• IN VIAGGIO CON ENEA/31

La poesia ricorda che la virtù è anche tra i vinti

Se la storia sembra troppo spesso il racconto dei soli vincitori, la poesia ha la facoltà di dare spazio a tutti. L’esempio del libro X dell’Eneide, con la morte del prode Lauso e, poi, del padre Mesenzio.

Gregorio Lazzarini_Battaglia di Enea e Mesenzio

L’arte deve perseguire il vero storico e il vero poetico. Il primo consiste nella ricostruzione dei fatti e dei personaggi storici nella maniera più aderente possibile a quanto è accaduto nella realtà. La poesia (vero poetico) serve per documentare le cause segrete che hanno indotto il personaggio storico a comportarsi in un certo modo, spiegando quanto la storia non riesce a spiegare oppure crea personaggi di pura invenzione, ma verosimili, che renderanno le vicende più accattivanti al lettore. Manzoni sostiene queste idee nella Lettera a Monsieur Chauvet sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia.

Aggiungiamo noi che la poesia ha il grande pregio di lasciare spazio e conferire gloria ai vinti più di quanto non sia solita fare la storia. Raramente capita di leggere documenti storici antichi che concedano la parola agli sconfitti. La storia è scritta dai vincitori tanto che lo storico Tacito ci sorprende quando nella monografia Agricola fa parlare il capo dei Caledoni Calgaco prima dello scontro contro i Romani. Il discorso del comandante della popolazione autoctona diventa un vero attacco all’imperialismo romano. La poesia ha questa facoltà, di dare spazio a tutti. La storia non ne è capace, tutta protesa a celebrare le gesta di chi ha compiuto grandi azioni. Il racconto storico sembra troppo spesso un’esaltazione di eroi e di popoli che hanno dominato il mondo, con conquiste e vittorie in cui nessuno spazio è dato alle centinaia, alle migliaia, ai milioni di morti, la maggior parte dei quali non troveranno neanche un piccolo spazio per essere ricordati.

La poesia, sopperendo alla storia, ricorderà le generosità e il cuore dei grandi uomini, anche se battuti sui campi di battaglia. Ce lo ricorda Foscolo nella conclusione dei Sepolcri:

E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

Ce lo ricorda Virgilio nell’episodio che oggi scopriamo, alla fine del X libro dell’Eneide. Furente per la morte di Pallante, Enea fa strage di un gran numero di nemici. Nella mente conserva ancora la memoria dell’ospitalità che Evandro gli ha offerto poco tempo prima. Enea vorrebbe uccidere subito Turno, ma nell’Olimpo Giunone ottiene dal marito Giove di ritardare la morte del prode guerriero:

Sorella mia e, nel contempo, mia dilettissima sposa,

come tu giustamente sostenevi, è Venere che

spalleggia i troiani, i quali peraltro in guerra non mostrano

speciale destrezza, o ardimento, o sprezzo del pericolo […].

Se mi si chiede un rinvio alla morte imminente, una pausa

per un giovane in fin di vita, e tu vuoi che io ratifichi questo,

d’accordo: sottrai con la fuga Turno al destino che incombe.

Così, Giunone, travestita da Enea, allontana Turno dalla mischia in modo che possa sottrarlo alla morte incombente. Istigato da Giove, invece, Mesenzio subentra all’ardore militare di Turno e, senza temere l’assalto di alcuno, in posa di «una scogliera protesa sulla distesa del mare», abbatte molti troiani. Avvistatolo da lontano, Enea si muove contro Mesenzio, arrivando quasi ad ucciderlo: una lancia gli trafigge la corazza, finché il figlio Lauso, mosso dall’amore per il padre, non corre in suo soccorso. Virgilio sottolinea la prodezza e la pietas di questo ragazzo, che sacrifica la sua vita per salvare il padre:

E qui non tacerò della tua morte atroce,

delle tue prodezze, di te, ragazzo indimenticabile,

se a così grande impresa potranno i posteri credere.

Mesenzio, ormai inerte, cerca di estrarre la lancia dallo scudo. Enea vuole sferrargli il colpo definitivo, quando il figlio Lauso si frappone. L’eroe troiano «affonda la lama assassina, in pieno petto al ragazzo». La tunica, intessuta dalla madre, si inzuppa di sangue e l’anima lascia il corpo.

Alla vista della morte di Lauso, Enea è preso da un lancinante senso di commiserazione. «La pietà gli strappa un gemito fondo, tende la mano,/ e gli si stringe il cuore al pensiero dell’amore di un padre». Enea dà voce a Virgilio in questi versi, scoprendo la sostanziale fratellanza di tutti gli esseri umani, al di là di ogni distinzione di popolo o di schieramento militare. Mosso da pietà, Enea gli lascia le armi, lo rende ai suoi Mani e «alle ceneri dei suoi padri». Lo solleva poi da terra, ove il sangue che fuoriesce gli «deturpa i capelli tagliati alla moda». Questa nota dei capelli del giovane, lungi dall’essere uno sterile dettaglio, diviene un grido lancinante dell’ingiustizia che attraversa il mondo per cui si possa morire così giovani, in modo brutale, quando ancora il tuo animo anela in maniera totale ad un compimento e all’assaporamento di una gioia maggiore.

Duemila anni più tardi, dalla trincea, un altro poeta, quell’Ungaretti che era partito volontario per la guerra, pronuncerà la parola «fratelli» con trepidazione per la paura di trovarsi davanti ad un nemico. Questa parola, esclamata spontaneamente, è una reazione impulsiva dinanzi all’orrore della guerra e alla disumanità dell’assassinio di altri uomini.

Il padre Mesenzio, che cerca di bloccare il flusso del sangue con l’acqua del Tevere, pieno di brama di aver notizie del figlio, quando vede il corpo di Lauso portato dai compagni, gli si getta sopra e proferisce questo sterile lamento:

Tanta smania di vivere mi possedeva, figlio,

da consentir che al mio posto ti immolassi al nemico tu,

creatura mia? È così? Io, padre, mi salvo per queste ferite,

e vivo della tua morte? Ora sì, disgraziato, lo sento

tutto il dolore dell’esilio: questo è il colpo di grazia.

Alzatosi sull’arto ferito, Mesenzio parla al cavallo, suo unico orgoglio rimasto, col quale ha vinto tante battaglie, confessando di aver vissuto già a lungo (la parola «a lungo» si addice ai mortali). Sale in groppa al cavallo, pieno di vergogna, d’ira e di follia. Chiama a battaglia Enea, senza più alcuna paura di morire, ora che ha perso il figlio. Scaglia contro l’eroe troiano una lancia, poi un’altra, infine un’altra ancora. Enea riesce a parare i colpi. Infine, scaraventa l’asta contro le tempie del cavallo, che cade sopra Mesenzio, disarcionato. Prima di essere ucciso da Enea, Mesenzio chiede come ultima volontà di essere seppellito a fianco del figlio: «si qua est victis venia hostibus» ovvero «se esiste una qualche pietà per i nemici vinti».

 

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