A 40 anni da Chernobyl, il nuovo "sì" al nucleare italiano
La maggioranza alla Camera ha votato a favore della legge delega sui nuovi reattori nucleari. Se anche il Senato conferma, sarà l'inizio di un lungo e rischioso iter per tornare al nucleare. Dopo 40 anni di assenza.
Quarant’anni dopo l’incidente di Chernobyl e il grande terrore del nucleare che portò, nel 1987, alla fine del nucleare civile in Italia, la Camera torna a dire sì all’energia dell’atomo. Il 4 giugno, la maggioranza ha infatti votato a favore della legge delega sul nucleare civile che autorizza il governo a predisporre tutta la cornice legale necessaria per installare nuovi reattori nucleari in Italia. Manca il voto del Senato, che si terrà entro l’inizio dell’estate. E poi al governo spetterà emanare i decreti attuativi che si prevedono entro Natale. Ma non sarà nemmeno allora sicuro il ritorno al nucleare. Ci sono ancora molti ostacoli e questo è l’inizio, non la fine, di un lungo percorso.
Nel 2022 il centrodestra aveva vinto le elezioni mettendo nero su bianco la sua intenzione di rilanciare il nucleare civile, basandosi, non su tradizionali centrali atomiche, ma su nuove tecnologie quali gli SMR (Small Modular Reactors, piccoli reattori modulari), reattori più piccoli e meno potenti, ma considerati più sicuri rispetto ai reattori tradizionali, assemblati in serie e più facilmente installabili. Lo studio del progetto è iniziato nel 2023 e nel 2025 è nata Nuclitalia – formata da Enel (al 51%), Ansaldo (al 39%) e Leonardo (al 10%) — con il mandato di valutare le tecnologie più adatte al contesto italiano.
Gli SMR sono considerati più sicuri delle grandi centrali, anche se meno potenti. I progetti dei nuovi impianti saranno affidati a enti pubblici e privati, ciascuno dei quali dovrà dimostrare di poter coprire autonomamente i costi di costruzione, gestione e smantellamento. Oltre agli SMR, il governo punta, per il futuro, anche all’installazione di AMR (Advanced Modular Reactors, reattori modulari avanzati) che hanno l’ulteriore vantaggio di riciclare il combustibile, dunque ridurre al minimo la produzione di scorie nucleari. Una volta a regime il nuovo sistema dovrebbe coprire da un minimo dell’11 a un massimo del 22% del fabbisogno energetico nazionale, secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin (Forza Italia).
Il punto dolente, però, sono i tempi. Secondo il ministro, vedremo in funzione i primi reattori fra 8 o 9 anni. Non prima del 2034! E per gli AMR, tecnologia ancora sperimentale, i tempi si allungano ulteriormente: non prima del 2040. Vuol dire che né questo governo, né il prossimo avranno l’onore di tagliare il nastro al primo reattore nucleare funzionante. I tempi sono dettati più dalla burocrazia che dall’ingegneria. Per costruire un reattore occorrono anche tre anni. Ma dovrà prima essere costituito il sistema delle autorizzazioni con l’Autorità deputata a farlo, e dovrà essere scelta la tecnologia.
Ci sono i soldi? Proprio il 4 giugno, per fortuita coincidenza, la Commissione Europea autorizzava gli Stati membri a chiedere più flessibilità fiscale per investimenti nella sicurezza energetica. L’Italia potrà spendere nei prossimi tre anni fino allo 0,3% del Pil (pari a circa 14 miliardi di euro), ma lo potrà fare solo in infrastrutture energetiche alternative alle fonti fossili. Sono comprese anche le spese per costruire i nuovi reattori nucleari? Secondo Pichetto Fratin: «L'Unione Europea ha dato degli spazi di bilancio, a questo punto valuteremo quali sono tanti gli interventi decarbonizzabili che possono essere inseriti». Quindi tutto ancora abbastanza nel vago. Ma si sa che il pensiero dominante nell’Ue è quello per le rinnovabili. Rischiamo che la concessione europea per una maggior spesa energetica, sia solo per fotovoltaico ed eolico.
L’opposizione solleva anche il problema delle scorie radioattive. E non a torto perché in Italia manca un deposito unico dei rifiuti radioattivi e dobbiamo stoccare le scorie in Francia. Luca Squeri, il relatore della legge, di Forza Italia, ammette ai microfoni di Radio Radicale: «Siamo in ritardo di 30 anni, non per colpa di questo governo ed è un passaggio necessario al di là del rientro del nucleare, perché già oggi produciamo rifiuti nucleari in campo medico. All'estero fanno a gara per averlo, perché ci sono grandi ritorni per il territorio, ma c'è mistificazione comunicativa che dobbiamo smontare».
In otto o nove anni, comunque, l’opposizione può organizzare molti modi per far deragliare il progetto. Tanto per cominciare, può andare al governo e bloccare tutto. Perché, a parte Azione (che ha votato a favore) e Italia Viva (astenuta), tutti i partiti attualmente all’opposizione hanno votato contro la legge delega. Se la coalizione del Campo Largo, a guida PD-M5S dovesse vincere le prossime elezioni, molto probabilmente fermerebbe il nucleare. Se anche non vincesse, potrebbe organizzare un terzo referendum anti-nucleare dopo quelli del 1987 e del 2011. Su questo il ministro dell’Ambiente si dice tranquillo (forse troppo, visti gli esiti dei precedenti): «è ovvio che va considerato (il referendum, ndr), ma anche rispetto al sistema dell'informazione e alla trasparenza: quello che dobbiamo fare è dare davvero tutte le informazioni necessarie, ma noto comunque una maggiore propensione da parte dei giovani» dichiara al Corriere della Sera.
Infine, ma non da ultimo, arrivati alla fase di progettazione c’è da considerare anche la possibile (anzi: molto probabile) sindrome NIMBY (“non nel mio cortile”) degli enti locali. La logica che oggi ha portato addirittura allo stop dei nuovi impianti di rinnovabili, politicamente correttissimi, nella Sardegna governata dal Movimento 5 Stelle. Quando si discuterà dove installare i nuovi reattori, chi li accetterà sul proprio territorio? E quando si discuterà su dove scavare il nuovo deposito unico dei rifiuti radioattivi, chi se lo aggiudicherà? Quanti e quali incentivi saranno necessari per convincere le autorità locali?
Il sì al nucleare votato alla Camera è dunque un passo importante, soprattutto considerando il sacro terrore che da almeno 40 anni gli ecologisti stanno diffondendo su questa fonte di energia pulita e a zero emissioni. Però la strada è ancora lunga e tutta in salita.

