• ORA DI DOTTRINA / 47 - IL SUPPLEMENTO

La "resa" di Newman: la chiesa anglicana è scismatica

Dopo aver lottato per la difesa della sua chiesa, John Henry Newman - studiando i Padri della Chiesa e la vicenda delle controversie teologiche dei primi secoli - comincia a comprendere che solo nella Chiesa cattolica si trova la verità della Chiesa delle origini.

Dopo la faccenda della soppressione delle sedi episcopali anglicane in Irlanda (vedi qui e qui), un altro fatto aveva definitivamente incrinato in Newman la convinzione che la chiesa anglicana fosse in continuità con la Chiesa antica. Il ministro prussiano, il barone Bunsen, protestante, aveva chiesto all’arcivescovo di Canterbury di ordinare un vescovo per destinarlo a Gerusalemme ed erigervi così una chiesa nella quale potessero confluire i protestanti, richiedendo loro la semplice accettazione della Confessione d’Augusta. Si trattava chiaramente di una mossa politica, che sacrificava in toto il principio dell’unità della fede.

Scriveva infatti Newman a Bouwden, il 12 ottobre 1841: «Non abbiamo un solo anglicano a Gerusalemme; così mandiamo un vescovo a costituire una comunità, non a governare i nostri fedeli. In secondo luogo, c’è la scusa della presenza di un gruppo di Ebrei convertiti all’anglicanismo che hanno bisogno di un vescovo: mi si dice che non arrivano alla mezza dozzina. Ma per loro è mandato un vescovo, e per loro si tratta d’un vescovo della circoncisione». Continua Newman nell’Apologia: «In terzo luogo, per far piacere alla Prussia, gli toccherà prendere sotto di sé tutti i protestanti stranieri che verranno; e, a causa dell’influenza inglese, i vantaggi politici saranno tanto cospicui che senza dubbio verranno. Essi debbono sottoscrivere la confessione augustana, e non v’è nulla che indichi che accettano la rigenerazione battesimale». Newman era stato sanzionato ed isolato per aver difeso un’interpretazione cattolica dei 39 articoli; ora veniva costituita una sede episcopale per persone che nemmeno erano tenute a ricevere il Battesimo.

Ancora una volta, sono i Padri a gettar luce sulla situazione. Prima la controversia sulle due nature di Cristo del V secolo e poi la crisi donatista del IV secolo, lo avevano portato a riconoscere che la chiesa anglicana si trovava di fatto nella posizione che fu condannata dalla Chiesa antica (vedi qui). La “scoperta” di un’altra grande crisi dei primi secoli, quella ariana, spinse Newman ad abbandonare ogni speranza di giustificarne la posizione. La chiesa a cui apparteneva si era collocata precisamente in quella che fu la posizione dei semi-ariani: tenendosi teoricamente a distanza dalla deriva ariana che riteneva Gesù Cristo una semplice creatura, la prima tra esse, anziché aderire alla verità propugnata da sant’Atanasio, ossia del Figlio consustanziale al Padre (omooùsios), cercarono una posizione intermedia; questa soluzione del problema, gli meritò l’appoggio dell’imperatore Costanzo, che considerava la posizione semi-ariana di Basilio di Ancira e di Eusebio di Nicomedia, più adeguata per ricucire gli strappi interni all’impero. Per uno iota, Gesù Cristo divenne simile al Padre (omoioùsios); ma uno iota ben valeva una possibile pacificazione strategica. La posizione semi-ariana rappresentava una precisa ricerca di compromesso tra quelli che divenivano in tal modo due estremi, mentre erano semplicemente l’errore e la verità.

Nella crisi ariana emergeva con forza il principio dogmatico, tanto caro a Newman: la fede è anzitutto adesione alla verità rivelata e riconosciuta, e non la ricerca di compromessi. La “sua” Via Media non era stata ricercata con l’intento del compromesso, ma come esito (parziale) del recupero della verità testimoniata dalla Chiesa antica; e tuttavia ora gli appariva sempre di più come una posizione che da quella medesima Chiesa sarebbe stata rigettata, esattamente come quella dei semi-ariani. Così scriveva alla sorella Jemima (15 marzo 1845): «Ho iniziato col difendere  la mia chiesa con tutte le mie forze mentre altri non la volevano difendere. Ho incontrato delle opposizioni. In larga misura, ci sono riuscito. Ma al momento stesso di questa riuscita, prima di qualsiasi contrattempo, nel corso delle mie ricerche, mi è arrivata l’idea di essere in una chiesa scismatica. Mi sono opposto a questa idea. Vi ho scritto contro; anno dopo anno ho scritto contro di essa, facendo tutto il possibile per trattenere gli altri nella chiesa. Dal momento in cui mi sopravvennero dei dubbi, mi misi a vivere in modo più rigoroso».

Newman si era infatti ritirato a Littlemore, cercando di vivere il più possibile, nel silenzio, nella solitudine, nella preghiera, nello studio. Ma l’idea era sempre più chiara: la chiesa anglicana era una chiesa scismatica; eppure, pur di non lasciarla, Newman l’aveva paragonata al regno di Samaria: anch’esso, pur essendo in una situazione di scisma, aveva ricevuto Elia ed Eliseo; in esso si erano trovati segni di santità, i settemila che non avevano piegato il ginocchio a Baal.

Il suo ravvicinamento alla Chiesa di Roma passò da un contatto con il dott. C. W. Russel, all’epoca rettore del St. Patrick College di Maynooth. Persona discreta, mite, non entrò mai in modo diretto nelle questioni religiose con Newman; semplicemente gli mandava dei libri cattolici, alcuni richiesti da lui stesso, che gli permisero di sgonfiare alcuni pregiudizi nei confronti di Roma, soprattutto quello di “mariolatria”. Newman faceva fatica ad accettare certe espressioni di devozione nei confronti della Madonna; ma aveva iniziato a capire che le espressioni devozionali non erano obbligatorie per tutti.

A giocare un ruolo ancora più decisivo, furono i suoi approfondimenti sullo sviluppo del dogma. «L’idea della beata Vergine si era, per così dire, ingrandita nella Chiesa di Roma, col passare del tempo; ma lo stesso si poteva dire di tutte le idee del cristianesimo, ad esempio di quella dell’Eucaristia» (Apologia, cap. 4). Lo stesso si poteva dire della formula omooùsios, che costituisce uno sviluppo armonico di quanto presente nelle Scritture e nei Padri apostolici e post-apostolici, sebbene in essi non si trovi traccia del termine.

Il 14 luglio 1844 poteva già scrivere ad un amico che «sulla scorta dei Padri, sono molto più sicuro del fatto che noi ci troviamo in uno stato di colpevole separazione, di quanto non lo sia dell’assenza di sviluppi nella dispensazione evangelica, e del fatto che quelli romani non siano autentici». Sia la chiesa anglicana che Roma hanno delle dottrine “moderne”; eppure tra le une e le altre c’è una differenza abissale. Nel caso di quelle romane, pur ammettendo che «non risultino chiaramente formulate nella Chiesa delle origini», vi sono tuttavia «indizi sufficienti ad autorizzarle e a provarle, nell’ipotesi che la Chiesa abbia una guida divina […]. Così tutta la questione si impernia sulla natura della promessa dello Spirito Santo fatta alla Chiesa».

Fin dall’inizio, la Chiesa ha conosciuto lo sviluppo del dogma, perché fin dalla sua fondazione le è stata assicurata la presenza dello Spirito Santo, per guidarla alla verità tutta intera (cf. Gv 16, 13). Il principio dello sviluppo «lo si poteva scorgere dai primi anni dell’insegnamento cattolico fino ai nostri giorni; esso dava a quell’insegnamento un carattere unitario. Era una verifica che l’anglicanesimo non poteva offrire, il fatto che la Roma moderna fosse in realtà l’Antiochia, l’Alessandria, la Costantinopoli dell’antichità, proprio come una curva matematica ha la propria legge e la propria espressione».

È nel volume An Essay on the Development of Dogma che Newman consegnò le sue riflessioni su questo tema così decisivo. Ci torneremo.

 

 

 

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