a cura di Riccardo Cascioli
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La richiesta di mangimi a base di pesce priva 33 milioni di africani dei mezzi di sussistenza

Ogni anno in Africa occidentale le imprese ittiche europee contribuiscono a privare più di 33 milioni di persone del pesce fresco essenziale per la loro sicurezza alimentare. È quanto emerge da un rapporto di Greenpeace Africa e Changing Markets intitolato: “Nutrire un mostro: come l’acquacoltura europea e le industrie europee produttrici di mangimi per animali rubano il cibo alle comunità dell’Africa occidentale”. Ogni anno lunghe le coste africane, rivela il rapporto, più di mezzo milione di tonnellate di piccoli pesci marini vengono pescate e trasformate in mangimi per bestiame e pesci d’allevamento, integratori alimentari, cosmetici e prodotti alimentari per animali domestici consumati in altri continenti. “Le industrie di cibo per pesci e olio di pesce e tutti i governi e le imprese che le sostengono in pratica rubando alle popolazioni locali i loro mezzi di sussistenza e il loro cibo. Questo contrasta con gli impegni internazionali per uno sviluppo sostenibile, la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare e la parità di genere” ha detto il dottor Ibrahimé Cissé, attivista di Greenpeace Africa. “Le esportazioni in Europa di mangimi e olio di pesce stanno rubando i mezzi di sussistenza alle comunità della costa privandole di un importante fonte di cibo e di reddito. Le imprese di produzione e di distribuzione europee non possono continuare a ignorare i diritti umani fondamentali e le implicazioni in termini ambientali” ha aggiunto Alice Delemare Tangpuori, direttore delle attività di sensibilizzazione di Changing Markets. Il rapporto riguarda imprese che operano in Francia, Norvegia, Danimarca, Germania, Spagna, Grecia, Francia e Regno Unito. La richiesta di farina di pesce in realtà è cresciuta enormemente anche in Cina, Vietnam e Malesia. All’origine di questo come di altri problemi che affliggono gli abitanti del continente africano tuttavia c’è la noncuranza dei governi africani costieri, di Mauritania, Senegal e Il Gambia, primi responsabili di una situazione che il rapporto definisce tragica, ladri di risorse vitali al pari delle imprese straniere, doppiamente colpevoli perché da loro dipende l’adozione di misure a tutela dei cittadini gravemente danneggiati.