Gli Usa si preparano per il voto di Metà Mandato. Primo test per Trump
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Il martedì 3 novembre, fra tre settimane, si voterà negli Usa per il rinnovo della Camera, di 35 senatori e di 39 governatori (fra cui 3 Territori). Sarà una prova generale per la politica di Trump, considerando quanto abbia personalizzato queste elezioni. I Democratici sono dati in vantaggio.
Il martedì tre novembre, tre settimane da oggi, negli Usa si voterà per le elezioni di Metà Mandato (Mid Term). Si rinnova gran parte del Congresso: si vota per la Camera, i cui deputati sono eletti per 2 anni e si vota per una rotazione del Senato, la camera in cui sono rappresentati gli Stati, dove i senatori restano in carica per sei anni. In questa rotazione verranno eletti i senatori di 33 Stati. In altri due, Florida e Ohio, si voteranno le elezioni suppletive per sostituire JD Vance (attuale vicepresidente degli Usa) e Marco Rubio (Segretario di Stato). Infine, si vota per il rinnovo dei governatori di 36 Stati e di 3 Territori (Guam, Marianne settentrionali e Isole Vergini). Sarà dunque rinnovata la maggioranza dei governi locali e del Congresso. E si determinerà come e quanto Donald Trump potrà governare, rapportandosi con il potere legislativo e con gli Stati.
Finora i Repubblicani mantengono la maggioranza sia alla Camera che al Senato ed hanno una maggioranza anche nei poteri locali. Una circostanza unica nel suo genere che, accompagnata da una Corte Suprema a maggioranza conservatrice, ha donato a Trump un potere pressoché incontrastato per due anni. I rapporti di forza potrebbero (condizionale d’obbligo) cambiare dal prossimo mese. I sondaggi danno i Democratici in vantaggio alla Camera, iniziano a darli in vantaggio anche al Senato, nonostante si voti in Stati che sono in maggioranza repubblicani e potrebbero conquistare anche diversi governi locali. Se queste previsioni fossero corrette, fra un mese Trump sarebbe nella condizione di “anatra zoppa”, cioè un presidente che può realizzare meno di quanto vorrebbe a causa dell’opposizione dei contropoteri.
Alla Camera, il Wall Street Journal analizza il voto per collegio e trae la conclusione che ai Democratici, stando così le cose, per conquistare la maggioranza basterebbe conquistare 7 seggi sui 23 considerati attualmente in bilico e consolidare i risultati in 16 altri seggi ancora competitivi dove sono attualmente dati in vantaggio. Non un’impresa impossibile, considerando che dalla loro hanno già 195 seggi considerati ormai quasi sicuri, contro i 192 dei Repubblicani. La maggioranza si conquista al raggiungimento dei 218 seggi. La media dei sondaggi nazionali, effettuata da Real Clear Politics, dà i Democratici in vantaggio alla Camera con il 50% dei voti, staccando i Repubblicani fermi al 42%. E si tratta di un dato consolidato, perché è dall’inizio dell’estate ad oggi che la media dei sondaggi dà in vantaggio la sinistra, con uno stacco che va dai 5 ai 10 punti, a seconda dei periodi.
Al Senato, la camera alta che i sondaggisti davano sicuramente per scontato che venisse vinta nuovamente dai Repubblicani, la situazione appare oggi molto più incerta. Secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics restano 8 Stati in bilico e 5 quasi decisi, di cui 2 Democratici e 3 Repubblicani. Incredibilmente il seggio del Texas, feudo repubblicano, è ora in bilico e potrebbe essere vinto da James Talarico, un “cattolico adulto” che abbiamo già conosciuto su queste colonne. Il motivo della sua crescita è in buona parte passivo, perché Trump ha praticamente imposto la candidatura di Ken Paxton, che ha infine battuto alle primarie il senatore in carica John Cornyn (considerato dal presidente troppo indipendente). Paxton è un personaggio molto controverso: procuratore generale, ha subito diverse indagini giudiziarie per frode e altri reati civili, cattiva condotta e anche frode elettorale. Occhi puntati anche sul Michigan, dove i Democratici candidano Abdul El Sayed, contro il repubblicano Mike Rogers. Se fino a questo autunno, i sondaggi davano in vantaggio quest’ultimo ed El Sayed, con la sua retorica islamo-marxista, era considerato un cavallo perdente dal principio, i rilevamenti di questo autunno hanno ribaltato i rapporti di forza. El Sayed potrebbe vincere, ha da 2 a 3 punti di vantaggio rispetto al favorito. Infine, altra corsa interessante è in Ohio, dove il seggio lasciato vacante da JD Vance potrebbe non essere riconquistato dai Repubblicani, che candidano un veterano della politica locale, John Husted, contro un altro veterano politico democratico, Sherrod Brown, un liberal campione delle cause Lgbt. Quest’ultimo è dato in vantaggio di ben 3 punti sul suo avversario, secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics. Un altro Stato tradizionalmente repubblicano ma che ora è in bilico è l’Iowa, regione agricola del Midwest che ha perso molto a causa della crisi dei prezzi. Attualmente i due candidati al Senato, la repubblicana Ashley Hinson e il Democratico Josh Turek sono dati alla pari.
Dando una rapida occhiata anche alle elezioni per i governatori, che hanno un’enorme importanza a livello locale, anche in questo caso i Democratici sembrano lanciati verso la conquista della maggioranza degli Stati. A parte confermare le loro roccaforti: California, Colorado, New York e tutta la East Coast (tranne Vermont e New Hampshire, repubblicani e probabilmente destinati a rimanere tali) i Dem possono vincere in Ohio, Georgia e Nevada, attualmente governati dalla destra.
Ma alla fine non c’è veramente alcuna certezza sui risultati di queste elezioni, fra le più imprevedibili di sempre. Oltre alle cause locali degli Stati in cui si vota, temi generali che possono condizionarli tutti sono: la popolarità di Donald Trump, in declino da tutto l’anno e l’inflazione che continua a crescere, dal 2,9% del 2024 al 3,4% previsto su base annuale per il 2026. Un’inflazione trainata soprattutto dal caro-carburanti, che spiega alcune mosse di Trump, al limite del disperato, come l’accordo per comprare gasolio dalla Russia sospendendo le sanzioni. L’inflazione era stato il cavallo di battaglia di Trump per battere Biden e la Harris nella campagna del 2024, ora è il cavallo di battaglia dei Democratici. Dalla Camera dipendono le maggiori decisioni economiche, così come dal Senato anche le maggiori decisioni di politica estera che possono condizionare la vita quotidiana dei risparmiatori americani. Il grosso dell’economia e delle tasse è statale e quindi anche i governatori hanno voce in capitolo sull’inflazione.
Dal punto di vista delle personalità si entra in scenari molto più imprevedibili. Donald Trump punta tutto sul suo carisma e i candidati sono praticamente tutti approvati personalmente da lui. Partecipa in prima persona alla campagna elettorale con una serie di roboanti comizi in giro per tutti gli Usa. Ma non è detto che sia una carta vincente. Anzi: la popolarità di Trump è scesa al minimo storico del 38%, rispetto al 49% di inizio mandato. Pesano sicuramente gli Epstein Files, la gestione disinvolta dello scandalo, la mancata promessa del presidente di pubblicarli tutti e subito, il dubbio che nelle carte del finanziere ricattatore e pedofilo (morto in carcere nel 2019) il presidente abbia ancora molto da nascondere.
Peseranno anche le sue decisioni più controverse, fra cui la guerra in Iran, che incide direttamente sul caro-carburanti (a causa del blocco dello stretto di Hormuz) e che non accenna a finire, nonostante una trentina di proclamazioni ufficiali di “vittoria”. La guerra in Iran, inizialmente approvata da quasi tutti gli elettori di Trump, con percentuali bulgare, oggi ha finito anche col dividere il partito: il 20% degli elettori repubblicani che si definiscono Maga (Make America Great Again, sostenitori della linea di Donald Trump) oggi sarebbero favorevoli alla conclusione del conflitto costi quel che costi, un altro 37% è favorevole a continuarla, ma solo a condizioni che non vi siano ulteriori aumenti di costi per gli americani. Quel che c’è di peggio è che l’opposizione alla politica estera del presidente è fra i giovani, gli under 40, che sono anche quelli più propensi a mettere in discussione l’alleanza stessa con Israele nel Medio Oriente.
Per quanto riguarda i Democratici, invece, il loro vantaggio potrebbe essere eroso dall’ideologia troppo radicale di troppi loro candidati. Abdul El Sayed non è un caso unico. Le elezioni primarie hanno infatti determinato una vera conquista interna del Partito Democratico da parte dell’estrema sinistra, spesso appoggiata dai Democratic Socialists of America, i socialisti massimalisti. Gli americani sono pronti a votare per una svolta socialista? Anche in Senato?

