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IL GEOLOGO

Frane e alluvioni, a qualcuno piace l'emergenza

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Dopo l'alluvione di Firenze del 1966 il governo istituì una commissione di studio che portò a una legge per favorire la prevenzione del rischio idrogeologico. Ma dopo il 2000 assistiamo a un analfabetismo di ritorno e alla prevenzione si sostituisce la corsa alle emergenze annunciate, soprattutto connesse al Riscaldamento globale....

Creato 20_05_2023

«Aprile 2006, Isola di Ischia. Enorme colata di fango con morti e senza tetto. L’evento ha occupato le prime pagine dei giornali, così come tutti i telegiornali. Poi il silenzio. È il fascino dell’emergenza e l’assoluto rifiuto del sistema Italia di percorrere la strada della prevenzione…». Con queste parole si apre l’Editoriale N. 2/2007 dello scrivente, Direttore della Rivista Italian Journal of Engineering Geology and Environment, che ospitava il Volume Speciale dedicato agli eventi alluvionali che hanno interessato questa isola.

Identiche considerazioni sono state ripetute il 26 novembre 2022, in occasione di un identico evento, in una simile località della stessa isola. Fatta eccezione per alcune considerazioni provenienti dal mondo accademico, la totalità degli interventi furono indirizzati all’abusivismo edilizio (assolutamente presente) e all’immancabile riscaldamento globale, o crisi climatica, ormai generatore di tutto ciò che accade sul nostro pianeta.

La stessa musica è stata suonata per l’alluvione delle Marche del 15 settembre 2022, per la recente carenza di acqua, meglio nota come siccità, ed ora per l’eccesso di acqua nella Regione Emilia-Romagna. È molto triste constatare come l’analfabetismo di ritorno del sistema scientifico che si occupa di Rischi Idrogeologici, come le Frane e le Alluvioni, abbia ormai pervaso tutti i settori della comunicazione e, ancora più grave, anche parte del mondo della ricerca.

Dopo i disastri culminati con l’alluvione di Firenze, il Parlamento italiano aveva istituito una Commissione Scientifica di alto profilo, la commissione De Marchi, con l’obiettivo di costruire un percorso normativo capace di creare le condizioni per l’avvio delle attività di Prevenzione del Rischio Idrogeologico. Nasce la Legge 183/89 sulla difesa del suolo e sono istituite le Autorità di Bacino, con il compito di produrre i Piani d’Assetto Idrogeologico, documenti pubblici sovraordinati, che devono consentire alle Regioni ed ai Comuni di programmare le attività territoriali attraverso la pianificazione.
Negli anni ‘80, sono finanziati attraverso il CNR I Progetti Finalizzati che coinvolgono tutto i settori della ricerca. Anche il tema dei rischi naturali è coinvolto. Son quindi costituiti il GNDCI (Gruppo Nazionale Difesa Catastrofi Idrogeologiche) e il GNDT (Gruppo Italiano difesa dai Terremoti).
Il livello di conoscenza del sistema Italia su questi temi raggiunge elevati livelli di consapevolezza, testimoniati dalla vasta letteratura scientifica. Pericolosità, rischio e gestione dell’emergenza diventano i temi messi a disposizione delle Comunità attraverso le Autorità di Bacino. La prevenzione dei Rischi Idrogeologici assume una priorità per tutto il decennio successivo.

Ma dal primo decennio del 2000, con l’introduzione delle Autorità di Distretto inizia un lento, ma inesorabile, analfabetismo di ritorno. Le Autorità di Distretto non producono e non aggiornano i Piani di Assetto Idrogeologico e le attività di prevenzione diventano enunciazioni vuote di contenuti. Le condizioni di Rischio del nostro paese sono sottratte al confronto scientifico e, via via, oggetto di dibattito dei talk show televisivi. Nasce la corsa alle emergenze annunciate, soprattutto quelle connesse al Riscaldamento Globale, elemento taumaturgico capace di guarire tutti i mali del pianeta, comprese le condizioni naturali del regime meteorologico.

Invece ci sono alcuni dati oggettivi su cui si dovrebbe riflettere, a cominciare dalla grande potenzialità del nostro paese, connessa alla disponibilità di acqua piovana: siamo uno dei pochi paesi d’Europa a registrare una piovosità media annua di circa 280 miliardi di m3 d’acqua a fronte di un fabbisogno del Paese di appena 18-20 miliardi di metri cubi/anno.

Invece di attuare politiche che favoriscono interventi mirati al generale governo delle acque (creazione di invasi a quote adeguate, casse di espansione e quanto la conoscenza scientifica e tecnologica italiana delle Scienze della Terra, dell’architettura e dell’ingegneria idraulica hanno prodotto in tutto il mondo), si centra l’attenzione alle fantasiose iniziative che mirano a controllare le piogge, la temperatura e quanto la natura ci offre da milioni di anni. 

E pensare che, da questo punto di vista, lo studio delle condizioni fisiche della penisola italiana mette a disposizione di tutti “la geografia fisica” che consente di leggere il paesaggio: un reticolo idrografico (prodotto da millenni di interazione tra condizioni geologiche e meteorologiche) caratterizzato da corsi d’acqua che, in verità, dovrebbero essere chiamati torrenti, e non fiumi, essendo caratterizzati da breve lunghezza, pendenze molto elevate ed un alveo molto molto ampio, e percorso quasi sempre da modeste quantità d’acqua per molti mesi l’anno, mentre per qualche mese questi alvei sono totalmente occupati dalle enormi portate connesse alle elevate piovosità. Esempi tipici di questo carattere sono le Fiumare, termine tecnico internazionale definito per descrivere questo tipo di corsi d’acqua.

Nel tempo, l’ampio letto naturale è stato via via occupato dall’espansione antropica, sono stati costruiti argini, spesso inadeguati, che hanno impedito alle portate naturali di espandersi adeguatamente. In occasione di queste piene le strade si trasformano in torrenti e le case realizzate nei posti sbagliati sono sommerse.

Ma, ricordare tutto questo può risultare noioso e ripetitivo. Mentre le “grida manzoniane” creano maggiori aspettative perché vendono a buon mercato soluzioni semplici e verosimili. Basta aprire un telegiornale, assistere ad un talk show per ascoltare roboanti soluzioni dell’esperto di turno.

* Ordinario di Rischi Geologici
Già Direttore del Centro di Ricerca CERI (Prevenzione Previsione e Controllo dei Rischi Geologici) dell’Università Sapienza di Roma.