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Il toto Quirinale e gli agguati di fine legislatura

Nella girandola di nomi per il Quirinale si fa largo un orientamento: i partiti, salvo Fratelli d'Italia, vedrebbero di buon grado l’ascesa al Colle dell'attuale premier, a patto che non si vada subito a votare: per riappropriarsi della competizione per Palazzo Chigi e per salvare la pensione dei parlamentari che hanno la certezza di non essere ricandidati. 

Nella girandola di nomi per il Quirinale si fa fatica a individuare schieramenti chiari e definiti. La battaglia per succedere a Sergio Mattarella è partita da un bel po e ora inizia ad entrare nel vivo, pur con tutti gli stop and go della politica italiana. Nessuno, probabilmente, ha ancora svelato le sue reali intenzioni, visto che mancano quasi tre mesi e che le variabili sono tantissime.

Tuttavia, un orientamento dominante sembra farsi strada. I partiti, salvo eccezioni, vedrebbero di buon grado l’ascesa al Colle dell’attuale premier, a patto che non si vada subito a votare e che la legislatura finisca a scadenza naturale. In questo caso le forze politiche otterrebbero due risultati: riappropriarsi della competizione per Palazzo Chigi, senza più una figura ingombrante e fin troppo autorevole come quella di Mario Draghi; salvare la pensione dei tantissimi parlamentari che hanno già la certezza di non essere ricandidati o rieletti. In questa eventualità, Draghi verrebbe eletto magari già alla prima votazione con un consenso assai ampio; una volta eletto Presidente della Repubblica, avvierebbe le consultazioni tra i partiti e affiderebbe l’incarico di formare il nuovo governo al suo fedelissimo Daniele Franco, Ministro dell’Economia o, in alternativa, a Marta Cartabia, Ministro della Giustizia, che però potrebbe risultare indigesta a una parte dei grillini e del Pd, a causa della sua recente riforma della giustizia, considerata una rivincita sul giustizialismo pentastellato della prima ora.

Ieri in pochi hanno notato una singolare coincidenza. Sono uscite le anticipazioni del libro di Bruno Vespa dal titolo “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Draghi la sta risanando)”. Un parallelismo sul quale qualcuno ha ironizzato. E l’ironia s’accresce leggendo le dichiarazioni di Giancarlo Giorgetti, Ministro dello sviluppo economico, considerato uno degli uomini più vicini al Presidente del Consiglio. «Mario Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale – sostiene convinto Giorgetti nel colloquio con Vespa - Già nell’autunno del 2020 le dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Sergio Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il Presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole».

Facile, per i detrattori dell’attuale esecutivo, leggere in queste parole il rischio di uno scivolamento verso scenari morbidamente autoritari, considerato anche il titolo del volume di Vespa. Peraltro Draghi fino a otto mesi fa era un libero cittadino e fra meno di tre mesi potrebbe passare da Palazzo Chigi al Colle con una semplice votazione parlamentare. E sarebbe la prima volta nella storia d’Italia.

C’è però il problema del dopo-Draghi alla Presidenza del Consiglio. Giorgia Meloni voterebbe Draghi al Quirinale per poi andare alle urne, ma la sua posizione è minoritaria. Forse Matteo Salvini sarebbe d’accordo e, per ragioni molto diverse, lo sarebbe anche Giuseppe Conte, che non è parlamentare e che teme di logorarsi se per un altro anno e mezzo dovesse occuparsi solo di beghe interne ai 5 Stelle. Meglio il voto anticipato anche per lui.

A tutti gli altri partiti va bene invece arrivare al 2023, con Draghi premier e un anno di proroga del settennato di Mattarella oppure, ove quest’ultimo confermasse la sua indisponibilità, con un altro Presidente della Repubblica più politico e meno tecnico, figlio di una mediazione tra centrodestra e centrosinistra.

Silvio Berlusconi forse ci spera, ma non ha i numeri. Per lui l’importante è essere in partita e contribuire alla scelta del nuovo Capo dello Stato. Nomi come l’attuale Presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati o Pierferdinando Casini o Marcello Pera potrebbero soddisfarlo. Matteo Renzi, secondo i bene informati, intende tirare la volata proprio a Casini, che pescherebbe voti anche a sinistra, essendo stato eletto con il Pd a Bologna.

A sinistra c’è una miriade di candidati che coltiva sogni quirinalizi. Da Romano Prodi, che spera di vendicarsi dei 101 franchi tiratori, a Massimo D’Alema, da Walter Veltroni a Giuliano Amato, passando per Paolo Gentiloni e Dario Franceschini. Ma probabilmente nessuno di questi avrebbe i voti necessari neppure dalla quarta votazione in poi. E allora ecco che ritorna prepotentemente l’ipotesi Draghi. Gli altri candidati, uno dopo l’altro, si bruciano e così resta solo lui. Ormai si ritiene che debba decidere lui, non altri. Il Parlamento in seduta comune sarebbe a quel punto chiamato solo a ratificare la volontà del diretto interessato. Ma alla fine sarà lui a decidere il suo futuro? I partiti gli lasceranno davvero carta bianca?

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