Il cronista nel sepolcro, l'inchiesta di Messori sul Risorto
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La storia c'entra eccome con la fede anche quando è in gioco il soprannaturale. E Messori non ci stava a rinunciare alla verità proprio davanti alla risurrezione, senza la quale il cristianesimo franerebbe.
- Vittorio, cosa resta, di Andrea Zambrano
Pubblichiamo la recensione inedita di Dicono che è risorto, che padre Enrico Cattaneo sj aveva scritto in occasione della sua riedizione (Ares, Milano 2021), e che era originariamente destinata alla Civiltà Cattolica.
Prendendo in mano questo libro, qualcuno potrebbe dire: “Ecco il solito Messori, concordista, fondamentalista, apologista!”. Ma è proprio così? In realtà, Messori, con il suo stile piano, ragionato, a volte puntiglioso, tocca alcuni punti nodali del pensiero teologico contemporaneo. Primo fra tutti, è se lo storico abbia o meno diritto di intervenire su tutti i fatti narrati dai quattro Vangeli canonici, o solo su quelli che rientrano nell’esperienza umana. Nel passato, gli storici razionalisti che tenevano questa posizione, lo facevano non solo per correttezza metodologica, il che sarebbe anche giusto, ma soprattutto per un pregiudizio filosofico: il soprannaturale, dicevano, non solo sfugge all’indagine storica, ma semplicemente non esiste.
Purtroppo oggi molti la pensano allo stesso modo, pur dicendosi cristiani. Sostengono infatti che quando gli evangelisti mettono in gioco il soprannaturale, come è la risurrezione di Cristo, lì si arriva solo con la fede, la storia non c’entra, anzi, potrebbe anche disturbare. Che tuttavia il cristianesimo abbia un fondamento storico, nessun credente si azzarda a negarlo, ma poi, per paura di cadere nell’apologetica, non vuole scendere troppo nel concreto. L’importante, si dice, è mantenere il senso, il significato di una verità di fede, non il suo sostrato storico. Ma in questo modo, sostiene Messori, si finisce per chiudere la bocca allo storico, e se questo non è fideismo allo stato puro, poco ci manca.
Venendo alla risurrezione, oggetto proprio del libro, l’importante, dicono i soliti ipercritici, è capire che Dio ha riconosciuto in Gesù il suo servo, il suo figlio amato, il suo messaggio di amore; che poi le donne e gli apostoli abbiano trovato la tomba vuota e che abbiano avuto delle visioni, questo è il “residuo empirico” lasciato da quegli antichi autori, che erano ancora immersi in un mondo mitico. Ma per noi oggi, cristiani adulti, che separiamo la storia dal mito, quei racconti ci lasciano indifferenti: potrebbero essere successi come sta scritto, ma potrebbe anche essere vero il contrario; per la fede non cambierebbe nulla. Su questo, Messori non ci sta, ed ecco il suo libro.
Gli avversari della risurrezione non sono solo i teologi semi-razionalisti, ma anche quei divulgatori, maestri del dubbio, che si insinuano tra le pagine dei rotocalchi, e ora di internet, per far credere che Gesù in realtà non sia morto a Gerusalemme, ma se ne sia andato nel Kashmir dove è morto a 120 anni e dove è ancora possibile visitare la sua tomba (cfr. capitoli 18-19). Il buon Messori sa bene che nessun esegeta serio perderebbe il suo tempo dietro a queste fantasie, ma lui è preoccupato dei semplici fedeli, che sono già rosi da tanti dubbi e non sanno più dove appoggiarsi di fronte al cumulo di false documentazioni (alla Dan Brown). È vero che la storia, come l’archeologia, non crea la fede, ma è pur sempre una stampella per la fede. Il sepolcro vuoto non produce la fede, ma se il cadavere fosse ancora là, il credere sarebbe veramente andare dietro a un mito (cfr. capitolo 28). Seguendo il ragionamento di Messori, potremmo dire che se Gesù non fosse veramente esistito, il cristianesimo franerebbe, così come se Pietro non fosse morto martire a Roma, invano i vescovi di questa città si dichiarerebbero successori di Pietro.
Certo, non bisogna dimenticare che Pio XII, nella sua importante enciclica Divino afflante Spiritu del 1943 sull’interpretazione delle Sacre Scritture, sottolinea che nella ricerca della verità storica bisogna tener conto dei “generi letterari” (§ 3). Egli però si riferisce ai testi dell’Antico Testamento, e non dice nulla sui Vangeli, il cui “genere” è una questione ancora discussa tra gli esegeti. Questi ultimi sanno che gli evangelisti non sono solo raccoglitori di fonti, ma autori in senso pieno, con una loro finalità e una loro teologia. In ogni caso, la Divino afflante Spiritu mette in guardia dal ritenere che la storia sia «senza alcuna connessione con le verità di fede» (Introd.).
Che ci siano differenze, anche molto significative tra i quattro Vangeli, oggi non sembra turbare più di tanto i moderni esegeti, a differenza di sant’Agostino, che ha scritto quattro libri su La concordanza degli evangelisti. Oggi gli esegeti si appellano alla teologia di ogni singolo evangelista, spiegando così molte delle differenze. Anche Messori applica lodevolmente questo metodo a proposito sia di Matteo, che parla solo dell’apparizione del Risorto in Galilea, e sia di Luca che lo fa apparire solo a Gerusalemme o in Giudea (cfr pp. 103-107).
Ma lo storico non si accontenta di questo e si chiede: dove è veramente apparso il Signore? Solo in Galilea, o solo a Gerusalemme? Il “concordismo” spontaneo dei fedeli ammette le due apparizioni come entrambe vere, e per Messsori ci sono appigli in questo senso anche nei testi (cfr. capitolo 25). Ma non va dimenticato che in parallelo c’è il concordismo degli storici razionalisti, per i quali l’idea “mitica” della risurrezione nascerebbe tardivamente in Galilea, per poi, con intenti chiaramente apologetici, spostarsi a Gerusalemme: ecco così armonizzati i Vangeli (cfr. pp. 359-366).
Per concludere, citiamo uno dei bei capitoli iniziali (il 4), dove Messori evidenzia quel “filo rosso” che lega insieme tutti e quattro i Vangeli, sia pure in modi e forme diverse, ed è la testimonianza delle donne alla risurrezione. Si direbbe che questo è un bello scherzo del Risorto, che ha spiazzato non solo gli apostoli e gli evangelisti, ma può spiazzare anche molti teologi contemporanei.
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