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La guerra vista dall'Africa, un continente diviso

Dei 52 Stati che all’Onu non hanno condannato l’invasione russa dell’Ucraina, 26 – la metà – sono africani. Anche se pochi se ne interessano. Il Sudafrica, potenza africana astenuta, è chiaramente schierata con la Russia. Dal Centrafrica, volontari per combattere assieme ai "fratelli russi", ma dalla maggior parte dei Paesi si parte per combattere fra le file degli ucraini. 

Manifestazione in Sud Africa pro Ucraina

Si combatte in Europa. Le Nazioni Unite hanno chiesto ai 193 Stati membri di prendere posizione ricorrendo a uno strumento finora usato molto di rado. Si tratta della Sessione plenaria speciale di emergenza dell’Assemblea Generale che, dalla fondazione dell’Onu nel 1945, era stata convocata solo dieci volte (due delle quali in seguito a un atto aggressivo dell’Unione Sovietica: l’invasione dell’Ungheria, nel 1956, e quella dell’Afghanistan, nel 1980). Come si ricorderà, l’11a sessione si è conclusa il 1° marzo mettendo al voto una risoluzione che intimava alla Russia di ritirare “immediatamente, totalmente e incondizionatamente” i suoi militari. 35 Stati si sono astenuti, cinque hanno votato contro, 12 non hanno votato: in tutto 52 paesi.

Da allora i mass media italiani si sono concentrati sulle reazioni e sui passi intrapresi da Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e paesi UE, dedicando assai poca attenzione a come il resto del mondo guarda alla guerra e ne risente. Men che meno si parla delle ripercussioni in Africa. Ma, dei 52 Stati che all’Onu non hanno condannato l’invasione russa dell’Ucraina, 26 – la metà – sono africani. L’Eritrea ha votato contro la risoluzione, 17 Paesi si sono astenuti e otto non hanno partecipato al voto: in totale, quasi metà dei 54 stati del continente. Nell’elenco figurano tra gli altri Mali, Repubblica Centrafricana e Sudan, dove sono presenti i mercenari russi del gruppo Wagner;  Algeria, Angola, Uganda e diversi paesi che con la Russia hanno stipulato accordi di cooperazione militare.

Nei giorni successivi le posizioni degli stati africani si sono ulteriormente definite. Il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin-Archange Touadéra ha autorizzato una manifestazione di solidarietà con la Russia nella capitale Bangui e ha ribadito il sostegno alla decisione di Vladimir Putin di riconoscere come stati indipendenti le regioni ucraine del Donetsk e del Lugansk. Il Kenya invece, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha confermato con fermezza la sua opposizione alla Russia, già espressa in Consiglio. Inoltre il portavoce dell’ufficio di presidenza, Kanze Dena, il 17 marzo nel corso di una conferenza stampa ha deplorato gli effetti della guerra sul costo della vita nel suo e in molti altri paesi, incolpandone Mosca. L’ambasciata russa a Nairobi ha replicato dicendo che non l’invasione dell’Ucraina, ma le sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e loro alleati sono all’origine dell’aumento della benzina e dei generi alimentari.

Il generale Muhoozi Kainerugaba, figlio e probabile successore dell’ormai anziano presidente Yoweri Museveni, era stato il primo alto ufficiale militare africano a dichiarare il proprio sostegno alla Russia, “come la maggior parte dell’umanità, che non è bianca”. In segno di solidarietà l’emittente televisiva Ubctv Uganda dal 3 marzo trasmette i programmi del canale di stato russo Russia Today che è stato censurato da numerose televisioni nel mondo.

Anche il Sudafrica, altro paese astenutosi il 1° marzo, ha poi preso apertamente le parti della Russia. Il presidente Cyril Ramaphosa, dopo aver seccamente smentito il suo ministro degli esteri Naledi Pandor che in un comunicato aveva chiesto il ritiro di Mosca dall’Ucraina, il 17 marzo ha accusato la NATO di aver scatenato la guerra in Ucraina. Pur non approvando l’uso della forza, “la guerra sarebbe stata evitata – ha dichiarato – se la NATO avesse ascoltato i suoi stessi leader e militari che nel corso degli anni hanno avvertito che una espansione verso est avrebbe accresciuto, non ridotto, l’instabilità nella regione”. Il suo predecessore, Jacob Zuma, tuttora tra i leader del partito di governo, l’Anc, si è spinto oltre. La sua fondazione ha diffuso un comunicato in cui si definisce “giustificabile” la decisione di Putin.

Il Sudafrica è una delle maggiori potenze del continente africano e, come la Russia, fa parte del gruppo dei Brics, i Paesi emergenti (gli altri sono Brasile, India e Cina). La sua posizione è quindi particolarmente importante. L’11 marzo Ramaphosa aveva detto di aver ricevuto la richiesta di assumere il ruolo di mediatore nel conflitto, senza precisare da chi. Ma il marcato schieramento in favore della Russia rende improponibile affidare un simile compito al Sudafrica. 

Tra i Paesi che invece non hanno partecipato al voto del 1° marzo c’è l’Etiopia. L’ambasciata russa ad Addis Abeba ha ringraziato i cittadini etiopi per “il loro sostegno nella lotta al nazismo” aggiungendo che “le truppe russe stanno liberando l’Ucraina”. L’ambasciata tedesca in Etiopia ha replicato che il pretesto di combattere il nazismo è “il triste epitome del cinismo e della disinformazione. Questa guerra non è contro il nazismo (qualcosa che ci è tristemente familiare). È una guerra per salvare democrazia, libertà di stampa e la voce della popolazione”. Ma l’Etiopia ha un debito nei confronti della Russia che l’ha sostenuta al Consiglio di Sicurezza durante la crisi del Tigray e ha accolto positivamente il comunicato dell’ambasciata russa.

I Paesi africani sono divisi sulla guerra. Lo sono anche i loro abitanti. Ma molti, forse la maggior parte, sono più interessati alle sorti delle guerre che si combattono nel loro continente, che riguardano almeno 16 stati e coinvolgono decine di milioni di persone.

Sembra tuttavia che centinaia, forse migliaia di giovani africani siano desiderosi di partire per andare a combattere la guerra in Europa. Nella Repubblica Centrafricana dei militari vorrebbero unirsi ai “fratelli russi”. Ma nella maggior parte dei Paesi – Nigeria, Kenya, Senegal, Sudafrica, Algeria… – la richiesta è di partire come volontari o come mercenari per difendere l’Ucraina e i governi hanno diffidato le ambasciate ucraine dal reclutare e concedere visti.

Come i connazionali che emigrano illegalmente affidandosi a organizzazioni criminali di trafficanti, forse anche quei giovani sperano assurdamente in un futuro migliore in Europa, sebbene in guerra. “Il mio governo non mi permette di andare – ha detto alla Bbc un ragazzo algerino di 28 anni – ho provato a scrivere al ministero degli esteri. Non mi hanno risposto, ma tenterò di nuovo”. “Sappiamo che c’è la guerra – ha spiegato, sempre alla Bbc, un giovane nigeriano laureato in filosofia – ma essere un soldato in Ucraina sarebbe meglio che stare qui. Probabilmente mi sarebbe consentito di rimanere in Ucraina, alla fine della guerra. Inoltre sarei un eroe e avrei innegabilmente combattuto contro un nemico”.

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