• L'ANALISI

Il relativismo in politica? E' crisi di fede

La secolarizzazione è ben penetrata dentro la Chiesa e l'opinabilità manifestata da tanti cattolici sui princìpi non negoziabili dimostra la diffusione di una fede malata, dove Dio è ormai assente dall'orizzonte umano.

Parlamento

La forte dittatura del relativismo, silenziosamente ma con tenacia, entra e si annida tra noi. Il campo etico, che promana non da se stesso, ma da principi primissimi, iscritti nella natura dell’uomo, viene presentato come il luogo dell’intransigenza, dell’intolleranza. Meglio tralasciarlo, altrimenti divide. Sì, divide. Così pensano anche numerosi cattolici.

I principi non negoziabili diventano sempre più opinabili. Parole nuove come “larghe intese” o “trasversalità” finiscono con il creare una confusione più grande nell’immaginario della gente; fanno credere che, di fatto, i principi fondamentali, senza i quali non c’è società, non c’è politica: la vita, la famiglia, il matrimonio naturale, l’educazione, possono essere visti come oggetto di dibattito, di intese appunto.

Trasversalità è un’illusione se con essa non si pensa solo a un’alleanza trasversale di fatto, ma non giustificata in linea di principio e come modo abituale d’azione. Praticamente, si può dare il caso in cui una larga alleanza sia la soluzione migliore per contrastare un disegno di legge iniquo, contrario al bene comune e ai valori immutabili. Ma trasversalità voluta come idea politica, come scelta di campo, è non solo irrealizzabile ma per di più relativista. Come si può pensare ai beni comuni da difendere in modo trasversale se essi in partenza sono negati? Se sono negati o anche solo offuscati de iure lo saranno anche de facto. Dal fare, poi, dall’agire, non si può dedurre o mettere in sordina l’essere, come si pretenderebbe di fare. L’agire può promanare solo dall’essere. Trasversalità rischia di far promanare le norme dal comportamento, dall’azione concreta, dalla cultura manipolata, e non dall’essere, da Dio. Ma molta politica, quasi tutta, sembra essere intenta solo al fare. Invece i problemi più gravi sono da vedersi nell’essere, nei principi che muovono l’agire.

Ma c'è un problema più intimo. L’opinabilità sui principi non negoziabili in ambito cattolico ha delle radici profonde, che si possono scorgere in una fede malata più e ancor prima che in una ragione boccheggiante. E' un problema di fede tra i cattolici che genera lo smarrimento sui principi primi dell'agire politico. L’attuale panorama politico, così variegato, nella quasi assenza di voci autorevoli e univoche che indichino una via ai fedeli, è specchio dello smarrimento della fede, del suo declino nella città degli uomini che innalzano il cuore a Dio, che colpisce la nostra amata Chiesa.

È la crisi della fede nella Chiesa che ingenera uno smarrimento politico dei cattolici. Dio è ormai assente dall’orizzonte umano e per questa ragione le nostre scelte sono cose fatte da noi e per noi. Ci misuriamo con la verità come se fosse un prodotto – un prodotto, appunto – delle nostre mani. Come se questa città terrena dovesse durare per sempre e non misurarsi invece con quella celeste. Viviamo una profonda secolarizzazione. La fede non riesce più a darci un orientamento ulteriore e stabile alla verità, rispetto al fondamento previo della ragione forte, perché in se stessa è diluita; spesso è stata sostituita solo con l’esperienza delle cose di Dio, in un incontro con il Vangelo, ma anonimo, intimistico. Non si esagera se si dice che da un Cristo senza la Chiesa si è passati a una Chiesa senza Cristo, senza più una misura, senza un’oggettività. Qui trasversalità ci sguazza.

Ognuno avrebbe - da pochi anni a questa parte invero - come una patente che gli permette di essere adulto e di accostarsi liberamente alle cose di Dio, e di conseguenza, alle cose degli uomini. Una fede autonoma, soggettiva, genera una sorta di liberazione della ragione dalla non negoziabilità della verità e del bene. E succede, in questo trambusto del libero suicidio, che atei devoti vedono la cogenza dei principi non negoziabili e devoti ma forse atei li respingono e li relegano all’ambito della personale sensibilità.

Molti cattolici in questa autonomia, che sarebbe frutto della libertà che ci dona la fede, fanno leva su un principio insegnato dal Concilio Vaticano II, la cosiddetta «legittima autonomia delle realtà terrene» (Gaudium et spes 36). Lo travisano e lo leggono in modo surrettizio rispetto al suo vero significato. Qui si vede, ancora una volta, che per leggere correttamente questo dato non si può chiudere gli occhi dinanzi alla storia e alla Tradizione della Chiesa, ignorando quanto c’era prima, quello che già s’insegnava. Il testo in sé non si riferisce alla politica ma principalmente alle scienze e intende affermare che la natura, le cose create, e le stesse società degli uomini, hanno delle leggi e dei valori propri. Hanno delle leggi in sé ma non sono legge a se stessi. Le leggi e i valori naturali non sono frutto del loro sforzo e della loro comprensione ma provengono dal Creatore e per di più non potrebbero mai essere in contrasto con la fede, essendo Dio l’unico autore tanto di questa quanto della ragione. Non significa autonomia dal Creatore, perché la creatura così svanirebbe.

Potremmo chiederci però: e rispetto al Redentore? Ci sarebbe un’autonomia delle realtà temporali rispetto alla fede e quindi alla religione? Alcuni interpreti, molti, direbbero di sì. Autonomia consisterebbe nel tenere fuori la religione. Gesù – e la stessa Chiesa quando amministrava un potere temporale – disse di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è Suo, cioè di distinguere le due sfere, quella politica e quella religiosa, di non confonderle, fino ad assorbire, sempre e comunque, quella religiosa in quella politica.

Ma se la fede in Cristo, unico Salvatore degli uomini, ci dice che il Redentore è identico al Creatore come la mettiamo? Qui si può intravvedere la bontà e la plausibilità di una regalità sociale di Cristo, ma il discorso ci porterebbe altrove. Se Colui che ha creato l’uomo è lo stesso che lo ha redento, non dovrà forse dirci anche come regolare il nostro comportamento da credenti vivendo in questo mondo? Potrebbe la fede essere separata dalla ragione? E la ragione dalla fede? Evidentemente no. E questo no bisogna che lo si faccia udire a tanti cattolici, che fanno della Costituzione la loro Bibbia e della Bibbia, o meglio del Concilio Vaticano II, la loro Costituzione. È questa confusione su cos’è la fede nella Chiesa e per la Chiesa che produce confusione in politica tra i cattolici. La confusione sgretola l’unità tra fede e ragione, tra fede e vita. E i principi immutabili vengono venduti all’asta a chi offre di più.

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Padre Serafino M. Lanzetta (1977), frate francescano dell’Immacolata, è docente di teologia dogmatica presso l’Istituto teologico "Immacolata Mediatrice" dei Francescani dell'Immacolata, e dal 2006 dirige la rivista teologica «Fides Catholica». Ha pubblicato diversi studi di ricerca in ambito mariologico, dove si segnala la sua tesi di dottorato sul Sacerdozio della Vergine Maria (Roma 2006), e in altri ambiti della dogmatica. Collabora a «L’Osservatore Romano» e altre riviste. Di recente ha pubblicato per Cantagalli (2012) Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa.