Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Eliseo a cura di Ermes Dovico
ORA DI DOTTRINA / 19 - IL SUPPLEMENTO

I vangeli sinottici scritti tra il 40 e il 54

Lo studio di Wenham propone una nuova datazione dei vangeli sinottici che conferma quanto già tramandato dai padri. Ovvero: Matteo intorno all'anno 40, Marco al 45 e Luca al 54.

Catechismo 10_04_2022
Portale della cattedrale di Chartres

Lo studio di John William Wenham, Redating Matthew, Mark and Luke (vedi qui), ha fornito abbondanti argomentazioni per confermare quanto le più antiche testimonianze hanno sempre attestato circa l’ordine di composizione dei Vangeli. L’attenta analisi dei passi paralleli dei primi tre Vangeli ha permesso altresì a Wenham di concludere che il problema sinottico può essere adeguatamente spiegato senza ricorrere all’idea di una dipendenza letteraria dei Vangeli considerati più recenti (Matteo e Luca) da Marco e da un’ipotetica “fonte Q”.

Ma come indicato esplicitamente dal titolo della monografia, Wenham propone anche una nuova datazione dei Vangeli sinottici davvero interessante. La parte più cospicua del suo lavoro, come abbiamo ricordato, riguarda la ricostruzione dei rapporti dei Vangeli tra loro e con la predicazione orale; ed è su questa base, assieme ad una puntuale riconsiderazione dei grandi riferimenti storici dell’antichità cristiana, come Papia, Ireneo, Panteno, Origene, Eusebio, Epifanio e Cirillo di Gerusalemme, che egli arriva a datare Matteo intorno all’anno 40, Marco al 45 e Luca al 54.

Il ragionamento di Wenham parte proprio dall’opera dell’ultimo evangelista e ricalca in alcuni punti le acute considerazioni portate avanti da Robinson (vedi qui). Sappiamo che il terzo Vangelo deve necessariamente essere anteriore agli Atti, secondo quanto il suo autore riporta nel prologo: «Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio» (Atti 1, 1). Troppi elementi fanno capire che gli Atti devono essere precedenti all’anno 70, non essendoci alcun riferimento alla presa di Gerusalemme e alla distruzione del Tempio (silenzio comune a tutti gli scritti neotestamentari). Inoltre, il silenzio relativo al martirio di Pietro e Paolo – quest’ultimo seguito passo passo nei suoi viaggi, con particolare attenzione anche ai dettagli -, al terrore scatenato da Nerone, come anche al martirio dell’apostolo Giacomo, avvenuto nel 62, portano a considerare quest’ultima data come il limite massimo per la sua composizione. A ben vedere, gli Atti non mostrano alcun riferimento alle epistole paoline, né contenutisticamente né come accenno storico al fatto che l’Apostolo le abbia scritte. Il che potrebbe favorire una datazione ulteriormente anticipata.

Il minimo che si possa dire è che il Vangelo di Luca non può quindi essere collocato posteriormente all’anno 62.  Ma un’attenta considerazione del capitolo ottavo della seconda lettera ai Corinzi, spinge ad una data anteriore più precisa. Questa lettera, composta tra il 54 e il 56 d.C., ha un passo di estrema importanza per il nostro tema; eccolo: «Con lui [Tito] abbiamo inviato pure il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del vangelo» (8, 18). Per evitare di ammettere che si possa trattare di un riferimento al terzo Vangelo, si è spesso sottolineato che il termine “vangelo” dev’essere considerato in generale, e non come riferimento allo scritto canonico. Eppure Wenham ragionevolmente si domanda: «Com’è possibile acquisire la fama di predicatore in tutte le Chiese? [...] È verosimile che un particolare uomo in Macedonia [da dove è stata scritta la seconda lettera ai Corinzi, n.d.a.] abbia guadagnato una tale reputazione da essere riconosciuto in Acaia come il fratello famoso per il suo servizio al vangelo? [...]. Se invece il vangelo di Luca era circolato nelle chiese della Grecia per un anno o due, allora effettivamente era diventato famoso per il suo servizio molto speciale al vangelo» (Redating, 236).

Questo dettaglio della lettera ai Corinzi porterebbe a ritenere il vangelo di Luca anteriore all’anno 56, data limite della lettera paolina nella quale si trova il versetto esaminato. Probabilmente, la composizione del Vangelo risale al periodo tra il 50 ed il 56, ossia quell’arco di tempo in cui, dopo l’arrivo a Filippi, Luca negli Atti inizia a raccontarci di Paolo ricorrendo alla terza persona e non utilizzando più la prima persona plurale, segno che in questo periodo di tempo, nel quale Paolo fece numerosi viaggi, Luca era invece “a riposo”.

Per la datazione di Marco, il riferimento fondamentale è l’antica tradizione – dunque fonti esterne – che affermano che l’evangelista era presente alla predicazione di Pietro a Roma dal 42 al 44. La dipendenza di Marco da dettagli particolari che indicano la testimonianza di un testimone oculare, sempre vicino al Maestro, conferma queste fonti. Gli anni che vanno dalla partenza di Pietro da Roma (ca 44) al rientro di Marco a Gerusalemme, intorno al 46, potrebbero essere quelli “papabili” per la stesura del secondo Vangelo. In ogni caso, il vangelo di Marco doveva essere già in circolazione prima che Luca ponesse mano a scrivere il proprio.

Infine, il primo vangelo. La testimonianza di Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica III, 24. 6) indica che Matteo avrebbe messo mano al suo scritto per compensare la mancanza della sua presenza fisica, dovuta alla sua prossima partenza dalla Palestina. L’anno 42 fu un anno particolare: Pietro venne liberato dalla prigionia, Giacomo il Maggiore venne ucciso, mentre il Minore prendeva le redini della chiesa di Gerusalemme. In questo anno, quasi tutti gli Apostoli lasciarono la Palestina, per andare a predicare il Vangelo. È dunque anteriormente a questo anno che il Vangelo dev’essere stato scritto in aramaico o in ebraico. Questa collocazione temporale coinciderebbe con un’altra indicazione tratta dal Chronicon di Eusebio, e cioè che Matteo abbia scritto il suo vangelo nel terzo anno del regno di Caligola, quindi intorno al 41.

«La nostra “soluzione” al problema sinottico – conclude Wenham - non fornisce quella specie di risposte che alcuni stanno cercando, ma [...] conferma la generale fondatezza dell’antica tradizione, mostrando che le evidenze esterne e le evidenze interne sono significativamente in stretto accordo. Essa ci offre due vangeli che contengono l’insegnamento degli apostoli ed un terzo, scritto da uno che ha seguito tutto da vicino per lungo tempo. Essi sono stati scritti in date in cui molti di quelli che erano vivi potevano confermare o contraddire quanto era stato scritto. [...] Ciò conferma il diritto della Chiesa cristiana di mantenere la sua posizione tradizionale per quanto riguarda i suoi documenti di fondazione della fede senza compromettere la sua integrità» (Redating, 244).