• DOPO VILLA PAMPHILJ

Inerzia e follie economiche, è l’Italia di Conte&Co

Finiti gli Stati Generali e le relative passerelle, il Paese si ritrova senza un minimo di strategia economica. Accantonati i progetti di Colao e Confindustria, in pratica abbandonato l’abbassamento dell’Iva, Conte si è preso tre mesi di tempo per elaborare un piano di recupero. Perché tre mesi? Non si coglie la gravità della crisi per famiglie e imprese. E intanto Savona avanza idee alla Mao…

A che cosa sono serviti gli Stati Generali? Dopo nove giorni di passerelle a Villa Pamphilj e di quotidiane conferenze stampa del presidente del Consiglio, non si ha notizia di una sola iniziativa effettivamente presa. È forse per questo che, accortisi dello zero assoluto in termini di decisioni e colti da improvvisa angoscia, Conte&Co hanno pensato bene di dare per fatto l’ultimo suggerimento captato al volo, l’abbassamento dell’Iva, un provvedimento estremamente costoso (almeno 10 miliardi di euro) e di scarso effetto come quasi tutti i commentatori hanno rilevato. E anche questo è in pratica abbandonato.

La verità è che siamo ancora al punto di partenza. Dove sono finiti i 102 progetti presentati da Colao, o quelli della commissione presieduta da Illy?  Bocciati in massa o accantonati perché troppo simili ad alcune proposte del centrodestra. Idem per le idee illustrate dal presidente Bonomi a nome di Confindustria, reo di avere accenti troppo antigovernativi a differenza dei toni accomodanti dei suoi predecessori.

Comunque, finita quella che è stata chiamata la fase dell’ascolto, che avrà una brevissima coda nella serata dell’incontro con le opposizioni snobbate per mesi e poi finalmente accolte a Palazzo Chigi, Conte si è preso la bellezza di tre mesi, diconsi tre mesi, per elaborare “entro la fine di settembre” il Recovery Plan italiano.

Tre mesi? Ma non si rendono conto della crisi che già sta mordendo tante imprese italiane che non riescono a ripartire, degli artigiani che non hanno visto una lira dei fondi promessi, delle famiglie che avranno i figli a casa perché troppi centri estivi non riaprono o chiederanno un’iscrizione troppo cara? Non si rendono conto del milione di lavoratori che non ha ancora visto una lira o quasi di cassa integrazione, e questo da marzo? (secondo la valutazione ufficiale del presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Guglielmo Loy). Soprattutto non si rendono conto, i signori del governo, che tanti Paesi europei hanno già messo a punto i loro piani o li stanno ultimando, e guadagneranno un altro vantaggio sull’Italia che già era l’unico Paese, prima del Covid-19, a non aver recuperato i livelli di Pil precedenti alla crisi del 2008?

Quanti soldi avremo dall’Unione europea non è ancora chiaro, perché è in corso una lotta furibonda coi Paesi cosiddetti frugali che vogliono concedere poco. Ma comunque è chiarissimo che avremo di più o di meno solo in base alla solidità e alla credibilità dei piani presentati, e noi aspettiamo la fine di settembre per presentarli?  E nel frattempo continuiamo a dire no ai 37 miliardi del Mes, che sono a fondo perduto, immediatamente disponibili e con l’unica condizione di spenderli in sanità, che mi sembra proprio essere la prima delle priorità?

Però bisogna riconoscere che una cosa almeno l’hanno fatta, questi del governo, e non si tratta di un’innovazione di poco conto, anzi. Per la prima volta nel corso della storia repubblicana hanno assegnato a un ministro, quello dell’Economia, Roberto Gualtieri, il potere cosiddetto, all’americana, di “sequestration”, ovvero la “variazione di bilancio e successiva riassegnazione” sull’intero ammontare degli 80 miliardi di euro degli aumenti di deficit. Gualtieri potrà riorientare la spesa senza passare né dal Parlamento né dal Consiglio dei ministri, un potere senza precedenti in un Paese democratico su somme tanto vaste. Un’attribuzione di superpoteri che per di più non è stata annunciata alle Camere né discussa o votata dal Parlamento.

Ma c’è un’altra sorpresina, o sorpresona, in gestazione, questa confezionata nientepopodimeno che da Paolo Savona, il presidente della Consob, l’ente che deve, o dovrebbe, occuparsi del controllo delle società quotate in borsa, e che in passato si è più volte pronunciato in favore dell’uscita dell’Italia dall’euro. Savona ha ripreso pari pari, rilanciandola per l’Italia, una pratica della Cina, neanche quella di Xi Jinping, ma quella di Mao: in termini tecnici si tratta di predisporre garanzie statali per il capitale di rischio delle imprese. In pratica lo Stato entra nel capitale delle imprese e partecipa alla loro gestione, anche con quote maggioritarie. In parole povere il termine adeguato è espropriazione di Stato, una sovietizzazione postuma del sistema imprenditoriale italiano o di parte significativa di esso.

Un passo decisivo verso la decrescita felice tanto cara ai grillini e di cui l’illustre professor Savona è diventato tifoso sfegatato. Ma questa volta, se verrà davvero attuata, la decrescita sarà radicale, e potrebbe portare a zero il sistema produttivo italiano. Non c’è che dire: “Avanti compagni, bandiera rossa la trionferà!”.