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La lotta al razzismo uccide i neri: è campagna elettorale

Città americane distrutte, incendi, rivolte: mentre la stampa dipinge gli Antifa e i "Black Lives Matter" come pacifici, i manifestanti sparano ai neri che supportano Trump. In un clima elettorale infuocato il presidente accusa la stampa e i politici di omertà e collaborazione con i criminali, mentre sorge il sospetto di possibili "morti elettorali".

È in questo episodio di cronaca nera che emerge il volto di quella che ormai è una vera e propria guerriglia urbana fatta di proteste che con la scusa della lotta al razzismo stanno di fatto dettando il metodo della campagna elettorale democratica. La più violenta della storia degli Stati Uniti.

Non a caso, settimana scorsa un uomo di colore è stato assassinato non da un cattivo poliziotto bianco bensì da chi non può tollerare alcun segno di supporto al presidente degli Stati Uniti, soprattutto se unito all’amore per la fede cristiana che ha plasmato il volto degli Stati Uniti d’America: Bernell Tremmell era infatti un uomo di 60 anni conosciuto dalla città di Milwaukee abituata a vederlo sul ciglio della strada dove esponeva cartelli a favore della rielezione di Trump affiancati ad altri con citazioni bibliche legate alla guerra epocale fra bene e male.

Tremmell era sicuramente eccentrico nell'esternare le proprie idee ma era molto amato dalla gente che lo ha definito «gentile, amorevole e senza paura di esprimere la propria opinione». Un suo conoscente, Dick Nelson, ha dichiarato a Fox5 che «quell’uomo era semplicemente pieno di amore». Un altro residente nel quartiere, Adebisi Agoro, ne ha parlato come di «una figura della nostra comunità. Lo rispettavo solo per il fatto che aveva una posizione».

Una donna, Janette Island, ha parlato di lui come di «un uomo eccezionale. Non intendeva fare del male a nessuno». Perciò, in seguito alla sparatoria, i suoi amici si sono detti preoccupati del fatto che l’omicidio possa essere avvenuto a causa delle posizioni politiche e religiose espresse da Tremmell.

Anche a Portland, dove da otto settimane la città è in preda ai disordini delle rivolte, David Hampe, un membro dell'Antifa già condannato per pedofilia, ha accoltellato un sostenitore nero di Trump che si fa chiamare "ribelle nero” per le sue accuse ad un movimento che poco ha a che fare con la non discriminazione. La grande citta dell’Oregon è stata devastata dai membri dell’Antifa che, completamente armati, hanno persino tentato di bruciare un tribunale, tanto che la polizia ha arrestato almeno 26 persone in possesso di molotov e di fucili.

Ma le rivolte sanguinose stanno dilagando ovunque: a Chicago più di 54 persone hanno subìto attentati alla vita, mentre due sono morte. A Seattle continuano da giorni gli attacchi agli edifici pubblici ma anche privati, mentre nel distretto di polizia cittadino è scoppiato un incendio (21 agenti che provavano a difendersi sono rimasti feriti per il lancio di bottiglie e di esplosivi). A Denver (Colorado), durante una sparatoria, sono state ferite due persone dopo che altre su una jeep sono scappate dalla folla di manifestanti. Ad Austin un manifestante di nome Garret Foster è stato ucciso. L’uomo era in possesso di un fucile (AK-47) e quando insieme ad altri manifestanti si è avvicinato al veicolo puntando il fucile contro l’automobilista, questo ha reagito sparando.

Ma nulla di tutto ciò (potete visionare i video qui) viene riportato dai principali giornali e tv. Per questo Trump ha denunciato «i media che diffondono “fake news”» e che «stanno cercando di rappresentare i "manifestanti" di Portland e Seattle come persone meravigliose, dolci e innocenti...Quando in realtà, sono anarchici e sobillatori».

È in uno scenario tale che si sta indagando sulla morte di un professore conservatore dell’università della North Carolina. Mike Adams, 55 anni, trovato in casa sua privo di vita, aveva non pochi seguaci ed era noto per le sue proteste sui giornali, via web e durante convegni e lezioni contro l’aborto e ultimamente contro le misure illiberali adottate dal governatore dello Stato Roy Cooper durante la pandemia. Le ragioni del decesso non sono ancora state accertate ed è probabile che siano avvenute per cause naturali, ma il fatto che si possa sospettare altrimenti la dice lunga sul clima sociale che si sta creando nel paese. Anche con la complicità dei mezzi di comunicazione e dei politici democratici che pur di attaccare l’amministrazione federale giustificano (quindi legittimano) crimini e rivolte sanguinose.

Proteste che non hanno nulla a che fare con lo slogan “black lives matter” mentre ne hanno molto con il “Dump Trump”.