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Il Covid è una scusa: vescovo chiude il seminario modello

I fedeli e i seminaristi di San Rafael hanno protestato per la proibizione di ricevere la Comunione in bocca. Dopo un Rosario interrotto dalla Polizia il vescovo ha chiuso il seminario modello: 39 seminaristi, più di 150 famiglie vicine alla realtà attiva sul territorio e chiamata la Vandea delle Ande dove si vive un cristianesimo da Opzione Benedetto. Ecco perché c'è il sospetto che si sia colta la palla al balzo per chiudere una realtà fiorente di vocazioni e "troppo cattolica" per i nostri tempi.
- COMUNIONE IN MANO, LO STRAPPO DI BETTAZZI/3 di Nicola Bux

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L’obbligo di comunione in mano sta sfuggendo letteralmente dalle mani. In Argentina addirittura ha portato alla chiusura del seminario. E non di un seminario qualsiasi, ma di una vera e propria perla nel deserto della carenza di vocazioni che anche in Argentina sta mietendo vittime.

A San Rafael, diocesi suffraganea della regione ecclesiastica metropolitana di Mendoza, il vescovo Eduardo María Taussig è stato categorico: basta proteste per ricevere la comunione in mano, basta polemiche dei fedeli, dei sacerdoti del seminario e soprattutto dei seminaristi. I quali sono tanti. Un piccolo esercito di 39 futuri sacerdoti, numeri effettivamente da far girare la testa per una diocesi di appena 230mila abitanti.

Ebbene: dopo le proteste e le richieste al vescovo, soprattutto dopo alcuni Rosari recitati davanti alle porte del seminario, il vescovo ha deciso di chiudere il seminario con la fine dell’anno accademico, che in Argentina finisce a dicembre.

Una misura decisamente drastica e ingiustificata a fronte di una richiesta dei fedeli e del clero legittima e in linea con la tradizione delle Chiesa e che avrebbe meritato ben altre risposte.

Il panico da pandemia sta lentamente cambiando la Chiesa o meglio: sta facendo venire fuori una Chiesa per nulla attenta ai fedeli, ma molto desiderosa di non farsi riprendere dall’autorità dei governi.

Certo, con la decisione di chiudere il seminario, il vescovo ha messo così un pesante macigno su una comunità fiorente di famiglie che proprio, appoggiandosi al seminario, hanno respirato un clima di un cattolicesimo che oggi si direbbe integralista, ma che in realtà è soltanto un cattolicesimo che non si è mescolato troppo con la mondanità.

Chi conosce la realtà la chiama addirittura la “Vandea delle Ande, dove le famiglie, grazie ai padri del seminario respirano un clima apologetico e per nulla incline a scendere a patti con il panorama complessivo offerto da un certo modo di intendere oggi la vita di fede: liquido, per non dire molle. Una piccola e fiorente Opzione Benedetto, se vogliamo.

Logico pensare che l’imposizione di ricevere la comunione in mano non sarebbe stata digerita e avrebbe prima o poi portato a scontri, ma nessuno avrebbe mai immaginato che si sarebbe arrivati a tanto.

Certo, non è bello vedere dei fedeli che protestano, ma c’è anche da dire che protestano per un diritto che in questo caso e per troppo tempo, in Italia come in Argentina, è sospeso sine die.

Il 5 luglio scorso, circa 500 fedeli di 150 famiglie della diocesi, si erano dati appuntamento per pregare davanti all’istituto religioso in Avenida Tirasso per chiedere il ripristino della norma. Era intervenuta la polizia. Il procuratore Fabricio Sidoti ha accusato l’organizzatore di aver violato le misure sanitarie e di aver infranto l’articolo 205 del codice penale (reato che prevede dai sei mesi a due anni di carcere per propagazione della pandemia).

I fedeli hanno scritto al vescovo e hanno ricordato che nella diocesi di San Luis, il neo vescovo Gabriel Barba nella sua prima Messa ha somministrato la comunione in bocca. Si tratta della stessa diocesi dove nel 1996, anno in cui entrò in vigore anche in Argentina la possibilità di distribuire la comunione in mano, il vescovo di allora monsignor Laise si rifiutò di aderire al nuovo protocollo. Si vede che certe decisioni, alla fine hanno portato ad un radicamento.

I fedeli e i sacerdoti hanno ribadito al vescovo che la loro «non è una disobbedienza alla Chiesa che permette che il fedele riceva la comunione in bocca o nella mano. È un diritto che non si può negare. E ci sono modi per soddisfare le regole sanitarie senza minare quel diritto».

Niente da fare. Il vescovo ha risposto picche e ha chiuso il seminario, evidentemente ritenendolo un pericoloso centro di indottrinamento. E ora la comunità è sotto choc

Proprio l’indottrinamento di alcuni presbiteri, accennato dal vescovo, è alla base del video di giustificazioni di Taussig il quale ha giustificato l’esigenza di continuare con la comunione in mano difendendo il concetto di «comune sentire» e spiegando che cosa significa la definizione canonica del «modo opportuno in cui ricevere la Comunione» secondo il canone 843. «L’opportunità è data dalle condizioni di tempo o di luogo». E ha preso a modello la Conferenza episcopale italiana che ha persino firmato un protocollo con il governo. Protocollo però, come abbiamo già notato, che non prevede l’obbligo di distribuzione della comunione in mano.  

Dal canto loro i fedeli hanno replicato con Redemptionis Sacramentum, l’istruzione in cui si ribadisce che non si può rifiutare il fedele che desidera ricevere la comunione in bocca, che resta la forma ordinaria della ricezione della Santa Ostia.

La decisione è una ferita nel corpo ecclesiale e non può essere altrimenti, Taussing ha anche detto di aver preso questa grave decisione in accordo con la Santa Sede. Sarà vero?

Di certo, quando negli anni ’60 le diocesi ribelli distribuivano la comunione in mano violando la legge della Chiesa, il Papa per cercare di andare incontro a loro e solo a loro, scrisse un indulto che è alla base della Memoriale Domini. Fu una disobbedienza legittimata.

Mutatis mutandis, cosa impedisce ora che, a fronte di un'altra disobbedienza, anche se legittima, si possa intevenire per i fedeli? Si arriverà a chiedere un indulto per poter fare ciò che fino a pochi mesi fa è sempre stato concesso? Improbabile: la questione della comunione imposta in mano senza alcun termine tocca il cuore della libertas eccleasie. E la Chiesa oggi non è più incline ad andare incontro al fedele che reclama. Bastona e basta. Soprattutto se deve punire quelle realtà "troppo cattoliche". 

+++AGGIORNAMENTO***

Il 30 luglio, dopo aver letto questo articolo, l'Arcivescovo Carlo Maria Viganò ha voluto esternare il suo disappunto sulla vicenda scrivendo al vescovo di San Rafael. Viganò ha inviato anche alla Bussola una lettera nella quale si dice "confuso e ferito". "Posso comprendere la Sua delusione nel vedere che, nonostante l’opera martellante di indottrinamento ultra-modernista compiuta in questi decenni, vi siano ancora dei bravi Sacerdoti e chierici che non antepongono la cortigiana obbedienza al doveroso rispetto nei confronti del Santissimo Sacramento", ha detto Viganò aggiungendo parole di rimprovero per il vescovo: "Vostra Eccellenza mi permetterà di farLe notare una certa qual incoerenza del Suo comportamento con il motto che Ella ha scelto per il Suo stemma: Paterna atque fraterna charitate. Non vedo nulla di paterno nel punire dei Sacerdoti che non vogliono profanare l’Ostia Santa, né alcuna forma di vera Carità per chi ha disobbedito ad un ordine irricevibile". 

Poi riferendosi al caso svizzero delle donne che "celebrano Messa", ha detto: "Mi chiedo se mons. Felix Gmür si distinguerà per lo stesso zelo che ha animato Lei, e se ricorrerà ai Dicasteri Romani per far punire in modo esemplare la sacrilega messinscena". E ha concluso: "Preghiamo tutti per i Seminaristi e per i fedeli di San Rafael a cui Lei, Eccellenza, ha dichiarato guerra".

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