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SOLIDARIETÀ A SENSO UNICO

La Convenzione di Dublino spedisce i migranti sempre in Italia

Scade l’anno prossimo il regolamento che impone al Paese di approdo di farsi carico delle richieste di asilo. Attribuito al governo Berlusconi II, in realtà risale a Prodi e ad Andreotti, nel contesto dell’arrivo in massa di albanesi che aveva spinto l’Italia a cercare – inutilmente –  il soccorso europeo.

Attualità 10_11_2022

Con la rinnovata attenzione mediatica all’immigrazione illegale, legata ai primi provvedimenti del ministro Matteo Piantedosi, si sente puntare il dito contro il governo Berlusconi II  come responsabile di aver firmato per primo il Regolamento di Dublino, contenente il principio che lega il migrante al Paese di primo approdo. In realtà quello del governo Berlusconi nel 2003 fu solo un rinnovo. Il principio era già stato inserito nella Convenzione di Dublino che andò in vigore il 1° settembre 1997, sotto il primo governo Prodi (Ministro degli Interni Giorgio Napolitano) e la firma risaliva addirittura al 1990, ovvero all'ultimo governo di Giulio Andreotti, che  l’immigrazione l’affrontò in modo muscoloso.

L’anno dopo quella firma infatti cominciò un flusso continuo di clandestini dall’Albania, l’ultimo Paese a liberarsi del regime comunista dopo la caduta del muro, a cui il governo italiano reagì non solo con permessi di soggiorno ma anche bloccando  le navi all’imbocco del porto di Brindisi.  Al culmine della sfida, l’arrivo a Bari della famosa nave Vlora straripante di esseri umani, il Ministro Vincenzo Scotti, senza proclami, nel giro di sei giorni mise insieme un ponte aereo che in una sola notte  rimandò a casa 17.467 persone, impiegando 3 mila uomini e l'intera 46esima aerobrigata, coordinata con l'Alitalia.  Da notare che già allora, pur essendoci ancora la Comunità europea e non ancora l’Unione con autorità legislativa sovranazionale, l’Italia aveva cercato l’aiuto di Bruxelles, ma inutilmente. 

Sei anni dopo, altra spettacolare ondata di emigranti albanesi, scatenata dalla famosa truffa finanziaria delle «piramidi» che aveva rovinato mezzo milione di famiglie. L’Italia allora concluse un accordo bilaterale con l’Albania per attuare dall’aprile 1997 una sorta di blocco navale, in cui in cambio di aiuti materiali e finanziari le navi della Marina Militare italiane avrebbero abbordato le navi albanesi per ispezionarle e rispedire indietro eventuali clandestini. La nota tragedia in cui una motovedetta albanese carica di profughi andò a fondo, scontrandosi con una corvetta della marina militare italiana, era avvenuta tre giorni prima dell’andata in vigore dell’operazione concordata fra Roma e Tirana, la quale forse, facendo arrivare direttive chiare ai natanti, avrebbe potuto evitare la tragedia. In seguito già da quell’anno per gli immigrati non ci furono respingimenti immediati e i nuovi arrivati furono lasciati sostanzialmente sulle spalle delle Caritas e delle parrocchie, prevalentemente pugliesi e comasche.

In questo contesto si colloca l’entrata in vigore della Convenzione di Dublino, il 1 settembre 1997, che pone soprattutto sull’Italia, la più esposta per posizione geografica, l’onere di gestire i clandestini costantemente in arrivo dall’Africa, e di riprenderseli se rispediti dai Paesi in cui dovessero scappare (nel 2019 sono stati di più questi cosiddetti migranti “dublinanti” rimandati indietro da Germania, Francia ed Austria, dei migranti arrivati direttamente dai loro paesi.)

È il caso di chiarire un altro equivoco che circola riguardo all’immigrazione, ovvero quello dei numeri dell’accoglienza. Sono diverse le voci di questi tempi che si levano a sminuire il contributo dell’Italia alla crisi dell’immigrazione.  Per numero di rifugiati l’Italia non è al primo posto. Ma per rifugiati si intendono coloro che hanno superato con successo la procedura per ottenere asilo con lo status ufficiale di rifugiati, sulla base di una situazione comprovata di necessità di fuggire da guerre o altre problematiche. I clandestini che sbarcano sulle nostre coste meridionali sono prevalentemente migranti economici, quindi in genere fanno domanda d’asilo con scarse probabilità di ottenerlo. Nell’attesa però sono ospitati, curati e formati dall’Italia, e dopo due mesi hanno il diritto al lavoro. Il numero di tutti gli “irregolari” presenti in Italia, che non entrano nel computo dei rifugiati stilato dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati, UNHCR, è riportato sul “Cruscotto” quotidianamente aggiornato dal Ministero degli Interni.

Il Regolamento di Dublino, rinnovato e ampliato nel 2013 dal governo Letta (Ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge), scade l’anno prossimo. La Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha detto che verrà abolito, ma il nuovo sistema da lei descritto non mette affatto in discussione il principio del primo Paese di ingresso, e prevede solo una “solidarietà obbligatoria” senza quantificarla in quote obbligatorie di ricollocamento all’interno dell’Unione europea né in sanzioni per i Paesi che non contribuiscano a tale solidarietà.