• ORA DI DOTTRINA / 43 - IL SUPPLEMENTO

Newman, la malattia grave come purificazione

La terza malattia che colpisce John Henry Newman - grave attacco di febbre tifoide mentre è in Sicilia nel 1833 - viene vissuta dal futuro cardinale come una purificazione in vista di «una missione da compiere». 

Ancora una malattia. La terza. E questa volta il trentaduenne John Henry Newman rischiava davvero grosso. Era partito insieme all’amico Richard Hurrell Froude e al padre di lui per un viaggio nel Mediterraneo: diversi scali sulle coste dell’Africa settentrionale, poi Zante, Patrasso e Corfù e una lunga sosta a Malta, tenuti in quarantena, perché provenienti dall’Inghilterra, dove si era verificata un’epidemia di colera. Il viaggio riprese con una rapida visita della Sicilia, per poi risalire verso Napoli e Roma.

Qui Newman decise di lasciare i compagni di viaggio e di tornare in Sicilia, una terra appena toccata, ma che lo aveva irresistibilmente attratto per la bellezza del paesaggio e l’abbondanza di testimonianze dell’antichità classica.

«In modo inatteso, torno dunque in Sicilia e il diavolo pensa che sia venuta la sua ora. Fui consegnato nelle sue mani. A partire da questo momento, andò tutto male». È questa la chiave di lettura, consegnata ad una lettera, della malattia in Sicilia: la sua lotta con l’angelo, come il patriarca Giacobbe, il suo essere consegnato nelle mani del tentatore, come Gesù prima dell’inizio della sua vita di predicazione e miracoli. Una febbre tifoidea molto alta, che lo portò anche al delirio, non gli dava tregua; con lui solo un domestico, il premuroso Gennaro, assunto a Napoli per accompagnarlo in questo viaggio non previsto. Tutt’intorno, molte persone morivano per questa terribile infezione batterica che appariva difficilmente guaribile.

Tre pensieri fissi dominavano la mente di Newman, contesa da una dolorosa lucidità ed un farneticante delirio: che Dio lo aveva lasciato nelle mani di Satana per guarirlo dall’ostinazione con la quale voleva compiere la propria volontà; che tuttavia non aveva peccato contro la luce; che la morte lo avrebbe risparmiato, perché aveva una missione da compiere. Al povero Gennaro che cercava, come poteva, di soccorrerlo, Newman ripeteva di frequente: «Non ho peccato contro la luce», come unico salvagente nel mare dei propri peccati che lo travolgeva. Non era un’esagerazione, non era scrupolo: era l’esperienza che molti santi, più o meno noti, hanno fatto allorché sono stati illuminati dalla luce divina. E poi l’altro ritornello: «Ho una missione da compiere». Non aveva idea di quale fosse questa missione. E non l’avrà pienamente nemmeno dopo, quando si troverà nel bel mezzo di questa missione da svolgere.

Bisognerebbe leggere per intero le sue memorie e le lettere nelle quali parla di questa esperienza così dolorosa e così decisiva, materiale confluito nel libro My illness in Sicily (disponibile anche in italiano nel volume Malattia di Sicilia. Il viaggio di Newman in Sicilia 1833). La condizione della sua anima gli si presentava davanti, senza sconti. Sentiva il peso di quella “separazione” da Dio che gli procurava la sua “volontà propria”. Newman era particolarmente sensibile su questo punto; era sempre più persuaso, come scrisse Bouyer, che «tutto l’universo, tutta la storia non è altro che un conflitto oscuro e immenso tra due volontà: quella di Dio e quella del diavolo. O si farà l’una o si farà l’altra. Allontanarsi dall’una è già per questo acconsentire all’altra». Ogni volta che l’uomo pretende di ergersi al di sopra di Dio, di confliggere con la sua volontà o di agire al di fuori di essa diventa, volenti o nolenti, schiavo di satana.

Ancora, in quei giorni trascorsi sul letto, curato alla bell’e meglio, scopriva la sua «completa assenza di profondità. Cominciai a pensare a tutti i principi che professavo e sentivo che si trattava solamente di deduzioni intellettuali, a partire da una o due verità riconosciute […]. Amo la verità, ma non la posseggo, perché mi sembra d’essere, in realtà, praticamente senza profondità, cioè con poco amore, poca abnegazione. Credo di avere un po’ di fede e basta; e quanto ai miei peccati, non è semplicemente un po’ di fede di cui ho bisogno per controbilanciarli e ottenerne il perdono!».

Quello che esce dalla malattia è un Newman più umile, quasi disarmato, che comprende di non potersi guidare da solo o reggersi con le proprie forze. Ed affida questo mutamento al suo componimento più famoso, Lead, kindly Light, che scriverà poco dopo l’esperienza tremenda, mentre la nave che lo porterà a casa era ferma nelle Bocche di Bonifacio per mancanza di vento, riconoscendo con lucidità e mestizia: «Non mi sono mai sentito come mi sento ora, né ho pregato che fossi tu a condurmi. Amavo scegliere e scrutare il mio cammino; ma ora sii tu a condurmi! Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura, il mio cuore era schiavo dell’orgoglio: non ricordare gli anni ormai passati».

A mettere piede di nuovo sull’Isola Britannica, il 9 luglio 1833, è un uomo che sembra l’ombra di quello che era partito: smagrito, indebolito, senza capelli. La malattia aveva stravolto il suo aspetto fisico, ma aveva anche purificato l’uomo interiore. La Divina Provvidenza lo aveva preparato in questo modo così singolare per la missione che doveva svolgere e che iniziò praticamente subito, con l’opposizione all’approvazione del Reform-Bill, che portava con sé la decisione, da parte dello Stato, di sopprimere dieci sedi episcopali della chiesa anglicana in Irlanda. Ne aveva ricevuto una qualche notizia quando ancora era con Froude nei paesi e nelle isole del Mediterraneo; notizie, come scrive nell’Apologia, che giungevano «di rado e imperfette»: «Stava facendosi strada la legge per la soppressione dei vescovadi irlandesi che occupava interamente i miei pensieri. Mi sentivo inferocito contro i liberali. Il successo della causa mi angustiava interiormente […]. Io volevo unire le mie forze con tutte le persone contrarie al principio del liberalismo, chiunque fossero».

È in questa determinazione, mondata dalla grande prova del 1833, che trovano origine i Tracts e il Movimento di Oxford. Ne parleremo. Ma forse sarebbe meglio dire che è proprio nella purificazione che sta il segreto della grande opera di Newman. Il racconto delle sue tre malattie (vedi qui e qui) non sono una divagazione dal tema dei contenuti che la sua riflessione ha offerto e continua ad offrire. Non sono nemmeno una semplice contestualizzazione o un’enfasi arbitraria su un aspetto della sua vita e della sua opera.

Il grande problema dell’uomo sta proprio nell’offuscamento, nella stortura, nella confusione che il peccato porta nelle nostre facoltà. Soprattutto nella volontà, che ha la capacità di orientare l’intelligenza dell’uomo verso i fini cui tende. E questi fini vengono eletti in base al corredo di virtù e di vizi. Detto in altri termini: la traiettoria della nostra ricerca della verità ed il suo esito sono strettamente correlati alla nostra moralità. Per questo abbiamo bisogno di ascesi. Per questo abbiamo bisogno di purificazioni, che sanno andare ancora più in profondità, perché lo Spirito Santo sa mettere il dito laddove noi non immagineremmo né oseremmo: dextrae Dei tu digitus!

Lo stiamo vedendo in modo tragico: non c’è evidenza che sia evidente all’uomo pavido, collerico, orgoglioso, lussurioso. Le passioni viziose fanno distogliere lo sguardo da verità scomode, trattengono l’intelligenza dall’indagare su realtà che possono divenire rischiose, oppure arrestano la ricerca quando si affacciano mezze verità che compiacciono e rassicurano.

Niente di strano: questo è l’uomo. Ma appunto, non c’è autentico cammino sulla strada della verità che non passi per la purificazione dell’uomo. Altrimenti, meglio diffidare.

 

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