• ECONOMIA

La beffa dei "ristori": copriranno appena il 7% delle perdite

Il prolungarsi di inutili lockdown sta producendo una catastrofe economica, a cui il governo risponde con le briciole: particolarmente colpiti i settori della ristorazione e i pubblici esercizi: 2,5 miliardi a fronte di una perdita del settore di 40 miliardi. Urge una immediata correzione di rotta.

In Francia, Austria e altri Stati d’Europa si moltiplicano le proteste popolari contro il lockdown e anche nel nostro Paese il malcontento cresce. Le categorie sono esasperate, i cittadini cominciano a percepire l’insufficienza delle politiche governative e invocano soluzioni in grado di conciliare la tutela della salute con la ripresa economica.
D’altronde i dati su produzione industriale, occupazione e consumi sono a dir poco drammatici. E il prolungamento delle chiusure in molte parti d’Italia fino al 5 marzo (data di scadenza del nuovo dpcm) non farà altro che azzerare ogni proposito di ripartenza per tutto il primo trimestre del 2021.

Si pensi soltanto ai saldi avviati in questi giorni. In città come Milano, che saranno in zona rossa almeno fino al 31 gennaio, i negozi di abbigliamento resteranno chiusi e quindi i consumatori non potranno approfittare di sconti e occasioni per acquistare vestiti, scarpe e altri prodotti.

Non bastasse, nelle ultime ore è stata certificata la beffa dei ristori. A fronte di 423 miliardi di mancati incassi nel 2020, i ristori previsti da marzo in avanti per le imprese chiuse, semi-chiuse o aperte (ma con fatturati comunque in calo) hanno raggiunto solo i 29 miliardi di euro tra contributi a fondo perduto, eliminazione del saldo Irap e crediti di imposta affitti e sanificazione. Con un tasso di copertura delle perdite di circa il 7 per cento.

In altri termini, su 100 euro bruciati dall’economia reale a causa dei lockdown, solo 7 sono stati recuperati da chi li ha persi, quindi dalle categorie produttive e dalle imprese di ogni dimensione, grazie agli aiuti stanziati dal Governo. Se si considera che si tratta di soldi presi a debito e che dovranno essere pagati prima o poi dalle future generazioni, ce n’è abbastanza per capire la gravità della situazione che si sta determinando.
Sono cifre diffuse dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

Ugualmente impietoso il rendiconto fornito dalla Fipe-Confcommercio per i pubblici esercizi (ristoranti e bar in testa) o dalla Federalberghi per le attività del turismo. Con il risultato che, secondo l’ultima indagine realizzata dall’Istat su un campione di quasi un milione di imprese, sono quasi 292mila le attività che si trovano in una situazione di crisi profonda. A rischio, dunque, anche i quasi 2 milioni di addetti che ci lavorano, producendo un valore aggiunto che sfiora i 63 miliardi. Non è un mistero che le previsioni sui nuovi disoccupati a partire dal primo aprile, cioè da quando, salvo proroghe, verrà sospeso il divieto di licenziamento da parte delle imprese, siano disastrose. Si parla di un milione di disoccupati in più nel giro di qualche settimana.

In prima fila, nella classifica delle imprese a rischio fallimento, quelle della ristorazione e i pubblici esercizi, che dopo aver adeguato i locali ed essersi procurati prodotti per la sanificazione e per assicurare la sicurezza dei clienti, si sono visti chiudere le attività. Una vera e propria ingiustizia, non fondata su alcuna evidenza scientifica, ma che ha messo in ginocchio intere categorie. «Ormai è a rischio l’intero comparto, in cui operano 1,3 milioni di addetti, gran parte giovani e con una componente di donne dominante – fa sapere il vice presidente della Fipe, Aldo Cursano – Occorre dare subito una prospettiva. Chiudiamo il 2020 con 40 miliardi di minor fatturato. Di fronte a un danno di questa portata, abbiamo ricevuto ristori per quasi 2,5 miliardi. Sono assolutamente inadeguati e quasi offensivi se considerati esaustivi e non un acconto rispetto al dovuto».

Il Governo prosegue con la politica dei bonus e dei sussidi alla cieca, senza una visione d’insieme e senza coinvolgere le parti sociali, come ha denunciato anche di recente il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Tutto questo non fa che accrescere l’esasperazione delle categorie più colpite dalla crisi e le disuguaglianze tra garantiti (ma chissà per quanto) e non garantiti.

Continuare ad approvare scostamenti di bilancio, che allargano la voragine del debito pubblico senza in alcun modo incidere sulla ripresa produttiva e commerciale significa prolungare l’agonia socio-economica senza assicurare alcuna uscita dalla crisi. Senza dimenticare la spada di Damocle delle cartelle esattoriali e dei tributi arretrati, che in moltissimi casi dovranno comunque essere saldati.

Nel concreto, quando si dice che i ristori sono risibili, si fa riferimento a situazioni concrete e facilmente documentabili. Secondo una recente simulazione della Fipe-Confcommercio per il Quotidiano nazionale, un bar in zona gialla con un fatturato da 200mila euro subisce un calo annuo di oltre 48mila euro, mentre il ristoro complessivo è di poco sopra gli 8mila euro. Lo stesso bar, se si trova in zona rossa, deve scontare un rosso di 65mila euro, con un rimborso di circa 10mila euro. E se l’attività è più grande, con un fatturato da 450mila euro, la perdita è di circa 108mila in zona gialla e 146mila in quella rossa, con aiuti a quota 14mila e 16mila e 800 euro.

Un quadro fosco che suggerisce un’immediata sterzata nelle strategie rigoriste e infruttuose adottate da molti governi, compreso quello italiano. Da noi, peraltro, gli effetti sono ancora più traumatici, visto l’elevatissimo debito pubblico e la mancanza di cultura d’impresa tra i ministri più importanti dell’attuale Governo.