• AL CUORE DI LEOPARDI/7

Impossibile rifugiarsi nella felicità dei ricordi

Il ricordo, per Giacomo Leopardi, fa parte della continua ricerca della felicità. Colpito dalla caducità della vita, il poeta realizza, però, che rifugiarsi nel passato è impossibile, è una felicità illusoria.

Alla Luna

Partendo dalla propria esperienza personale Leopardi sottolinea in tante pagine dello Zibaldone che il ricordo (chiamato, spesso, rimembranza) è legato alla teoria del piacere ovvero alla questione della felicità. Tutti noi abbiamo provato, assieme a Leopardi, che il ricordo di fatti lontani nel tempo, proprio perché perde i connotati precisi e viene sfumato nell’indeterminato, procura quella stessa sensazione di vago e di indefinito che è sorgente di piacere. Questo si verifica anche quando i fatti ricordati sono dolorosi.

A titolo di esempio, si pensi al piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, in cui il poeta, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere.

Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

Nel piccolo idillio «La sera del dì di festa», dopo aver descritto una situazione paesaggistica rasserenante, correlato antifrastico alla sua interiorità, il poeta ritorna con la mente alla donna incontrata quella domenica che gli ha aperto «una piaga» «in mezzo al petto». La donna senz’altro avrà riposo dopo i trastulli della festa; il poeta, invece, non riesce a trovar conforto né tanto meno serenità. Il ricordo, la rimembranza, troppo freschi perché possano trasfigurare le delusioni e le disillusioni della giornata, diventano qui strumenti euristici, quindi di acquisizione della cruda verità e della sofferenza che al poeta sembra siano dati in sorte. La consapevolezza della caducità della vita, dell’aspetto effimero e passeggero dei momenti, anche dei più belli, fanno sì che si percepisca un fondo di tristezza: anche il momento lieto sembra esserci dato per un lasso di tempo troppo breve, ogni cosa porta in sé il marchio dell’effimero.

Scrive Leopardi: «E fieramente mi si stringe il core,/ A pensar come tutto al mondo passa,/ E quasi orma non lascia». Leopardi è ben cosciente che il problema della vita è che neanche uno dei nostri capelli vada perduto, che gli istanti belli e brutti, più o meno solenni, siano salvati: altrimenti è il dominio della tristezza e dell’angoscia, anche nel momento in cui ci sembra di toccare il cielo. La riflessione sul vissuto personale si tramuta qui in una meditazione più universale, che riprende sia il tema dell’ ubi sunt classico sia quello veterotestamentario del libro di Qoèlet: «Or dov’è il suono/ Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido/ De’ nostri avi famosi, e il grande impero/ Di quella Roma […] / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa/ Il mondo, e più di lor non si ragiona».

Leopardi non trova risposta a queste domande. Unica consolazione, certo misera, lasciarsi andare a ricordi più lontani, quelli dell’infanzia, quando il poeta, terminato il giorno festivo, la notte provava un simile senso di tristezza e di dolore e, faticando a prender sonno nel letto, sentiva un canto in lontananza, che moriva a poco a poco. È lo stesso canto che Leopardi ode ora, non più fanciullo: «Ahi, per la via/ Odo non lunge il solitario canto/ Dell’artigian, che riede a tarda notte,/ Dopo i sollazzi, al suo povero ostello». Il canto è termine caro al Leopardi che non a caso intitolerà l’intera raccolta delle poesie proprio Canti. È una delle espressioni umane che meglio indicano il desiderio, l’anelito di felicità. Nell’operetta morale «Elogio degli uccelli», l’autore si spingerà al paradosso di affermare che gli uccelli sono forse le uniche creature viventi felici, proprio perché cantano in continuazione e effondono la loro gioia anche per le altre creature. Quindi, il ricordo è sommamente piacevole, specie quando riguarda gli anni passati o addirittura la prima infanzia; e, in quanto sommamente piacevole, è allo stesso modo sommamente poetico. Da qui nasce la poetica della rimembranza, intimamente correlata alla poetica del vago e dell’indefinito. Attraverso il filtro della memoria si può riportare in vita, nell’arte e per lo spazio di qualche verso, anche chi  non è più con noi, chi è già defunto.

È quanto accade nella poesia «A Silvia», in cui, in maniera mirabile, il Recanatese riesce a far risuonare anche le nostre stanze del canto di quella ragazza diciottenne, scomparsa in sì tenera età per tisi. Come non sentire qui presente, con noi e con il nostro stesso desiderio di vita, quella ragazza che Leopardi apostrofa come  se fosse lì al suo fianco: «Silvia, rimembri ancora/ Quel tempo della tua vita mortale,/ Quando beltà splendea/ Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,/ E tu, lieta e pensosa, il limitare/ Di gioventù salivi?». L’autore è ben cosciente dell’illusoria operazione attuata con la poesia. La realtà è ben altra. La poesia non può rispondere in maniera piena e adeguata al nostro desiderio di eternità, alla nostra domanda di vivere in eterno. Per usare un termine caro a Foscolo, ma caro anche a Leopardi, la poesia stessa nella sua funzione di eternare l’uomo è una grande illusione. Alla fine della poesia la figura di Silvia si rivela anche nel suo correlato simbolico sotteso in tutta la poesia rappresentando la speranza, la giovinezza, le illusioni. Con Silvia perisce anche l’illusione di una realizzazione piena e di un compimento nell’età matura. Come si è già riscontrato più volte, tutto quanto incontriamo nella poesia leopardiana trova un suo corrispettivo e sviluppo anche nella sua filosofia, quindi nell’opera che ne delinea lo sviluppo, ovvero lo Zibaldone. Vediamo, qui, solo alcuni lacerti dei tanti che il Poeta dedica alla rimembranza. Leopardi si chiede: «Perché il moderno, il nuovo, non è mai, o ben difficilmente, romantico; e l’antico, il vecchio, al contrario? Perché quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente». E ancora: «Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé sarà poetichissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago». Quanto più la rimembranza è lontana e meno abituale,  tanto più «addolora dolcemente», diletta, perché, «essendo più lontana, è più sottoposta all’illusione».

L’età più lontana nella nostra vita è quella dell’infanzia, che è l’età più gradita a noi; «la qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica; e ciò, principalmente forse, perché essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perché è la più lontana e più vaga». Spesso, scrive Leopardi, il piacere destato in noi da alcune sensazioni deriva dal fatto che esse sono ricordo  di qualche sensazione provata nell’infanzia.  Ma questo senso di piacere non è da confondere con la felicità. Non ci si può rifugiare nel passato, nelle illusioni, nel pensare di aver vissuto, di essere stato felice: la felicità deve essere nell’hic et nunc. Una domanda autentica, cioè non corrotta e non decaduta, deve chiedere una felicità piena in questo momento e per questo momento. Altrimenti è solo un inganno e un’illusione.

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