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La Pasqua di Pell, l’uomo di Dio che ha a cuore l’Italia

Dopo 404 giorni di ingiusta detenzione, il cardinale Pell ha potuto celebrare la Santa Messa. Dalle foto inviate da suoi amici alla Nuova BQ, appare sereno. Il suo primo pensiero pubblico, da libero, è stato per l’Italia, sia per i morti da Covid che per i vivi: «Appoggiatevi a Dio». E ora si spera che il suo caso aiuti a fare luce sulle falle della giustizia australiana.
- «È IL RISORTO LA RISPOSTA ALLA SOFFERENZA», di George Pell

La libertà è arrivata in occasione della festa più antica e più importante della cristianità. Dopo più di un anno di ingiusta detenzione, il cardinale George Pell ha trascorso la sua prima Pasqua da uomo libero nel Seminario del Buon Pastore di Homebush. In questo edificio, situato nel sobborgo occidentale di Sydney, aveva già vissuto dopo essere tornato in Australia per affrontare l’odissea giudiziaria che si è conclusa una settimana fa.

Grande è stata la gioia per essere tornato a celebrare la Santa Messa, sebbene in un momento in cui a tantissimi fedeli in tutto il mondo è tolta la possibilità di parteciparvi personalmente. Chi sta vivendo questa dolorosa situazione può rendersi conto della sofferenza provata da questo prelato quasi ottantenne, detenuto in isolamento a seguito di tre sentenze sbagliate (clicca qui), costretto a non poter celebrare per più di 400 giorni. Il porporato è dimagrito ma sta bene. Ed è - parzialmente, vista l’emergenza da Coronavirus - tornato alla normalità anche per i piccoli gesti della vita ordinaria, come il primo taglio di capelli dopo la scarcerazione.

La Nuova Bussola Quotidiana pubblica alcune foto inviateci dai suoi amici che lo ritraggono all’interno del Seminario di Homebush: come si può vedere, ha lo sguardo sereno e ha potuto di nuovo indossare la sua talare filettata da cardinale. Una volta liberato, il primo pensiero pubblico dell’ex arcivescovo di Sidney è stato per l’Italia. Pell ha realizzato un videomessaggio in italiano, poi diffuso da News Mediaset, nel quale ha confessato di aver pensato molto a quanto stava accadendo nel suo “Paese d’adozione” durante il suo periodo di detenzione. Parole toccanti per i morti causati dall’epidemia e un invito ai vivi, di attingere “nuova forza e conforto dal Signore risorto” perché Lui “è vicino a tutti coloro che soffrono, a coloro che sono malati e sofferenti, a coloro che sono stati falsamente accusati, e in particolare a coloro che sono soli”. “Appoggiatevi a Lui. Avvicinati a Lui. Per il Signore, non esiste qualcosa come il distanziamento sociale”, ha detto l’ex tesoriere del Vaticano nel suo italiano ancora buono.

Così come aveva fatto durante la sua prigionia, anche nei giorni di festività pasquale il cardinale si è dimostrato una penna instancabile e ha redatto un messaggio di auguri pubblicato dal The Australian (vedi qui la nostra traduzione integrale).

Dopo l’intervista rilasciata a Ed Condon per la testata online Catholic News Agency, il cardinale apparirà in video in un’intervista esclusiva concessa ad Andrew Bolt, giornalista di Sky News Australia ed editorialista per The Herald Sun. Bolt è stato uno dei più attivi sostenitori dell’innocenza di Pell, autore di inchieste che hanno contribuito a fare chiarezza tra l’opinione pubblica internazionale sulle tante falle del sistema giudiziario. C’è grande curiosità per le dichiarazioni che farà Pell: in Australia, infatti, quei giornalisti e opinionisti che hanno strenuamente contestato le precedenti sentenze di condanna stanno sollevando in questi giorni il tema dell’affidabilità del sistema giudiziario nazionale alla luce della clamorosa ingiustizia subita dal porporato. Come detto dal cardinale in risposta alla prima guardia carceraria incontrata dopo la notizia dell’assoluzione, il verdetto dell’Alta Corte non è stato un miracolo ma soltanto giustizia.

Nel Paese oceanico, ora, sono finite nel mirino di una parte della stampa le modalità d’investigazione portate avanti dalla polizia di Victoria - in passato non estranea a scandali - che finora aveva accusato Pell di 26 reati ai danni di nove persone. Tutte accuse cadute nel vuoto, come ha ricordato Bolt in un editoriale nel quale ha puntato il dito contro Graham Ashton, il commissario capo protagonista di ripetuti annunci-show di incriminazioni ai danni del porporato, poi rivelatesi dei flop.

Il perdono del prelato al suo anonimo accusatore non deve trasformarsi in un colpo di spugna in grado di cancellare le colpe di tutto quell’apparato investigativo-giudiziario che non ha funzionato e che ha fatto perdere la libertà per oltre un anno a un uomo innocente: questo è il senso dei numerosi appelli fatti in questi giorni da firme prestigiose come, ad esempio, Paul Kelly e Miranda Devine. Quest’ultima, in particolare, nel giorno della condanna in primo grado era stata vittima di una campagna d’odio violentissima sui social perché non aveva voluto rinnegare il suo supporto alla causa innocentista. E chissà se materiale interessante sulle responsabilità dei grandi sconfitti di quello che è stato ribattezzato il “caso Dreyfus australiano” uscirà dalle centinaia di documenti Word redatti dall’ex tesoriere del Vaticano durante la sua permanenza in carcere e che potrebbero presto finire in un libro.

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