• SCIENZA E FEDE

Il Nobel Parisi promosso in fisica, rimandato in storia

Il neo Nobel per la Fisica Giorgio Parisi fu tra i promotori dell'iniziativa che impedì a papa Benedetto XVI di parlare all'Università La Sapienza nel 2008, dando sfoggio di luoghi comuni riguardo al processo Galileo e al rapporto scienza-fede e mostrando intolleranza verso la libertà di pensiero.

Giorgio Parisi

Tutti ne parlano e a ragione: il professor Giorgio Parisi si è aggiudicato il premio Nobel per la Fisica. Complimenti. Parisi ne saprà di fisica, meno di storia e di libertà di espressione. Infatti Parisi fu uno dei 67 docenti firmatari della lettera aperta al rettore de La Sapienza per chiedere il ritiro dell’invito fatto nel 2008 a Benedetto XVI affinchè aprisse l’anno accademico. Anzi, parve che l’iniziativa di boicottare il Papa fosse partita proprio dal dipartimento di fisica.

Il testo era il seguente: "Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza. Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato".

Il prof. Cini, le cui parole furono sottoscritte da Parisi, affermava che il rettore non poteva invitare il Papa perché il primo è stato scelto da un elettorato laico, che Roma non faceva più parte dello Stato pontificio, che la teologia non veniva più insegnata da un pezzo nelle università pubbliche di stati non confessionali, che l’incontro tra fede e ragione auspicato dal prof. Ratzinger (lo chiamò così) metteva in luce la “pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale”. E poi via sbadigliando con le solite leggende nere: “le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo”. Si aggiunga una buona dose di tolleranza scientifica verso il Santo Padre: “Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”. Il nostro premio Nobel sottoscrisse tutto questo e, ad oggi, non ne ha preso le distanze.

Risultato: il Papa decise di non recarsi all’ateneo romano. E dire che, come sapevano tutti, avrebbe parlato della moratoria sulla pena di morte e che nel discorso mai pronunciato alla Sapienza Benedetto XVI si era così espresso: “Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà”. Più “laico” di così c’era solo Pannella ai tempi.

Ma veniamo alla citazione di Benedetto XVI del filosofo Feyerabend, così criticata da Parisi. In primo luogo il Papa citò Feyerabend proprio perché autore agnostico e scettico. Come a dire? Vi cito una fonte non partigiana per sostenere che la Chiesa aveva ragione a condannare Galileo. In secondo luogo Parisi & Co. si sentirono urtati dal fatto che il Papa avesse espresso il suo favore per tale condanna, perché la Chiesa aveva criticato per motivi fideistici un paladino della scienza, nemico della superstizione cattolica. Ma la storia ci dice altro.
Galileo non si considerò mai nemico della Chiesa, morì da cattolico (lasciò scritto: “in tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa”), era amico di molti papi e molti religiosi lo aiutarono nelle sue ricerche. Sulle macchie solari trovò appoggio nei Gesuiti, soprattutto nel celebre san Roberto Bellarmino, consultore del Sant’Uffizio.

Venendo alla ipotesi eliocentrica, oggetto del processo a Galileo, questa nacque ai tempi di Aristarco di Samo e dei pitagorici (cinque, sei secoli prima di Cristo) e ripresa da Copernico, sacerdote polacco, morto 21 anni prima di Galileo. L’ipotesi non era invisa alla Chiesa, tanto che l’opera di Copernico fu dedicata ai papi Clemente VII e Paolo III. Ma occupiamoci del processo a Galileo: la bocciatura della teoria del pisano verteva su un semplice criterio scientifico. Galileo non aveva portato nessuna prova inconfutabile – nessuna evidenza scientifica diremmo oggi – al fatto che la Terra ruotasse intorno al Sole. La prova secondo lui più consistente erano le maree, perché effetto dello scuotimento del moto rotatorio della Terra. I giudici dell’Inquisizione invece sapevano bene che le maree erano causate dall’attrazione lunare.

Il già citato cardinale Bellarmino sosteneva che l’eliocentrismo poteva essere benissimo una ipotesi valida, ma non una verità scientifica assoluta come era spacciata da Galileo. Insomma ci volevano prove per passare da ipotesi a tesi, a fatto inoppugnabile. La condanna inferta nel processo del 1633 poi fu mite: non insegnare questa ipotesi come vera (cosa che Galileo non fece) e recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali per un periodo di tre anni. Nessuno poi gli vietò di insegnare, pubblicare, far ricerca etc. A margine: la frase “Eppur si muove”, Galileo non la pronunciò mai. È un falso storico inventato nel 1757 dal giornalista Giuseppe Baretti (sulla vicenda si legga di Rino Cammilleri, ll caso Galileo, I Quaderni de il Timone).

Ecco, detto tutto ciò, ci pare proprio il caso di concludere che il nostro premio Nobel è certamente promosso a pieni voti in fisica, ma rimandato a settembre in storia (per tacere delle altre leggende nere). Parisi non solo firmò quella lettera aperta, sottoscrivendo così i più logori luoghi comuni su Galileo e il rapporto scienza e fede, ma tornò sul fattaccio del Papa rifiutato dalla Sapienza rincarando la dose.

In un’intervista su L’Unità così si espresse: “Oggi la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più e c'è un tentativo di affermare la superiorità della fede sulla scienza. Lo hanno dimostrato le dichiarazioni del Papa e di alcuni cardinali, che hanno parlato contro la scienza e contro l'evoluzionismo”.

In primo luogo è vero che la fede ha più valore della conoscenza scientifica, sia perché la fede è essenziale per salvarsi, non così per la conoscenza scientifica, sia perché la fede permette all’intelletto di far proprie conoscenze ben più importanti di quelle che derivano dalla conoscenza scientifica. In secondo luogo non ammettere nessun dubbio scientifico sull’evoluzionismo non è un atteggiamento antiscientifico?

Poi il Nostro così proseguì nell’intervista: “Dovrebbe venire a parlare della pena di morte, ma non ci stupirebbe se passasse ad altri argomenti come la moratoria sull'aborto. È fuori luogo. Ma se il Papa venisse alla Sapienza solo per inaugurare la Cappella sarebbe il benvenuto”.

Intanto ci compiacciamo del fatto che il professore avesse intuito un’argomentazione implicita al tema della pena di morte: i laiconi che si battono contro la pena di morte per i colpevoli di crimini terribili a maggior ragione dovrebbero battersi contro l’aborto, che è l’omicidio di un innocente. Detto ciò però si rimane attoniti dal seguente insegnamento molto liberale proveniente da Parisi: ti dico io cosa tu Papa debba o non debba dire o fare. Ad esempio se vieni in veste di elemento decorativo benedicente una cappellina, sei il benvenuto.

In un articolo pubblicato successivamente, Parisi fa poi sue le parole del collega Giancarlo Ruocco: “L’inaugurazione dell’anno accademico […] non sembra essere il giusto contesto per una visita del Papa, […] infatti insegnare ai giovani è una grande responsabilità che richiede di prescindere in ogni momento dalle proprie convinzioni religiose e ideologiche”.

E perché un insegnamento sarebbe falsato dal mostrare e giustificare le proprie convinzioni religiose? Ancora l’idea vetusta di origine vetero-illuminista secondo la quale ragiona correttamente solo l’ateo perché il credente è obnubilato dalla propria fede?

Poi continua: “La presenza del Papa alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico propone invece un’interpretazione e lettura del mondo ben precisa, che pone la fede innanzi ad ogni percorso della conoscenza. Tale posizione può risultare, come troppo spesso è avvenuto in passato, fonte di censura della conoscenza e non di confronto libero del sapere”.

A parte il fatto che la fede apre alla conoscenza perché grazia che illumina l’intelletto – ne sono prova i molti scienziati credenti - però c’è da aggiungere che storicamente i censori della conoscenza e del dialogo sono spesso stati i nemici della Chiesa e quindi della fede cattolica, non i credenti. La chiusura è pregevole: “Nessuno, tantomeno i docenti della Sapienza, vuole esercitare un arrogante diritto censorio sulla libertà di espressione del pensiero religioso, o politico che sia, in nome di un laicismo di stato.” Ed infatti Parisi & Co. chiesero che il Papa non mettesse piede alla Sapienza.

Morale della storia: un bell’esempio di sostegno alla libertà di pensiero e di confronto proveniente da chi ne fa i principali capisaldi di una molto sbandierata libertà di ricerca.

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