• IL MARTIRE

Il beato Pino Puglisi, un padre per tanti giovani

Ricorre oggi, nel giorno del suo Battesimo, la memoria liturgica del beato Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Insegnò a tanti ragazzi, specie nel quartiere palermitano di Brancaccio, la paternità di Dio, aiutandoli a vivere e crescere come figli amati.

Palermo, quartiere Brancaccio, 15 settembre 1993: nel giorno del suo 56° compleanno, viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca padre Pino Puglisi. Viene assassinato sotto casa, in piazzale Anita Garibaldi, al numero cinque. Dopo il colpo, padre Puglisi cade a terra. Cade in silenzio, così come Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: “Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia”. Altra piazza, assai più grande; la città è la stessa, Palermo. È il 25 maggio 2013: il Foro Italico del capoluogo siciliano accoglie i fedeli che vedono, finalmente, padre Puglisi annoverato fra i beati della Chiesa cattolica. La data scelta per la memoria liturgica non sarà quella del suo tragico transito, vista la concomitanza con l’Addolorata, ma quella del 21 ottobre, giorno del suo Battesimo.

Personaggio scomodo per molti, padre Puglisi, un sacerdote che si era permesso di sottrarre tanti ragazzi alla mafia; dava fastidio quel suo impegno pedagogico troppo presente nelle strade della periferia di Palermo. Padre Pino Puglisi lavorava per costruire, con i “suoi” figli, un mondo diverso, un mondo migliore. Le sue energie erano tutte concentrate nel voler salvare le nuove generazioni di Brancaccio. Se si dovesse scegliere una parola-simbolo della sua missione sacerdotale, si potrebbe pensare alla parola “paternità”, sostantivo alto e poetico, che subito riconduce l’immaginario di ognuno ad altre due parole: “vita” e “amore”.

Tra padre Puglisi e i ragazzi di Brancaccio nasce, appunto, un vincolo d’amore che riesce a generare vita: il 16 luglio 1991 viene fondato il centro “Padre Nostro”, luogo – che non è solo luogo, ma spazio dell’anima – dove ogni ragazzo può sentirsi libero di vivere, di giocare e di apprendere. Sugli scaffali della biblioteca, Le avventure di Tom Sawyer e L’isola del tesoro, fiabe per sognare; poi ci sono le salette del doposcuola; e, ancora, il cucinino per i cento pasti al giorno da distribuire; il forno per insegnare ai bambini che il grano, se lavorato con amore, diventa pane; e poi, il patio, con il suo giardino di ulivi e limoni, luogo privilegiato per la preghiera serale.

Qualche anno prima della formazione del centro, Puglisi aveva proposto ai giovani un itinerario sulla preghiera del Padre Nostro. Sei incontri – condotti da novembre ad aprile – incentrati sulla prima parte della preghiera insegnata da Gesù: Padre; Nostro; Che sei nei cieli; Sia santificato il Tuo Nome; Venga il Tuo Regno; Sia fatta la Tua Volontà, questi i titoli degli incontri. Tutto il percorso ruotava attorno alla scoperta dell’amore del Padre, dell’esser dunque comunità di figli. Grazie all’impegno del sacerdote palermitano, i giovani prendevano consapevolezza di essere circondati da una moltitudine di uomini, loro fratelli, aventi ciascuno un dono, un carisma, un “talento”; scoprivano di poter apportare ognuno, con la propria vocazione, un tassello importante alla società. In una traccia scritta per questo cammino di preghiera, troviamo questa bellissima invocazione a Dio: “Ti benedico, Padre, perché nel tuo amore ci riveli chi sei Tu, nel Tuo mistero, e chi siamo noi, nella nostra realtà. Lascia, Padre, che mi fermi a contemplarti, per poter gustare la bellezza del Tuo volto, per far riflettere in me la tua immagine di Padre. Tu mi chiami a vivere da figlio Tuo, ad essere là dove mi mandi, là dove mi vuoi segno della Tua presenza, del Tuo Amore, della Tua Paternità. Abbà, papà mio, aiutami a comprendere la mia vita personale verso l’Amore, a capire qual è la mia missione particolare nel Regno”.

Queste parole del poeta-sacerdote entrano nei cuori di tantissimi ragazzi che grazie al suo impegno cambiano vita: non c’è più posto per esistenze senza direzione; non c’è più bisogno di indossare le maschere imposte dalle famiglie malavitose; Puglisi concentra le sue omelie, i suoi discorsi, su un dato certo: si è veramente liberi, quando si è consapevoli di essere figli di Dio; solo quando ci si riconosce tali, non c’è prigione dell’anima che tenga. “Da soli, non saremo noi a trasformare il quartiere. Noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualcosa, e se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”: è l’uomo dei piccoli passi, l’uomo della fraternità, il beato Puglisi. Nel suo sorriso, la bontà del Vangelo. Nei suoi occhi, sprazzi del Cielo. Padre Pino, un padre colmo d’amore per ogni figlio. Nel libro A testa alta, Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario (Einaudi, 2003), troviamo un esemplare racconto del rapporto che riusciva a instaurare con i suoi “figli acquisiti”. È Giuseppe Carini che parla, un giovanotto ventenne, studente di Medicina, che al mattino frequentava la facoltà di Palermo e al pomeriggio giocava al pallone coi coetanei del quartiere dov’era nato e vissuto; le sue amicizie provenivano dalle “famigghie” affiliate a Cosa nostra: “Volevo diventare come il cugino di mia madre, un uomo considerato da tutti. Poiché sono nato in quel quartiere, sono anche cresciuto con quel modo di pensare”. L’incontro con Puglisi gli cambierà la vita: “Poi ho saputo di questo sacerdote; l’ho conosciuto in seguito a una crisi interiore, ho incominciato a mettere in discussione quanto avevo condiviso in cultura e mentalità. Con padre Puglisi non ho mai parlato apertamente di quello che è stato il mio problema: lui mi ha accettato così com’ero. Qualche volta mi guardava, capiva questo disagio interiore, ne sapeva la provenienza”.

L’arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore Pappalardo, nel giorno dei suoi funerali, celebrati il 17 settembre 1993, pronunciò queste parole: “Come gli antichi profeti, don Giuseppe era una sentinella di Dio in una trincea avanzata”. E, a questo ritratto, aggiunse infine, le parole – monito senza tempo – contenute nel Libro di Ezechiele del Vecchio Testamento: “Se tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta, chiederò conto a te. Se avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo”.

 

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