• SCIITI CONTRO SUNNITI

Guerra di droni nel Golfo. Colpito l'oro nero saudita

Un attacco con droni ha colpito il cuore dell'industria petrolifera saudita all'alba di sabato 14 settembre. Gli Houthi, ribelli sciiti dello Yemen, hanno rivendicato l'attacco. Ma l'Arabia Saudita e gli Usa accusano soprattutto l'Iran, che avrebbe fornito i droni alle milizie sciite locali. In attesa delle indagini, sale la tensione nel Golfo.

Arabia Saudita, i pozzi colpiti dai droni

Un attacco con droni ha colpito il cuore dell'industria petrolifera saudita. All'alba di sabato 14 settembre, un'operazione su larga scala - condotta da almeno dieci velivoli senza pilota – ha centrato due delle principali installazioni petrolifere del Regno.

Il primo impianto colpito, Abqaiq, è forse il più importante, a livello globale, per il trattamento del petrolio. Nella struttura viene gestito quasi tutto il greggio esportato, proveniente dal maggior campo petrolifero convenzionale al mondo, quello di Ghawar. L'altro impianto colpito, Khurais, è il secondo campo saudita per quantità estratta di greggio. Di colpo, Riad ha quasi dimezzato la propria produzione petrolifera, con gravi conseguenze anche a livello internazionale. A causa dei danni subiti, l'Arabia Saudita – stando a una dichiarazione ufficiale di Aramco – perderà, almeno temporaneamente, 5,7 milioni di barili al giorno, ovvero circa il 5 per cento dei rifornimenti petroliferi a livello globale. Con il rischio che il prezzo dell’oro nero vada alle stelle e che si complichino ulteriormente i già fragili equilibri della regione mediorientale.

I responsabili dell'attacco sembrerebbero essere gli Houthi – i ribelli che combattono in Yemen contro il governo riconosciuto -, che lo hanno immediatamente rivendicato  attraverso il loro canale televisivo Al-Masirah.  In effetti, i raid dei ribelli contro il territorio saudita non sono una novità; da anni, gli Houthi colpiscono il Paese vicino con missili e droni armati, centrando aeroporti e impianti petroliferi, finora però senza causare particolari danni. Negli ultimi mesi, tuttavia, i ribelli hanno notevolmente sviluppato le loro capacità militari, passando ad armi potenziate e a tattiche più complesse. Già in possesso di sistemi di difesa aerea e missilistica – in particolare, Fater-1 e Thaqib-1 –, gli Houthi stanno sviluppando anche nuove capacità offensive. La dimostrazione di ciò sarebbero proprio gli ultimi raid lanciati contro Arabia Saudita: i droni degli Houthi sono in grado di volare per più di mille chilometri per raggiungere il loro obiettivo, come nel caso dell'attacco che, lo scorso 17 agosto, ha centrato il campo di gas naturale liquefatto di Shaybah, nel territorio orientale dell’Arabia Saudita. Eppure, quell’attacco è stato soltanto una “prova generale”, in vista dell'operazione su larga scala dello scorso sabato: il primo raid a colpire davvero nel segno, causando ingenti danni al Regno saudita, uno dei principali esportatori di petrolio a livello mondiale.

Risale al 2015 la rivalità tra Houthi e Arabia Saudita, quando, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra civile yemenita (marzo 2015), il Regno è sceso in campo - a capo della coalizione araba - in sostegno del presidente Rabbo Mansour Hadi, destituito dai ribelli con un colpo di stato, ma riconosciuto dalla comunità internazionale. Nel corso degli anni, lo scontro in atto è sembrato estendersi oltre i suoi confini. Riad ha iniziato a sospettare che fosse Teheran a inviare armi ed esperti militari ai ribelli yemeniti. Prova del coinvolgimento iraniano in Yemen sarebbero proprio i droni impiegati dagli Houthi negli attacchi contro l'Arabia Saudita. Il collegamento tra i droni degli Houthi e l’Iran era già stato stabilito nel gennaio 2018 dalle Nazioni Unite, secondo cui i velivoli prodotti in Yemen avrebbero avuto le stesse capacità dei veicoli aerei senza pilota iraniani Qasef-1. Affermazioni respinte con forza dai ribelli yemeniti, che avevano dichiarato di possedere le necessarie competenze per costruire i propri droni.

L’episodio di sabato rischia di esasperare le tensioni fra i due Paesi. Teheran è stato ritenuto responsabile dell’attacco dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, secondo il quale non vi sarebbe alcuna prova “che gli attacchi provengano dallo Yemen”. L'Iran avrebbe ignorato i ripetuti inviti alla de-escalation nell'area, lanciando, al contrario, “un attacco senza precedenti contro le forniture energetiche mondiali”. Accuse categoricamente respinte dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Mousavi, che ha parlato di “menzogne”, definendo le parole di Pompeo “un piano dei servizi segreti e delle agenzie di intelligence per distorcere l'immagine del Paese, nel tentativo di porre le basi per mosse future”.

Bisognerà aspettare l'esito dell'indagine avviata dalla coalizione araba, per saperne di più sulla dinamica e le responsabilità dell’attacco. Ma la prima conseguenza del grave danno economico inferto al Regno saudita è già sotto gli occhi di tutti, con l’approfondirsi del solco tra Teheran e Washington.