• GUERRA INFINITA

Italiani attaccati in Somalia, il passato che ritorna

Ventisei anni dopo la Battaglia del check point Pasta a Mogadiscio (2 luglio 1993), truppe italiane tornano sotto attacco nel cuore della capitale somala. Sono in missione di addestramento, alla guida del contingente europeo. E sono stati attaccati dai jihadisti locali, gli al Shabab. In Somalia si combatte una guerra infinita.

Mogadiscio, dopo l'attacco al convoglio italiano

Ventisei anni dopo la Battaglia del check point Pasta a Mogadiscio (2 luglio 1993) e un quarto di secolo dopo il ritiro delle truppe italiane e dell’Onu dalla nostra ex colonia in Africa Orientale, truppe italiane tornano sotto attacco nel cuore della capitale somala. Ieri, in una giornata in cui i miliziani qaedisti di al-Shabab hanno attaccato anche un base statunitense a Balidogle, a nord-ovest della capitale, un’autobomba è esplosa al passaggio di un convoglio italiano che rientrava alla base da Villa Gashandigha, sede del ministero della Difesa e del quartier generale dell'esercito somalo. "Nessun soldato della Missione europea di addestramento (EUTM) è stato colpito nell' esplosione", ha reso noto il portavoce della missione europea attiva dal 2013 nell’addestramento delle reclute somale.

Da Roma lo Stato Maggiore della Difesa ha confermato che non ci sono state "conseguenze per il personale italiano", spiegando che nella tarda mattinata due veicoli blindati Lince, appartenenti ad un convoglio di tre mezzi italiani, sono stati coinvolti in un'esplosione al rientro da un'attività addestrativa a favore delle forze di sicurezza somale". Nell'attentato, rivendicato da al-Shabab che ha vantato "diversi militari uccisi", sono stati danneggiati i due mezzi e secondo testimoni oculari ripresi dalla stampa somala sarebbe morto un civile mentre la potente deflagrazione avrebbe danneggiato molti edifici circostanti paralizzando il traffico. Come sottolinea l’agenzia di stampa Nova, l'attacco è avvenuto alla vigilia del primo Somalia Partnership Forum, in programma oggi a Mogadiscio, al quale parteciperanno delegati del governo, degli Stati regionali e della comunità internazionale.

Circa 120 militari italiani con una ventina di veicoli operano in Somalia da sei anni nell'ambito di EUTM, 200 militari in tutto impegnati nella consulenza e all'addestramento delle forze armate somale. Non è la prima volta che i militari europei vengono presi di mira dai miliziani jihadisti e già all’inizio dell’ottobre scorso un’autobomba cercò senza esito di mietere vittime tra i militari italiani facendosi esplodere nei pressi di un convoglio di veicoli Lince.

La missione militare dell'Ue, attivata nel 2010 in Uganda (quando Mogadiscio non presentava le condizioni di sicurezza necessarie) “e poi schieratasi nel 2013 nella Green Zone di Mogadiscio, un’area protetta sul litorale che include il porto e l’aeroporto, opera in stretta collaborazione una variegata presenza internazionale che include 2mila militari africani dell'African Union Mission in Somalia (AMISOM) e le forze statunitensi che schierano forze speciali, contractors e droni impegnati a combattere al-Shabab e nella caccia ai terroristi di al-Qaeda che in migliaia hanno trovato rifugio in Somalia. Sempre ieri i miliziani jihadisti hanno attaccato anche la base di Balidogle, un centinaio di chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, che ospita consiglieri militari statunitensi che addestrano gli ufficiali dell'esercito somalo e una pista d’aeronautica utilizzata anche dai droni Reaper.

“Sono avvenute due forti esplosioni, la prima è stata più forte della seconda ed è stata seguita da una sparatoria", ha raccontato un testimone. "Un'unità' d'élite della Brigata dei martiri dei Shabab ha compiuto un audace blitz all'aeroporto militare americano di Baledogle. Dopo aver attraversato il perimetro di sicurezza della base pesantemente protetta, i mujaheddin hanno preso d' assalto il complesso militare e combattuto ferocemente i crociati", recita la rivendicazione del gruppo jihadista. L’ambasciata americana a Mogadiscio ha fatto sapere che l'attacco è stato respinto dalle forze di sicurezza somale. La base di Balidogle viene utilizzata dai militari statunitensi per gli attacchi aerei con i droni contro i gruppi di Shabab e dello Stato islamico, rappresentato in Somalia da una “costola” secessionista di al-Shabab.

Gli Stati Uniti hanno intensificato gli attacchi aerei in Somalia dall'aprile 2017, dopo che il presidente Donald Trump ha esteso i poteri conferiti alle forze armate statunitensi per le operazioni antiterroristiche aeree o terrestri. I raid dei droni sono aumentati dai 15 del 2016, secondo le statistiche dell'Office of Investigative Journalism, ai 35 del 2017 per arrivare a 45 nel 2018 e 50 dall' inizio del 2019. In aprile, il comando militare americano per l'Africa (Africom) ha annunciato di aver ucciso 800 jihadisti in 110 attacchi aerei in Somalia da aprile 2017. 

Il 22 settembre c'era già stato un attacco con un kamikaze a bordo di un'autobomba e un commando armato contro la base di El Salini, a sud-ovest di Mogadiscio. Una settimana prima Al Shabaab aveva rivendicato l'uccisione di 14 militari del Burundi appartenenti ad AMISOM (ma il comando delle truppe dell'Unione africana aveva ammesso la morte di soli tre soldati). Benché gli Stati Uniti operino (come sempre) al di fuori di ogni coordinamento con le altre forze internazionali, il loro ruolo di combattimento rende le forze americane molto efficaci nel contrasto dei jihadisti, certo più delle deboli truppe governative somale e dei contingenti africani di AMISOM mentre la missione europea a guida italiana non ha compiti di combattimento e si limita ad addestrare reclute somale e fornire consulenza ai comandi.

Come gli altri conflitti anti-insurrezionali, dal Mali all’Afghanistan, anche quello somalo sembra destinato a protrarsi all’infinito in un contesto bellico in cui le forze alleate riescono a controllare le città pur senza riuscire a impedire gli attacchi terroristici mentre gli insorti scorrazzano con buona libertà di movimento nelle aree rurali finanziando il jihad con traffici illeciti, droga, pirateria e sequestri di civili occidentali. Tra questi Silvia Romano, cooperante sequestrata dieci mesi fa nel sud del Kenya e che secondo fonti d’intelligence si troverebbe nel Sud della Somalia, prigioniera ma viva.