinato subito dopo l’approvazione della riforma del sistema di voto.