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JIHAD

La Francia a un anno dal martirio di Padre Jacques

Un anno fa due jihadisti assassinavano in Francia, a Saint Etienne de Rouvray, padre Jacques Hamel. Rifiutandosi di rinnegare Cristo, morì pronunciando le sue ultime parole di accusa al Male: "Vattene Satana!" E' in corso il processo per la sua beatificazione. In un anno cosa è cambiato in Francia? Purtroppo poco: non si è ancora voluta comprendere la radice del male jihadista.

Editoriali 26_07_2017
Padre Jacques Hamel

Il 26 luglio 2016, due jihadisti reclutati via Internet dai propagandisti dello Stato Islamico, conquistati attraverso il canale di informazione jihadista “Sciabola di Luce”, molto attivo sui social network, si recano nella chiesa di Saint Etienne de Rouvray, un paesino della Normandia. Un anziano prete di 85 anni, padre Jacques Hamel, amico della locale comunità musulmana, stava celebrando la messa del mattino. I due jihadisti, giovanissimi, appena maggiorenni, “attenzionati” dalla polizia francese (uno dei due era in libertà vigilata), entrano con le armi in pugno e catturano quattro parrocchiani, fra cui due suore. Inizia l’assedio delle forze dell’ordine. Al massimo del loro furore suicida, i due terroristi obbligano padre Jacques a inginocchiarsi di fronte all’altare. Hamel non rinnega Cristo, anche se i suoi aguzzini lo minacciano di morte.

“Vattene Satana!” sono le ultime parole del sacerdote, pronunciate prima che la lama del jihadista gli squarciasse la gola. “Vattene Satana!”, lo riferiscono gli altri ostaggi sopravvissuti, lo ribadisce il vescovo di Rouen, monsignor Dominique Lebrun. Un attimo prima della morte, Jacques Hamel ha riconosciuto e accusato il Male. E’ stato ucciso in odio alla fede. Da aprile è aperto il processo per la sua beatificazione. E’ il primo martire cristiano in terra europea, nel XXI Secolo. Nella messa in suffragio per padre Jacques, Papa Francesco aveva già parlato di martirio. “Oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani dei primi tempi. Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati, perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia arriviamo fino al nostro padre Jaques. Lui fa parte di questa catena di martiri, cristiani che oggi soffrono il carcere o la morte o le torture per non rinnegare Gesù Cristo e fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione”. Una crudeltà “che chiede l’apostasia - sottolineava Papa Bergoglio - è satanica! Quanto piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: uccidere nel nome di Dio è satanico!”. Padre Jacques Hamel è stato ucciso “sulla croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della croce di Cristo. Uomo buono, mite, di fratellanza, che sempre cercava di fare la pace, è stato assassinato come se fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione. Quest’uomo ha accettato il suo martirio con Cristo sull’altare. Mi fa pensare tanto il fatto che nel momento difficile che viveva, la tragedia che vedeva venire, quest’uomo buono non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome di questo assassino. Ha detto chiaramente: ‘Vattene Satana!’. Ha dato la vita per noi, per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare. E da lì ha accusato l’autore della persecuzione, vattene Satana!”

A un anno di distanza dal martirio di Jacques Hamel, come è cambiata la Francia? Il suo sacrificio sarà ricordato oggi dalle massime cariche religiose e civili. L’arcivescovo di Rouen celebrerà la messa del mattino nella chiesa di Saint-Etienne. Saranno presenti il presidente della repubblica Emmanuel Macron, il ministro degli Interni, i membri della comunità musulmana locale e rappresentanti del Consiglio francese del culto musulmano. Ma al di là dell’aspetto celebrativo, la Francia deve ancora fare i conti con lo stesso problema jihadista di allora. Il terrorismo non è affatto finito. Gli attacchi, riusciti e sventati, continuano. Non è solo un problema di inefficienza di intelligence. E' un sistematico rifiuto di comprendere fino in fondo la radice religiosa del jihadismo. Ci si trincera sempre dietro categorie sociali o economiche, per spiegare la causa della violenza.

Le autorità religiose, sia musulmane che cattoliche, affermano che da allora ci sia più comunione di intenti fra religioni. Eppure il radicalismo cresce, nella comunità musulmana. Secondo le stime più prudenti gli elementi radicalizzati sono almeno 11mila, secondo quelle più pessimiste (che includono tutti i fondamentalisti) sono 22mila. Un esercito. La spiegazione tipica la fornisce Catherine Field, giornalista con base a Parigi, laureata in Scienze religiose all’Institut catholique di Parigi, esperta di sociologia e dialogo interreligioso: “Quel che non è cambiato – scrive su Asia News - sono le condizioni in cui si trovano in Francia i giovani musulmani che, in maggioranza maschi, vengono reclutati nel jihadismo. I servizi di intelligence dicono che la maggior parte, se non tutti, sono cresciuti in periferie degradate e piene di crimini - le ‘banlieues’ - all’esterno delle maggiori città, dove è alto il senso di discriminazione e la mancanza di prospettive di lavoro”.

Queste analisi dell'intelligence francese, tuttavia, cozzano contro altre realtà vicine. Perché se è vero che la propaganda jihadista francese, tedesca e dei paesi scandinavi fa leva sui giovani disoccupati e sradicati, nella vicina Olanda e nel Regno Unito, studi rispettivamente della Erasmus University di Rotterdam e della Queen Mary University di Londra, rivelano che l’Isis fa breccia soprattutto fra gli individui più istruiti, meglio integrati e benestanti nelle comunità musulmane. I classici parametri utilizzati dalla sociologia per analizzare il disagio nelle società occidentali, dunque, non riescono a cogliere fino in fondo l’origine del fenomeno jihadista, tantomeno a prevederne il futuro.

Come ricordava il filosofo e teologo egiziano padre Samir Khalil Samir, c’è una verità sconveniente che non si vuol pronunciare. Lo diceva proprio all’indomani dell’uccisione di padre Jacques: “Per il nostro secolo questo è un grande conflitto. Si deve anche avere il coraggio di dire anche che l’islam ha elementi di violenza nel Corano e nella vita di Maometto. Se invece si continua a dire che ‘l’islam è una religione di pace’, creiamo solo confusione e mistificazione”.