• GIORNALISMO

La macchina del fango

Considerando il vuoto politico e l'agonia dei partiti, i giornali sono ormai diventati i principali attori politici. Tradendo però la propria vocazione professionale. Spesso i giornalisti che si occupano di politica e di giustizia lo fanno come militanti di partito, stravolgendo i corretti canoni di acquisizione delle notizie.

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Abbiamo fatto il callo alle ipocrisie di certo giornalismo manicheo, di destra e di sinistra, che vive di spionaggio dal buco della serratura e indottrina da decenni gli ingenui e sprovveduti lettori, guidandoli in modo cieco verso il perverso e diseducativo traguardo della completa disinformazione. I giornalisti, stando alle leggi professionali e ai codici deontologici che loro stessi si sono dati per rendere credibile il lavoro che fanno, dovrebbero anzitutto dare le notizie, in modo neutrale, imparziale, mettendo al primo posto l’interesse pubblico. Solo in seconda battuta sono liberi di esercitare il loro diritto di critica, esprimendo opinioni, giudizi, traendo conclusioni sulla base delle informazioni raccolte, accreditando una tesi, un punto di vista, una chiave di lettura. Confondere il diritto di critica con il diritto-dovere di informare, spacciare per notizie oggettive elementi dedotti con uno spirito pregiudizialmente di parte equivale ad abdicare ad ogni missione informativa. Ed è quello che succede a quasi tutti i giornalisti che, sui quotidiani più importanti, si occupano di politica e di giustizia (e non solo). Lo fanno come militanti di partito, assecondando in modo supino e acritico le strategie del proprio editore, stravolgendo i corretti canoni di acquisizione delle notizie. Loro non sono aperti in modo intellettualmente onesto alla realtà ma cercano nella realtà conferma alle proprie tesi di parte per poterle amplificare dalle colonne del proprio giornale. E questo avviene a destra e sinistra. 

Considerato il vuoto politico ventennale e l’agonia dei partiti, i principali quotidiani sono diventati i veri attori politici. Solo in un Paese come il nostro può succedere che un giornale come il Corriere della Sera, dominato da un patto di sindacato tra poteri bancari e industriali, dia la sveglia alla Cassazione per sollecitare l’anticipo di una sentenza su reati a rischio prescrizione. E accade spesso che i media calpestino i diritti di un indagato, sparando in prima pagina notizie di avvisi di garanzia o di iniziative giudiziarie all’insaputa dei protagonisti. Il “giallo kazako” di queste ore (espulsione dall’Italia, a fine maggio, di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov e della figlia Alua) ripropone due antichi vizi del giornalismo italiano: la partigianeria e la tecnica della “disinformazione per diversione”.

Partiamo da quest’ultima. Il “giallo kazako”, che rischia di travolgere l’intero governo e non solo i ministri dell’interno e degli esteri, è scoppiato con oltre un mese di ritardo rispetto ai fatti. Perché soltanto adesso? Non sarà mica che questa vicenda serve a spegnere i riflettori mediatici su altre polemiche roventi (e scomode per il Pd) come quella sugli F35 o sul Monte dei Paschi di Siena o sulle divisioni tra renziani e lettiani o sugli imbarazzi di ampi settori della sinistra che sotto sotto non vogliono eliminare per via giudiziaria Berlusconi, timorosi delle conseguenze che ciò potrebbe avere anche sui loro destini politici? Distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica per concentrarla su altro è da sempre un’efficace tecnica di comunicazione. Quante vicende per giorni e giorni saturano gli spazi mediatici e poi evaporano dall’oggi al domani senza che nessuno più ne parli? 

Ma il cancro più devastante per la credibilità dell’informazione rimane la faziosità preconcetta. Il “caso Mesiano” ha fatto scuola. Il giudice della sentenza Mondadori, qualche anno fa, fu messo alla berlina da “Mattino cinque” (Mediaset) per il colore dei suoi calzini e le sue stravaganze nel vestiario, quasi che da tali particolari potesse dedursi una sua scarsa affidabilità nel pronunciare sentenze. A pagare per quella scorrettezza deontologica fu il direttore Claudio Brachino, con la sospensione di due mesi dalla professione. Alcuni articoli pubblicati nei giorni scorsi sul Giornale (e anche su Libero), a proposito delle sentenze ai danni di Silvio Berlusconi, si soffermano ancora una volta su elementi della vita privata dei magistrati coinvolti, al fine di screditarne l’immagine. In verità un certo accanimento nei confronti del leader del centro-destra da parte di alcune procure lo si può agevolmente dedurre analizzando gli atti, le carte, i comportamenti di certi magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. Non vi sarebbe da scomodare le loro abitudini extraprofessionali. Eppure taluni giornalisti non resistono a quella tentazione.

Guai, però, a sottovalutare un fango mediatico ben più avvilente e deprimente come quello usato fin dalla sua nascita dal quotidiano La Repubblica. A proposito del “giallo kazako”, il quotidiano diretto da Ezio Mauro, oltre che, prevedibilmente, chiedere le dimissioni del ministro Alfano (e non, guarda caso, della Bonino, che si ritrova ministro senza essere stata votata alle scorse elezioni e senza alcuna legittimazione popolare), si esercita nella dietrologia più becera, inserendo nel titolo di apertura la notizia (notizia?!) che il presidente kazako Nazarbaev era stato in vacanza a San Teodoro, in Sardegna, ospite di un amico di Berlusconi. Di qui le solite illazioni: l’ex premier sarebbe intervenuto per suggerire l’espulsione della moglie e della figlia del dissidente Ablyazov solo per fare un  favore a Nazarbaev. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Il proprietario della villa nella quale Nazarbaev ha trascorso le sue vacanze è un commercialista noto e, oltre che essere amico di Berlusconi, è amico di tanti altri politici e personaggi di tutte le estrazioni politiche e culturali. Vivendo a Milano, ha affidato da tempo l’immobile ad un’agenzia del luogo, che ha come unico compito quello di trovare vacanzieri interessati a soggiornarvi, siano essi personaggi noti o semplici turisti. Che c’entra tutto questo con Berlusconi? Perché quest’ossessione di voler ricondurre tutto a lui, sempre e comunque? Cui prodest? Ai soliti noti, al “partito di Repubblica”, che semina odio a senso unico e spaccia per scoop attacchi predeterminati da dare in pasto a una platea di indemoniati anti-berlusconiani. 

E lo chiamano giornalismo…