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covid l'audizione

Lo show di Conte, smentito da se stesso e barricato sugli slogan pandemici

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Lo show in Commissione Covid dell'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte: smentito da se stesso sugli obbligi vaccinali, sbugiardato su un documento anonimo e irrimediabilmente trincerato dietro gli slogan del 2020 mentre la realtà, nel frattempo, su lockdown, cure, Green pass, vaccini, ospedali e stato di emergenza, lo ha già abbondantemente contraddetto.

Attualità 07_08_2026

Una lunghissima arringa difensiva nel corso della quale ha detto di aver fatto «il mio dovere, mi sono fatto trovare pronto», di «aver sempre agito col massimo scrupolo, in buona fede»; unita all’«orgoglio di aver rappresentato una grande comunità» e al rifiuto di «accettare lezioni di moralità».

Era attesissima l’audizione di Giuseppe Conte in Commissione Covid e l’ex presidente del Consiglio non si è sottratto alle oltre cinque ore di confronto con i commissari della Bicamerale di cui fino a ieri faceva parte, per dire la sua sulla gestione della pandemia.

Ma al di là delle oltre tre ore di difesa appassionata e retorica nel corso delle quali “Giuseppi” non ha esitato, rivolto agli esponenti di Fratelli d’Italia, a dichiararsi «il vostro nemico pubblico», «un plotone d’esecuzione nei miei confronti», manco fosse il colonnello Nathan Jessep di Codice d’Onore, di verità ne sono state chiarite ben poche.

Retorica e pochi dati, mozione degli affetti per giustificare i lockdown selvaggi, l’assalto agli ospedali, la preparazione del piano pandemico assente. Con uno scivolone iniziale, spacciato per coup de théâtre: l’annuncio di aver depositato in Procura a Roma un documento della Presidenza del Consiglio sulla vicenda delle mascherine della JC Electronics Italia Srl che si sospettava «contraffatte». Un tentativo di mettere in difficoltà proprio il Governo Meloni, che con i suoi uomini ha costruito sull’affaire mascherine una delle campagne più accese in questi mesi contro l’ex presidente del Consiglio grillino.

Ma il tentativo è stato subito smentito da Alice Buonguerrieri che nel rispondergli ha rivelato come il “documento scoop” che gli sarebbe arrivato in maniera anonima in realtà non fosse affatto nuovo, «poiché è già stato sottoposto al vaglio della magistratura con un esito opposto rispetto alle ipotesi da lui narrata».

Ma la sua narrazione, perché di questo si è trattato, è sembrata più la difesa di un reduce che ripete a macchinetta le solite cose mentre tutto scorre, un esponente di un ancien regime che pensa ancora di potersi permettere di continuare a dire mezze verità quando tutto intorno è cambiato, quando la realtà si è già ampiamente mostrata giudice di certe scelte.

Come quando, nel climax della sua arringa appassionata, l’ex avvocato del popolo a proposito dello Stato di emergenza e dei lockdown, ha dichiarato testuale: «La popolazione ha condiviso un patto proposto dal governo accettando di assoggettarsi alle restrizioni e conquistare la salvezza e la mia comunicazione ogni volta ha cercato di rinnovare questo patto, di mantenerlo vivo».

Condiviso un corno. Accettare di assoggettarsi alle restrizioni? Dimentichiamo le multe in spiaggia? La paura, anzi il terrore instillato giorno dopo giorno? La soppressione totale di ogni tipo di forma di vita sociale, le Messe sprangate, i supermercati con gli scaffali sbarrati, le attività chiuse e come unica motivazione la paura nera e irrazionale? Dimentichiamo le discriminazioni, gli studenti in Dad letteralmente rovinati? Le incongruenze irrazionali per far impazzire la gente, tipo quella del caffè seduti vietato, ma consentito al bancone? Tipo quella del non si può uscire a patto che non vada a comprare le sigarette? Dimentichiamo la follia delle autocertificazioni nelle quali raccontare all’autorità perché si stava uscendo e con chi?

È da frasi come questa che si comprende che in realtà, Conte con grande maestria ha usato la sua indiscussa qualità di giurista per affabulare i Commissari in una arringa verbosa e impostata che ricorda più l’Azzeccagarbugli che un ex premier intento a difendersi.

Certo, l’ex premier ha fatto bene ha ricordare alla Commissione che «chi mi critica dimentica che dopo c’è stato un altro governo che ha deciso di imporre i vaccini agli over 50 che invece io avevo ritenuto dovessero essere solo una scelta libera», sgravando persino l’ex ministro della Salute Speranza e tirando finalmente fuori dal cassetto il successivo presidente Mario Draghi; ma dimentica di dire anche che i provvedimenti della coercizione vaccinale furono votati in Parlamento anche dai Cinque Stelle, che sostenevano il governo dell’ex mister Bce.

È per questo che l’esponente di FdI Francesco Filini ha avuto buon gioco nel tirare fuori le sue dichiarazioni pubbliche di allora in cui diceva espressamente che «bisognava estendere l’obbligo vaccinale per garantire l’adesione alla campagna vaccinale». Una frase che da sola già spiega il fallimento e il costrutto che si sta cercando di difendere, ma da buoni esponenti dell’Ancien regime non si riesce più a giustificare.

Silenzio totale sulle cure assenti che avrebbero potuto salvare milioni di vite, un accenno sui danneggiati da vaccino con la solita sufficienza, come se si trattasse di pochi casi, ma comunque per i quali non sembra aver mai fatto nulla, appena balbettata la necessità di difendere lo Stato di emergenza che Sabino Cassese (l’ha ricordato lui) evocò come «una svolta autoritaria», ma difeso per non inceppare il meccanismo della Protezione civile.

L’audizione di Conte, che riprenderà il 14 settembre, è stata quel che doveva essere: una difesa d’ufficio di un esponente di punta della gestione della pandemia, che mentre la realtà si è già incaricata di smentirlo, continua a ripetere a macchinetta i motivi e i ritornelli che nel 2020 funzionarono, ma ai quali oggi non crede più nessuno.