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Il Padre Nostro: eppure Dio non abbandona mai

La nuova versione del Padre Nostro sarà ufficialmente introdotta domani, prima domenica di Avvento. Il verbo cambiato è una scelta interpretativa, ma non corrisponde al testo originario. Al più, si poteva cambiare la parola “tentazione” con “prova”, uno dei significati del termine peirasmòs. Perché quello che si chiede a Dio è di risparmiarci da una prova troppo grande. Invece, “non abbandonarci” è una traduzione infelice.

Nel Padre Nostro, la preghiera insegnata da Gesù, l’invocazione rivolta a Dio «non indurci in tentazione» è modificata con la traduzione «non abbandonarci alla tentazione». Si dice che sia più appropriata. La nuova versione sarà ufficialmente introdotta la prima domenica di Avvento, il 29 novembre. Questa traduzione, dunque, viene ritenuta maggiormente fedele sia alle intenzioni che Gesù voleva esprimere sia al testo originale greco. Il termine “indurre”, dal latino inducere, suggerirebbe al fedele che Dio voglia spingerlo a cadere in tentazione. Superfluo precisare che i vescovi italiani hanno risposto alle indicazioni di papa Francesco, il quale in più occasioni aveva manifestato il proprio pensiero su questo passo.

La richiesta rivolta al Padre Nostro di «non indurci in tentazione», pertanto, sarebbe dissonante rispetto al Dio amorevole di Gesù, facendolo apparire un tentatore. Al contrario, l’espressione: «Non abbandonarci alla tentazione», salverebbe Dio, restituendogli - dopo duemila anni - il suo volto paterno e misericordioso, sempre pronto a soccorrerci e a liberarci dalle tentazioni.

Nessun cristiano che conosca la Bibbia crede che Dio possa tentarlo, poiché nella Lettera di Giacomo è scritto: «Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio!» (1,13). Non si può, dunque, non essere d’accordo con il papa, che scrive: «Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana» (Quando pregate dite: Padre nostro. Papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana, 2017, p. 94). Tuttavia, non si può essere d’accordo con lui quando afferma che “non indurci in tentazione” non sia una buona traduzione.

Vediamo in primo luogo la struttura del testo greco: καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Letteralmente: “e non introdurre noi in tentazione”.

Il verbo εἰσενέγκῃς, da εἰσφέρω (eisfèro), nel Vocabolario Rocci, ha i seguenti significati: porto, reco, metto dentro, introduco, trasporto. Una traduzione che modifichi il senso specifico di questo verbo usato da Gesù è dunque interpretativa e non corrispondente al testo. A questo punto dovremmo forse chiederci se non ci sfugga qualcosa, prima di alterare il senso delle parole del Signore. Se cominciamo a cambiare le parole dei Vangeli tutte le volte in cui qualcosa non è in linea con quel che noi pensiamo di Dio, potremmo fare la fine di quei discepoli che non comprendendo le parole del Signore hanno smesso di seguirlo. Dico subito che per rendere il testo più chiaro sarebbe bastato cambiare non il verbo ma la parola “tentazione” con la parola “prova”.

Il termine peirasmòs, che è sempre stato tradotto con “tentazione”, ha i seguenti significati: prova, esperienza, esperimento, tentazione, sollecitazione. Scegliendo “prova”, invece di “tentazione”, il senso della frase cambia. In italiano la parola tentazione, che è pur sempre una prova, assume una valenza negativa. Tentare qualcuno significa fare in modo che faccia qualcosa di male. Giacomo, infatti, nella sua lettera sta dicendo: “Quando qualcuno è tentato dal male, non pensi a Dio come un tentatore”.

Nel caso del Padre Nostro, Gesù non dice certamente: “Non tentarci con il male”, ma semplicemente: “Risparmiaci la prova”. Ma di quale prova si sta parlando? Intanto è doveroso dire che Dio prova tutto quello che crea. Egli prova gli angeli; prova la luce: «E vide che la luce era buona» (Genesi 1,4); prova l’intera creazione: «E Dio vede tutto quello che aveva creato, ed ecco, era molto buono» (Genesi 1,31). Inoltre prova la fede di Abramo e la fede di ogni credente (Prima lettera di Pietro, 4,12). Persino Gesù è provato all’inizio del suo ministero (Luca 4,1-2). Il testo greco dice che fu condotto nel deserto sotto l’azione dello Spirito, dove fu tentato (o messo alla prova) dal diavolo. Per finire anche gli apostoli furono vagliati come si vaglia il grano (Lc 22,31).

Sono prove che non intendono indurre al male, ma a promuovere una maggior fiducia in Dio. Tuttavia, nella preghiera del Padre Nostro si tratta, ritengo, di una prova futura e che verrà per tutti gli uomini. La preghiera insegnata da Gesù, infatti, riguarda soprattutto gli ultimi tempi. “Venga il tuo regno” e “Sia fatta la tua volontà in cielo come in terra”, sono richieste rivolte al ritorno del Signore, soprattutto nel periodo della grande tribolazione. Allora il popolo di Dio avvertirà il bisogno di affrettare i tempi e pregherà con tutte le sue forze. Persino l’invocazione “liberaci dal male”, letteralmente “dal Maligno”, richiama il tempo della fine quando il Maligno in persona scenderà sulla terra con tutto il suo esercito.

Ci sarà, dunque, un’ora della prova, ed è da questa prova che, nel Padre Nostro, si chiede di essere custoditi. Nel libro dell’Apocalisse una sola chiesa sarà risparmiata da questa prova, la chiesa di Filadelfia (nell’odierna Turchia). Rivolgendosi a questa chiesa Gesù dice: «Poiché hai custodito la parola della mia perseveranza, anch’io ti custodirò dall’ora della prova che sta per venire su tutta la terra per provare gli abitanti della terra» (Ap 3,10).

Se dunque le parole «non indurci in tentazione» non appaiono chiare, non per questo vanno cambiate, piuttosto bisogna spiegarle. Mi permetto ancora di dire che è proprio l’espressione «non abbandonarci alla tentazione» a essere una cattiva traduzione, poiché induce il fedele a pensare che Dio possa abbandonarlo. Ora Gesù dice che sarà con i suoi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Inoltre è scritto: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 27,10). Ripetere, ogni volta che si recita il Padre Nostro, «non abbandonarci alla tentazione» insinua il dubbio che Dio possa abbandonare gli uomini al male della tentazione. Cosa più seria, con questa traduzione il fedele esprime un atto d’incredulità nella promessa di Dio che mai avrebbe abbandonato qualcuno dei suoi.


L'autore di questo articolo ha scritto il libro "Il Padre nostro tra psicologia e spiritualità", Marcianum Press, 2018