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Il Curato d’Ars: il parroco che conquistava le anime

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Un prete umile e dalla scarsa preparazione è diventato guida spirituale capace di parlare toccando anche i cuori più duri. Quella di san Giovanni Maria Vianney è la testimonianza di un sacerdozio vissuto come dono fino in fondo.

Cultura 16_03_2026

Una vita donata a Dio e alle anime
All’inizio dell’Ottocento, in una Francia ancora segnata dalle ferite della Rivoluzione, prende forma la storia di una delle figure spirituali più influenti del clero cattolico: Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, destinato a diventare il patrono di tutti i parroci del mondo. È l’8 maggio 1786.
A Dardilly, nei pressi di Lione, in una famiglia di contadini, Vianney cresce tra il lavoro nei campi e una fede semplice ma profonda, respirata soprattutto nell’ambiente domestico grazie agli insegnamenti della madre.
La sua giovinezza non è facile. Arriva all’adolescenza con una preparazione scolastica molto limitata e vive in un periodo in cui la pratica religiosa è spesso ostacolata dal clima politico della Rivoluzione francese. Nonostante le difficoltà, proprio in quegli anni matura in lui il desiderio di diventare sacerdote. I primi passi della sua vita cristiana avvengono quasi di nascosto: la confessione e la Prima Comunione sono celebrate in luoghi improvvisati, durante messe clandestine celebrate da sacerdoti rimasti fedeli alla Chiesa.
Sostenuto da alcuni sacerdoti e in particolare dall’abbé Charles Balley, riesce a superare i limiti negli studi e a proseguire il cammino verso il sacerdozio. Ordinato nel 1815, pochi anni dopo viene inviato ad Ars-sur-Formans, un piccolo villaggio di appena 230 abitanti.
Il vescovo lo avverte che in quella parrocchia non c’è molto amore: sarà lui a doverlo portare. Con uno stile austero, una carità instancabile e una straordinaria dedizione al sacramento della confessione, Vianney trasforma quel minuscolo paese in una meta di pellegrinaggio per fedeli provenienti da tutta la Francia.
Offre tutta la sua vita, disposto a sopportare ogni genere di sofferenza, per la conversione delle anime affidate alle sue cure. Il suo tempo è interamente dedicato alla celebrazione dell’Eucaristia e alla confessione, alla quale arriva a consacrare fino a diciassette ore al giorno. La sua presenza suscita il pentimento nei cuori: molti vedono nel suo volto, segnato dalla penitenza, insieme il dolore per il peccato e la misericordia di Dio. Muore il 4 agosto 1859, dopo aver consumato la propria vita per Dio e per le anime.
Umile parroco di campagna, ma guida spirituale capace di parlare al cuore delle persone, il Curato d’Ars diventa così il simbolo di un sacerdozio vissuto come dono totale a Dio e agli uomini: una testimonianza che ancora oggi continua a indicare un modello luminoso per la vita dei sacerdoti.
Nel 1925, anno della sua canonizzazione, viene proclamato patrono dei parroci di tutto il mondo. Papa Benedetto XVI ne ha ribadito l’esempio per tutti i preti, ricordando che «Dio è la sola ricchezza che gli uomini desiderano trovare in un sacerdote».
«Alla base dell’impegno pastorale – affermò ancora Benedetto XVI il 5 agosto 2009 – il sacerdote deve porre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo potrà insegnare a tutti questa unione, questa amicizia intima con il divino Maestro».

Le sue parole sulla confessione e sull’Eucaristia
Il Curato d’Ars è profondamente consapevole della grandezza del sacerdozio e vive la propria vocazione con immensa gratitudine. Nei suoi insegnamenti torna spesso sul significato e sulla responsabilità di essere sacerdote, sottolineando il ruolo straordinario che il prete esercita nella vita della Chiesa.
«È un Sacramento che sembra non riguardare alcuno tra voi e che riguarda invece tutti», afferma parlando del sacerdozio. «Questo Sacramento eleva l’uomo sino a Dio. Che cos’è un prete? Un uomo che tiene il posto di Dio ed è rivestito di tutti i suoi poteri». Per questo, spiega, quando il sacerdote rimette i peccati non dice semplicemente: «Dio ti perdona», ma pronuncia le parole: «Io ti assolvo».
Ai suoi fedeli ricorda anche che attraverso il ministero sacerdotale passano le grazie che Dio dona al suo popolo: «Tutte le benedizioni, tutte le grazie, tutti i doni celesti ci giungono attraverso il sacerdote». E aggiunge con stupore e gratitudine: «Un sacerdote, per quanto semplice sia, può far discendere il Divin Figlio nella Santa Ostia e dirvi: “Va’ in pace, ti perdono”».
Da qui nasce la sua grande venerazione per il sacerdozio: «Che cosa grande è un sacerdote! Il prete non lo capiremo bene che in cielo. Se lo capissimo sulla terra, moriremmo non di spavento ma di amore».
Il santo Curato d’Ars nutre una devozione profonda anche per il mistero dell’Eucaristia. Parlando della consacrazione eucaristica, dice con stupore: «Se ci dicessero: “Alla tal ora si deve resuscitare un morto”, correremmo tutti per vedere. Ma la consacrazione che trasforma il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Dio non è forse un miracolo ancora più grande?».
Tutta la sua vita ruota attorno a Gesù presente nell’Eucaristia. Egli pensa costantemente al Signore e parla di Lui come della realtà più viva della sua esistenza.
Per esprimere l’amore che prova per Cristo cita talvolta le parole di santa Caterina da Siena: «O mio caro Signore, se io fossi stata la pietra e la terra dove era piantata la tua croce, quale grazia e quale gioia avrei avuto nel ricevere il Sangue che colava dalle tue ferite!».
È convinto che chiunque incontri davvero Gesù non potrà fare a meno di amarlo: non esistono, dice, cuori così duri da restare indifferenti quando si scopre quanto si è amati da Dio.
Nella prossima puntata scopriremo come la dedizione del Curato d’Ars ha ispirato scrittori come Chesterton, Guareschi e Bernanos.



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