• RIFLESSIONI

La voce dei cattolici e la politica che non c'è

Nella confusione di questi mesi, a mancare è proprio la politica  vera, quella che propone e progetta. Un vuoto che i cattolici devono colmare.

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La politica eterodiretta. La politica di rimbalzo, che non propone o progetta, ma che attende cosa fanno i pm di Milano, cosa dice il governo di Santa Lucia nei Caraibi, cosa dice la Minetti nei suoi sfoghi via sms alle amiche invitate alle serate di Arcore. La politica che aspettava che il cardinal Bagnasco le tirasse fuori le castagne dal fuoco, con Famiglia Cristiana che fa capire che avrebbe dovuto dire di più e altri che ricordano che quando la Chiesa fa dei richiami non fa nomi e cognomi, perché per questo c’è il confessionale. La politica che aspetta che Fini si attenga a quanto promesso tempo fa - “se la casa di Montecarlo si rivelerà essere di Tulliani mi dimetterò” - e per questo organizza una preconfezionata interrogazione parlamentare al ministro Frattini che dice di sì, di avere la risposta del governo dell’isoletta caraibica che afferma che la casa è proprio di Tulliani, il cognato del Presidente della Camera.

La politica affidata al Tg1, dove impietosamente il direttore Minzolini manda il video con le promesse di dimissioni di Fini. O affidata a Santoro-Gruber-Floris-Fazio-Annunziata-Lerner (c’è da qualche parte un conduttore di programmi politici non dichiaratamente di sinistra?) e a Vauro che strappa l’applauso presentando una vignetta con Papa che si chiede perché il Cavaliere non si faccia prete visto che gli piacciono le minorenni. La politica come guerra combattuta con altri mezzi, con tutti i mezzi tranne la politica.

Anche la sinistra non fa politica, aspetta l’iniziativa di magistrati ed escort, si affida a microspie e a intercettazioni, conta su investigatori privati e delatori. Le primarie, recente mito che con Prodi e Veltroni avevano funzionato fin quando erano state pilotate dal partito e l’esito era scontato, quando invece sono state fatte come si deve sono sfuggite di mano. A Milano ha vinto il vendoliano Pisapia, a Napoli sono finite in mano alla lotta tra bande. In ambedue i casi ha perso il segretario Bersani che ha dovuto commissariare il partito partenopeo, mettendo una pietra sopra – probabilmente per sempre – a questo strano rito delle primarie, troppo americano per essere italiano, troppo italiano per rispettare le procedure, troppo procedurale per riempire il vuoto della politica.

La politica si è seduta all’angolo della strada e guarda chi passa. Non vive di vita propria ma di vita indotta, aspetta la palla che arriva di sponda, spera più negli autogol che nei propri attaccanti, elabora tattiche ma solo per evitare le trappole che altri le tendono, prepara trabocchetti per anticipare i trabocchetti altrui, non vuole vincere, spera di non perdere.

E’ in questo caos vuoto che si dovrebbe sentire la voce dei cattolici. Quella dei vescovi l’abbiamo sentita lunedì scorso ed è stata una voce che ha dato a ciascuno il suo, non si è fatta intrappolare nelle beghe politiche e nulla ha concesso a quanti hanno finito ieri di protestare contro le ingerenze politiche dell’episcopato e oggi già pretendono che Bagnasco denunci questo o quello scendendo direttamente in campo. Ma dopo i vescovi dovrebbero parlare i cattolici ed indicare una linea al Paese, fare un richiamo unitario a ciò che conta, indicare delle priorità da sostenere subito e delle riforme più di secondo piano da perseguire nel medio termine. La morale è importante per la politica, ma il moralismo la uccide.

Ci sono dei momenti in cui è la politica che deve esprimere vitalmente una sua proposta, nessuno la può trarre fuori dal pantano. E’ in questi momenti che la mancanza di una voce unitaria si fa maggiormente sentire.