Gaza, un silenzio che nasce dall’assuefazione all’orrore
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La guerra nella Striscia ha superato da tempo il confine della rappresaglia in risposta agli orrori del 7 ottobre. Ciò che colpisce non è soltanto la brutalità dell’offensiva israeliana, ma anche la crescente incapacità di reagire da parte del mondo, che pare si sia abituato a questa tragedia.
A Gaza non arrivano più soltanto le bombe. Arriva il silenzio del mondo. Un silenzio pesante, organizzato, diplomatico. Un silenzio che non nasce dall’ignoranza di quanto vi accade: le immagini parlano, i video documentano, le testimonianze raccontano. Eppure si continua a tacere. Il silenzio che avvolge la tragedia non nasce dalla non conoscenza, ma dall’assuefazione: dall’orrore che, col tempo, è stato normalizzato, da una tragedia senza tregua, divenuta agli occhi di molti governi e di una parte dell’opinione pubblica internazionale quasi normalità. Eppure, col passare del tempo, nella Striscia si va consolidando un nuovo livello di devastazione, difficilmente comparabile con altre crisi contemporanee. Interi quartieri cancellati, famiglie sterminate nel giro di qualche istante, bambini senza più nessuno che possa riconoscerli. Ospedali trasformati in obitori improvvisati, medici costretti a operare senza anestesia, gente che muore non solo sotto i colpi dell’artiglieria – che, nonostante la tregua, continuano a uccidere – ma anche per fame, sete, infezioni e mancanza di medicine.
La guerra a Gaza ha superato da tempo il confine della rappresaglia. È diventata una macchina di annientamento che investe ogni aspetto della vita civile. Ciò che colpisce non è soltanto la brutalità dell’offensiva israeliana, ma anche la crescente incapacità del mondo di reagire. Le dichiarazioni ufficiali dei capi di governo e dei ministri degli Esteri si susseguono con formule ormai vuote: “preoccupazione”, “moderazione”, “diritto alla difesa”, “protezione dei civili”. Intanto, però, i civili continuano a morire. A oltre sette mesi dal cessate il fuoco, anche il piano di ricostruzione di Gaza, propagandato dall’Amministrazione di Donald Trump, appare sostanzialmente fermo. Dei 7 miliardi di dollari promessi da nove Paesi, soltanto gli Emirati Arabi Uniti e il Marocco avrebbero versato parte dei fondi, mentre Gaza resta senza case, cure e aiuti concreti.
L’Occidente, che per decenni ha costruito la propria identità sul linguaggio dei diritti umani e del diritto internazionale, appare oggi intrappolato in una contraddizione sempre più evidente. Quando le vittime sono palestinesi, ogni condanna sembra diventare dubbiosa, relativa, condizionata. Ogni richiesta di cessate il fuoco arriva tardi, indebolita, piena di eccezioni. E questa doppia misura non passa inosservata nel resto del mondo. D’altronde, le immagini di Gaza raggiungono i cellulari di miliardi di persone senza più la mediazione esclusiva delle grandi reti televisive occidentali. E quello che mostrano è difficile da conciliare con la narrativa di una guerra “chirurgica”.
Ciò che sta accadendo a Gaza è anche una guerra contro la testimonianza. I giornalisti palestinesi continuano a raccontare il conflitto mentre diventano essi stessi bersagli, spesso senza protezioni, senza vie di fuga, senza possibilità di evacuazione. Molti hanno perso colleghi, famiglie, case, amici, eppure continuano a filmare, scrivere e trasmettere. In nessun altro recente conflitto il numero di giornalisti ammazzati è stato così alto e in così poco tempo. Ed è impossibile ignorare il significato simbolico di tutto questo: colpire chi documenta o certifica quanto accade significa comprometterne la memoria futura. Secondo i dati riportati dalle Nazioni Unite, aggiornati ad agosto 2025, i giornalisti palestinesi uccisi sono almeno 242.
A Gaza si sta consumando anche il fallimento delle istituzioni internazionali. Le Nazioni Unite lanciano allarmi continui sulla crisi umanitaria, ma gli appelli restano spesso inascoltati. Il diritto internazionale umanitario, spesso evocato, rimane lettera morta. Questa mancata applicazione rischia di lasciare una ferita profonda nella credibilità dell’intero sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Perché se le regole valgono solo quando è conveniente applicarle, allora smettono di essere regole universali e diventano strumenti politici.
Naturalmente il trauma del 7 ottobre resta reale e profondo. L’attacco di Hamas contro i civili israeliani è sicuramente un crimine atroce, brutale, una ferita che ha sconvolto Israele e il mondo. Nessuna analisi seria può ignorarlo o minimizzarlo. Ma proprio per questo diventa ancora più importante distinguere tra il diritto di uno Stato a difendersi e la distruzione indiscriminata di un’intera popolazione civile. Confondere le due cose significa accettare l’idea che la sicurezza possa essere costruita sulla devastazione permanente.
Ed è qui che emerge la domanda più semplice di tutte: quale futuro dalle macerie di Gaza? Quale pace può emergere da una generazione di bambini cresciuti tra bombardamenti, lutti e fame? Ogni bomba che cade, oggi, non distrugge soltanto edifici; distrugge anche la possibilità di immaginare una convivenza futura. Alimenta rabbia, disperazione, radicalizzazione. Produce una memoria collettiva destinata a durare decenni.
Intanto, fuori da Gaza, il mondo si divide tra indignazione e cinismo. Milioni di persone manifestano nelle piazze chiedendo un cessate il fuoco immediato, denunciando quella che considerano una punizione collettiva contro la popolazione palestinese. Altri difendono senza riserve l’operazione israeliana, sostenendo che Hamas utilizza i civili come scudi umani e che la responsabilità ultima delle vittime ricade sull’organizzazione islamista. In mezzo, però, restano soprattutto i civili intrappolati, coloro che non hanno né potere politico, né armi, né possibilità di fuga.
Forse il punto più inquietante di tutta questa guerra è proprio questo: il rischio che il mondo si abitui. Che la vista di bambini insanguinati, di interi palazzi crollati, di campi profughi bombardati, smetta gradualmente di scandalizzare. La storia insegna che le tragedie più grandi diventano possibili quando l’orrore perde la capacità di sorprendere. Ed è qui che il ruolo delle parole torna centrale. Perché le parole possono anestetizzare, oppure svegliare. Possono nascondere oppure mostrare. Possono trasformare una strage in “danni collaterali” oppure restituirne il suo vero nome. Gaza, oggi, non è soltanto un luogo geografico. È uno specchio politico e morale nel quale il mondo sta osservando se stesso. E ciò che si vede non è rassicurante. Si vedono governi incapaci di fermare la carneficina, istituzioni internazionali paralizzate. Si vede il diritto internazionale calpestato, piegarsi agli equilibri geopolitici, vite umane trattate con valori diversi a seconda della nazionalità, dell’alleanza politica, della convenienza diplomatica. L’interrogativo al quale si dovrà dare una risposta non sarà soltanto cosa sia accaduto a Gaza, bensì: chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi ha guardato altrove mentre una popolazione intera veniva schiacciata sotto il peso della guerra. E forse il giudizio più duro della storia non cadrà soltanto su chi ha sganciato le bombe, ma anche su chi, potendo fermare almeno una parte dell’orrore, ha scelto di limitarsi alle dichiarazioni.

