La Fraternità San Pio X fa ricorso, ma le scomuniche restano
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I vescovi lefebvriani erano stati consacrati dichiarando priva di valore qualsiasi condanna, ora chiedono a Roma di rimangiarsi il decreto. Ma la scomunica latae sententiae decorre prima e a prescindere dalla relativa sentenza. Le conseguenze sono incerte, è palese invece la contraddizione sull'autorità petrina riconosciuta sì, ma solo per agire contro di essa.
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La notizia, ormai di dominio pubblico, è chiara: il 13 luglio scorso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato di aver presentato un ricorso amministrativo preliminare contro il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio, che dichiarava la scomunica latæ sententiæ dei sei vescovi della FSSPX. Questo ricorso, detto anche “richiesta” o “rimostranza”, necessario prima di presentare un ricorso gerarchico, ha lo scopo di mettere a conoscenza l’autorità che ha emanato l’atto di eventuali errori presenti nel proprio atto, così da poterlo correggere, riformulare, integrare o persino annullare.
Non così chiare sono invece le conseguenze di questo ricorso. La Casa generalizia di Menzingen si è affrettata a scrivere nel proprio comunicato, forse per tranquillizzare la coscienza in subbuglio di qualche fedele, che tale ricorso preliminare «ha l'effetto di sospendere l'esecuzione del decreto, conformemente al can. 1353 del Codice di Diritto Canonico». E così su giornali e siti d’informazione si è diffusa l’idea che le scomuniche sono sospese: tutti amici come prima.
Le cose però non stanno proprio così. Perché le scomuniche che colpiscono cinque dei sei vescovi riguardano il canone 1387, per aver consacrato ed essere stati consacrati vescovi senza mandato pontificio. Si tratta dunque di scomuniche latæ sententiæ, che decorrono non appena l’atto è stato compiuto. Questo significa che le scomuniche precedono il decreto con cui vengono semplicemente dichiarate dall’autorità competente, perché sono legate appunto all’atto compiuto, non ad una sentenza. Un atto inequivocabile, pubblico, compiuto davanti a migliaia di persone e trasmesso in tutto il mondo.
La Sede Apostolica ha peraltro già respinto la motivazione dello “stato di necessità”, che la Fraternità continua ad esibire, quando, il 24 agosto 1996, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi spiegava che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di “servire” la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità».
Pertanto quelle scomuniche restano “attive”. A poter essere impugnato è infatti solo il decreto che dichiara le pene, non le pene stesse, perché non è stato il decreto a imporre la scomunica (così che sospeso il decreto è sospesa anche la censura imposta), ma l’atto compiuto dai vescovi. Il decreto ha semplicemente dichiarato quanto accaduto.
Il Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha trenta giorni di tempo per prendere posizione, potrà non rispondere al ricorso preliminare (e allora la FSSPX potrà proseguire con il ricorso gerarchico), oppure apportare correzioni al decreto, o semplicemente confermare la propria interpretazione del diritto. Ma questo non cambierà nulla riguardo alle scomuniche, che potranno essere rimosse solo dalla Santa Sede, una volta che ci siano segnali di pentimento. Il Dicastero potrebbe anche scegliere la strada di chiedere al Papa l’approvazione in forma specifica ed in tale caso la FSSPX non potrà fare alcun ricorso gerarchico, perché un atto del Papa è inappellabile.
Un’altra questione riguarda il soggetto che ha presentato il ricorso. Stando al comunicato, questo soggetto sembra essere la FSSPX. Non conoscendo il testo, dobbiamo procedere necessariamente per ipotesi; ma se così fosse, il ricorso potrebbe essere respinto dal Dicastero per la semplice ragione che la Fraternità non gode di alcuna personalità giuridica nella Chiesa. Essa esisteva come pia unione di fedeli ad experimentum (per sei anni), eretta il 1° novembre 1970 dal vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, mons. François Charriere, e soppressa dallo stesso il 6 maggio 1975. Da quel momento la FSSPX cessa di esistere giuridicamente per la Chiesa, e pertanto un soggetto inesistente non può presentare un ricorso. Cosa che invece possono fare i singoli vescovi coinvolti.
Posti tutti questi chiarimenti, non può passare inosservato questo fatto curioso. Nella dichiarazione letta il 1° luglio al posto del mandato apostolico, la FSSPX affermava «che qualsiasi pena o condanna mossa contro questo atto [di consacrazione episcopale] non ha alcun valore». Dunque decretava di ritenere nullo qualunque provvedimento sarebbe giunto dalla Sede apostolica. Il 6 luglio, dunque dopo la dichiarazione delle scomuniche, pubblicava sul proprio sito un lungo articolo che rigettava nel dettaglio ogni singola affermazione del decreto e della nota esplicativa: nessuno è scomunicato, i sacramenti amministrati sono tutti legittimi, confessione e matrimonio sono validi. Il 9 luglio, stessa musica: niente scisma, niente scomuniche, niente sacramenti illegittimi o invalidi.
Dunque, quella FSSPX che ha già stabilito che nessuna sanzione proveniente dalla Santa Sede contro di lei dev’essere considerata valida, che nessuna dichiarazione nei suoi confronti ha valore, che nei suoi confronti non si applica il canone relativo alle consacrazioni senza mandato, adesso presenta un ricorso amministrativo a norma del diritto «in spirito di rispetto verso l'autorità ecclesiastica e di fedele attaccamento alla giustizia, alla verità e al bene della Chiesa». Va da sé che se quella rispettabile autorità dovesse, com’è probabile, confermare le sanzioni, allora essa non dev’essere seguita. Ovviamente, con tutto il rispetto.
Anche per le consacrazioni del 1° luglio, la FSSPX vantava la sua deferenza verso la Sede apostolica per aver inviato a Roma i dossier relativi ai nuovi quattro vescovi, come avviene per prassi, segno del proprio attaccamento al successore di Pietro. Peccato però che ciò avviene precisamente perché è il Romano pontefice ad avere il diritto, in forza del primato, di scegliere i vescovi da consacrare, se concedere il mandato o rifiutarlo, mentre invece la Fraternità aveva messo il Papa di fronte a decisioni già prese e non ritrattabili.
Don Davide Pagliarani, che con tanto zelo, nell’omelia in occasione delle consacrazioni, si stracciava le vesti per esprimere il suo amore al papato e il suo sdegno per «l’umiliazione del Papa», non si fa troppi scrupoli nel prendere decisioni che suonano come una presa per il naso della Sede apostolica; per la serie: noi vi riconosciamo a parole, ma si fa comunque come diciamo noi. Nessuna sorpresa: è la prosecuzione di quella “logica” sofistica per cui non si è scismatici perché si nomina il papa nel Canone, si mette la sua foto in sacristia, si prega per lui, e adesso – udite, udite – si fa persino un ricorso canonico, che è la prova provata del fatto che riconosciamo l’autorità del papa. Ma poi si agisce abitualmente senza tenere conto della sua autorità. A parole si difende il primato di Pietro, nei fatti lo si nega sistematicamente; non si resiste ad eventuali ordini contro la legge di Dio, ma ci si sottrae sistematicamente alla sua autorità.
È la quintessenza di quella divaricazione tra fede professata e fede praticata che richiama alla memoria il pontificato di papa Francesco. Alla fine Pagliarani e Bergoglio non sono così lontani.
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