• IMMIGRAZIONE

Lampedusa, fra indifferenza e strumentalizzazioni

Veder trattare come bestie gli immigrati ospiti del centro di prima accoglienza di Lampedusa ha fatto scandalo. Ma chi propone cosa per risolvere l'annoso problema creato dall'ondata di immigrati dal Mediterraneo?

Il video shock

Il “caso Lampedusa” è un mix di abbandono politico, di insipienza burocratica, di ottusità europea, di strumentalizzazione. Rischia di essere guardato con lenti deformate se non lo si inserisce nell’attuale quadro d’insieme dell’immigrazione via mare.

Abbandono politico. Da oltre vent’anni l’Italia soccorre persone in fuga da persecuzioni, da guerre e da miserie. Da oltre vent’anni, nonostante gli sforzi delle nostre unità navali, l’Italia è costretta a fare la conta di quanti perdono la vita per giungere sulle nostre coste. Fino a qualche tempo fa il tema era così sentito che alimentava polemiche di fuoco: chi voleva mostrarsi più “aperto” era accusato di incentivare i viaggi della disperazione; a chi invece lavorava per una efficace collaborazione con gli Stati di origine o di transito, ottenendo una diminuzione degli incidenti in mare, era attribuita la “colpa” di concordare maglie troppo strette. Non vi è mai stata però una indifferenza come quella che si coglie oggi: anche davanti a emergenze significative, come il conflitto nel Kosovo o la “primavera” in Tunisia, le quantità elevate non producevano assuefazione, se mai facevano incentivare gli sforzi per trovare soluzioni più adeguate. Nonostante siano trascorse poche settimane dalle scene terribili dei cadaveri distesi in spiaggia uno accanto all’altro, sconcerta il persistente immobilismo del governo italiano: non si ha notizia di iniziative concrete promosse verso i partner europei per condividere almeno in parte l’onere di arrivi così consistenti e così carichi di dolore, né viene illustrata qualche linea di prospettiva per coloro che giungono e sono destinati a rimanere. Tutto ciò ha evidenti riflessi anche sulle strutture di Lampedusa: per le caratteristiche dell’isola e per il gran numero di arrivi, il Centro di prima accoglienza è destinato ad accogliere chi sbarca per non più di un paio di giorni, il tempo necessario per rifocillare e per fare un primo screening sanitario. Poi il migrante va accompagnato in altri centri attrezzati per soggiorni più lunghi, dislocati sulla Penisola: lasciarlo per settimane a Lampedusa, come sta accadendo da quando – a causa delle condizioni meteorologiche – gli sbarchi si sono quasi azzerati, dovrebbe far mettere nel conto l’inadeguatezza del Centro e il suo obiettivo sovraffollamento, con l’incremento dei rischi di contagi e di infezioni fra gli ospiti. Suona male che prima si lasci il Centro di Lampedusa in queste condizioni e poi ci si meravigli che qualcosa non funzioni.

Insipienza burocratica. Lampedusa è geograficamente più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, ma fa (ancora) parte dell’Italia. Strutture “sensibili” come i Centri di prima accoglienza esigono un controllo attento e costante da parte delle istituzioni di ciò incaricate. Se è vero, come ha sostenuto in una intervista al Corriere della sera Cono Gallipò, a.d. di Lampedusa accoglienza, società del giro di cooperative Sisifo che gestisce la struttura, che gli spruzzi di derivati di benzina a scopo di disinfezione sui corpi nudi dei migranti costituiscono applicazione di un protocollo, è necessario sapere chi ha sottoscritto e/o autorizzato tale protocollo. Revocare l’incarico solo a Gallipò è un po’ poco, se altri hanno formalmente avallato queste prassi. Se Gallipò va via e il protocollo resta, scene simili a quelle viste si ripeteranno. Più o meno come immaginare di seguire il fenomeno da una scrivania, prefettizia o ministeriale, senza prendere periodicamente contatto con la realtà.

Ottusità europea. Cecilia Malmstrom, commissaria Ue per gli affari interni, ha reiterato la minaccia di revocare all’Italia i 30 milioni di euro per l’emergenza da poco erogati, se dovessero ripetersi fatti simili. La signora Malmstrom può pure tenere per sé quello che appare un obolo rispetto alle somme spese dall’Italia in vent’anni per salvare milioni di migranti, per lo meno fino a quando non deciderà di capire che l’emergenza oggi non riguarda l’ospitalità nei Centri di accoglienza, ma le centinaia di persone che muoiono in mare. Certo, è il caso di preoccuparsi delle condizioni dei Centri, magari partendo dal presupposto che nessuna altra Nazione europea ospita nei propri Centri tanti migranti giunti via mare nella quantità che vede impegnata l’Italia. E se volesse fare qualcosa di utile, oltre che bacchettare, potrebbe immaginare un passo europeo verso gli Stati di partenza o di transito dei potenziali rifugiati per ridurre le condizioni che spingono alla fuga; o verso progetti per il soccorso comune nel Mediterraneo; o, meglio ancora, verso un’azione comune tesa ad aprire campi di accoglienza sulla sponda Sud del Mediterraneo, sotto l’egida Ue. Potrebbe, in altri termini, fugare l’impressione che l’Europa, invece delle dodici stelle, abbia per logo e per divisa una benda stretta sugli occhi.

Strumentalizzazione. Perfino in questa circostanza c’è chi ha invocato la modifica della legge Bossi-Fini e l’abolizione del Cie, i Centri di identificazione e di espulsione. È lecito chiedere: quale norma dell’attuale legge sull’immigrazione impone di spruzzare di benzina i migranti? E che c’entrano i Cie, nel momento in cui i fatti hanno riguardato un Centro di prima accoglienza? Vogliamo abolire anche questi? E dove si accolgono i migranti che sbarcano nell’isola? A casa dei geni che hanno queste splendide pensate?

Dona Ora