«Io, danneggiata e vittima sul lavoro: perché lo Stato non mi riconosce?»
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Come la maggior parte dei danneggiati, si è vaccinata per poter continuare a lavorare. Ecco perché la sua battaglia è la battaglia di chi lotta per farsi certificare l'infortunio sul lavoro che al momento l'Inail si rifiuta di riconoscere. La drammatica storia di Elena, di Como: «Non guido più, sono in carrozzina, sono stata licenziata. È vita questa?».
«È vita questa?». Como. Elena Ventura, 53 anni guarda il Lago con le ultime forze che le sono rimaste e tiene stretto il faldone degli incartamenti che ricostruiscono il suo calvario: ha subito una lesione midollare dopo il vaccino Moderna, che le ha provocato una mielite trasversa acuta. «La mia qualità della vita è pessima, giorno e notte ho sofferenza, dolori urenti, una sindrome da dolore cronico e fuoco perché il mio sistema linfatico viene assolutamente esasperato, intossicato, è un avvelenamento».
Elena ha smesso di guidare, di fare le cose più comuni come passeggiare, ma soprattutto ha smesso di lavorare: è stata licenziata dopo i troppi giorni di malattia. Eppure, il suo caso rientra perfettamente nel caso di quei tanti che si sono vaccinati per poter conservare il posto di lavoro. È per questo motivo che l’Inail dovrebbe riconoscerle un infortunio sul lavoro che invece le strutture ancora non sono disposte a riconoscere. Perché la chiave per salvare questi malati del terzo millennio sconosciuti e imprevisti sta tutta lì, come anche la Commissione bicamerale Covid ha capito, e cioè che la gran parte dei danneggiati da vaccino dovrebbe essere considerata infortunata sul lavoro.
«Ho fatto esami complessi, scosse elettriche, tutto negativo, ma la lesione midollare c’è. Solo che la Commissione Medica Militare di Baggio ha avuto il coraggio di dire che sto bene. Ma come fanno a dire che sto bene? Il mio livello di infiammazione è pari a 800, quando il massimo sopportabile per un essere umano dovrebbe essere intorno ai 100. Allora mi chiedo: è vita questa?».
Evidentemente no. Elena si era vaccinata l’8 dicembre 2021 perché insegnante, non poteva più rimandare: «Ho evitato il più possibile, sapevo di essere fragile, sono andata avanti con tamponi su tamponi fino a che il giorno dell’Immacolata, alla vigilia dell’obbligo ho ceduto».
E subito per lei è cominciato l’incubo. Dopo anni di esami, tentativi di cure brancolando nel buio, Elena è arrivata ad un’invalidità dell’85% che le è valsa, presso la commissione medica dell’Inps, il riconoscimento di un indennizzo di appena 600 euro: «Ma io con quella cifra non riesco neppure a pagarmi le spese mediche – sospira – e se non avessi avuto da parte qualche risparmio oggi sarei su una strada, con la mia carrozzina».
«Il suicidio? Nella mia condizione è uno spettro che ogni tanto aleggia, ma sono credente, ho troppo rispetto per la vita. Però mi creda, questa non è vita».
Arrivata in Cmo con il suo avvocato, Elena ha scoperto che la mielite non è riconosciuta nelle tabelle della legge 210/92 che disciplina i danneggiati da vaccino e da trasfusione. È la conferma che quella legge va modificata, andando ad includere anche tutte quelle patologie fino a ieri rarissime, ma che dopo la vaccinazione anti-Covid sono diventate comuni. Come la sua, appunto.
«Solo un medico, il dottor Giuseppe Di Fede dello studio Imbio ha riconosciuto e certificato nel maggio 2024 che «la patologia è stata scatenata dalla vaccinazione anti Sars-Cov 2 fatta a dicembre 2021». Ma la Cmo non ne ha tenuto conto. E Elena si chiede perché.
«Perché?», piange, «ho tre persone a pagamento, che mi vengono ad aiutare in casa, ho subito una dolorosa separazione perché il mio compagno è tornato a casa sua. Mi aiuta di tanto in tanto, ma la vita con me è dura, non si possono fare vacanze, non si può fare neppure una passeggiata. Sono una donna sola; eppure, ero una persona socievole, positiva, che amava il suo lavoro. Ora sono sola con la mia gatta nella cestina che parlo con lei al telefono in viva voce perché se lo appoggio all’orecchio, dopo pochi minuti non ho più le forze per sorreggerlo».
E poi c’è la notte, il momento più duro: «Ho attacchi di panico, la vescica e l’intestino non si controllano più, capisce? Mangio con la “bavaglia” e ho pure subito l’umiliazione di vedermi recapitare i carabinieri a casa per ritirarmi la patente, non potevo nemmeno andare al comando a consegnarla». Mostra le foto di quando era sana e si rimpiange: «Non ero per niente male... e ora per fare questa foto devo sorreggermi alla panchina perché non sto in piedi».
Casi come quelli Elena sono frequentissimi in Italia. Solo che non se ne parla perché i danneggiati da vaccino sono malati di serie B. Eppure, quel dolore grida giustizia. Si sono fidati dello Stato che aveva garantito che il vaccino non avrebbe avuto nessuna ricaduta, nessun effetto avverso. Invece ora si ritrovano dopo 5 anni come invalidi permanenti. Senza neppure la prospettiva di un indienizzo che consenta loro di vivere dignitosamente.
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