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Fotovoltaico, il grande inganno

Il grandioso progetto Desertec, con un'enormità di pannelli solari piantati nel Nord Africa e l'energia da esportare in Europa, è già sull'orlo del fallimento: alcune grandi aziende si sono ritirate e mancano i soldi. Finisce il mito della "democrazia energetica".

Desertec

La notizia di questi giorni è che il progetto faraonico dei pannelli solari nel deserto nord africano, detto Desertec, deve far fronte a sempre maggiori difficoltà e le illusioni dell'esordio sembrano dover cominciare a fare i conti con la realtà. A gelare l'entusiasmo dei suoi partecipanti sono la crisi economica mondiale, i cambiamenti politici seguiti alle rivoluzioni della ex-"primavera araba" ed il mercato dell’anidride carbonica in agonia.

Si è ritirata per prima la Spagna, lo stato delle casse sembra non permettere l'assorbimento dei costi derivanti dal passaggio di ulteriore capacità sull'elettrodotto sottomarino esistente (capacità tra 400 e 1000 MW) che collega Marocco e Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra.  Su tale elettrodotto avrebbe dovuto passare tutta l’energia prodotta da Desertec. Più recentemente si è ritirato il gruppo industriale tedesco Bosch, seguendo di qualche settimana l'uscita di scena del conglomerato Siemens, tedesco pure lui, che ha previsto di mettere in liquidazione tutte le sue attività legate al settore solare. "Abbiamo deciso di non portare avanti la nostra partecipazione in Desertec l'anno prossimo (...) a causa di una situazione economica più difficile", ha spiegato un portavoce del gruppo Bosch. Desertec ora si ferma e sta cercando nuovi soci, spera che i cinesi si facciano avanti.

Sembrano lontani i tempi della “democrazia energetica” costruita sulle fonti rinnovabili e propagandata in Italia dal guru ecologista Rifkin invitato da politici di centrodestra, centro-sinistra e movimento 5 stelle, troppo spesso a spese del contribuente. Il modello proposto era semplice, o meglio semplicistico: al posto delle grandi produzioni centralizzate, si deve puntare sull’autonomia dei singoli edifici, di ogni centro. Il tutto doveva essere collegato in rete come internet e l’energia immagazzinata sotto la forma del “pericoloso” ed ormai dimenticato idrogeno (per supplire ai periodi senza vento e radiazione solare). Nel “nuovo mondo” ecologista ognuno doveva raggiungere l’autosufficienza energetica divenendo allo stesso tempo produttore, venditore e consumatore di energia.

Abbandonata l’economia di scala dei decenni passati in cui credevamo che sarebbe stato più efficiente centralizzare, nella visione che piace all’Europa la produzione di energia sembrava dover trasformare ogni edificio in piccola centrale, ogni famiglia si sarebbe dovuta identificare dal suo pannello e generatore eolico. A parole l’illusione di Rifkin risolveva tutti i problemi del nostro paese: non asfissiare il pianeta Gaia con le emissioni italiane di anidride carbonica, eliminazione dalla dipendenza dalle fonti fossili provenienti da aree a forte instabilità politica, forte ridimensionamento dell’influenza delle famigerate multinazionali che lucrano favorendo l’incremento dei consumi.

Il modello ha rappresentato l’obiettivo finché la non competitiva produzione fotovoltaica è stata fortemente incentivata dallo Stato. L’incentivo “statale” era talmente sostanzioso,  dell’ordine delle decine di miliardi di euro l’anno, che permetteva di non guardava a dove avveniva l’installazione, dalle Alpi a Lampedusa, in Scozia ed in Germania: il dover contribuire a salvare il pianeta non permetteva alcuna critiche e valutazione economica. Con il trascorrere degli anni le enormi spese per gli incentivi hanno pesato sulle tasche dei cittadini già svuotate dalla crisi - ad esempio in Italia le imprese mediamente sopportano costi dell’energia del 36,4%  maggiori della media Europea -, e solo allora si è improvvisamente scoperto che sarebbe stato meglio installare i pannelli in posti dove ci sono molte ore di luce solare, solo allora ci si è accorti che il numero di ore di sole nel centro e nord Europa non è sufficientemente remunerativo.

Intanto, grazie a quanto speso come incentivi dal contribuente, troppo spesso andato in gran parte a creare posti a basso costo in Cina, non appena finita la pioggia di contributi pubblici i prezzi dei pannelli solari si sono dimezzati. A questo punto è iniziata la realizzazione di progetti per enormi impianti fotovoltaici delocalizzati come Desertec in Nord Africa, progetti finanziati e gestiti proprio dalle “famigerate multinazionali che speculano sull’energia” che la “democrazia energetica” avrebbe dovuto far sparire.
 
Il progetto Desertec inizia in pompa magna nel 2009, raggruppa 21 società e 36 partner in 15 paesi, punta a creare entro 40 anni una vasta rete di installazioni eoliche e solari in Nordafrica e in Medio Oriente, per un investimento totale di 400 miliardi di euro. I primi ad aver avviato il progetto sono proprio i tedeschi, tra cui le assicurazioni Munich Re (la più citata per le statistiche dei danni dovuti ai cambiamenti climatici es. http://www.reteclima.it/i-costi-del-riscaldamento-climatico-e-la-crescita-dei-danni-climatici-nel-nord-america-i-dati-di-munich-re/  ), il gruppo Eon e Rwe o, ancora, Deutsche Bank. A loro si sono gradualmente uniti, tra i molti, gli italiani Enel e Terna, Intesa Sanpaolo ed Unicredit, i francesi Saint Gobain e lo spagnolo Red Electrica.

Le belle parole di Rifkin sulla “democrazia energetica” sembrano, con il trascorrere del tempo, divenire solo uno sbiadito ricordo: dall’instabile nord Africa arrivava il petrolio e gas ed ora è proprio lì che installeremo i nostri pannelli; anziché divenire energeticamente autosufficienti sembra che i cittadini dovranno continuare a comprare l’energia proprio dagli stessi che ora gestiscono le fonti fossili.

L’Italia ha investito moltissimo nell’energia solare, nel 2011 è stato il primo Paese al mondo per nuova capacita' di energia fotovoltaica connessa alla rete, realizzando da sola il 33% della nuova potenza istallata, ed è al secondo posto dopo la Germania per capacita' complessiva installata. La politica di sostegno alle rinnovabili attuata dall'Italia è sostenuta da incentivi pari a 6,7 miliardi di euro annui sul solare e 5,8 miliardi annui sulle altre rinnovabili (per l’ordine di grandezza è utile un confronto con il gettito IMU per la prima casa che è stimato circa 4 miliardi).  La Germania ha investito nel solare più di noi non avendo la disponibilità di una fonte rinnovabile per noi “non trascurabile” come l’idroelettrico, ma per tenere il costo dell’energia competitivo per le aziende tedesche continua ad avere un mix energetico dove il nucleare copre  il 18% della generazione elettrica ed il 60% di elettricità viene prodotto dal carbone e dal gas naturale. In particolare il carbone che – secondo un rapporto della Deutsche Bank –  da qui al 2015 andrà a sostituire  il gas naturale in un impianto a gas su quattro http://energyviews.enel.it/?p=1586 .

In Italia (trovate il mix nel grafico http://it.wikipedia.org/wiki/Produzione_di_energia_elettrica_in_Italia) invece abbiamo abbandonato il nucleare,  utilizziamo molto meno il carbone della Germania e gran parte della produzione avviene con l’uso del gas. Gli italiani rimangono più efficienti dei tedeschi, infatti le emissioni italiane di anidride carbonica sono  pari a 6,7 tonnellate per cittadino, minori della media europea e cinese, molto minori degli statunitensi che emettono 17,3 tonnellate di CO2.

Nonostante la realtà descritta dai dati, l’opinione diffusa è che la Germania è uno stato ambientalista mentre noi siamo molto meno attenti all’ambiente di loro e di gran parte dei paesi del mondo. Invece l’Italia rimane una nazione molto efficiente, per questo avrebbe dovuto affrontare il problema dell’inquinamento di Gaia a causa delle emissioni italiane con la dovuta prudenza.

Su alcuni temi ambientali spesso abbiamo una visione frammentata e non fondata sui dati, talvolta siamo illusi da sogni come la “democrazia energetica” ed angosciati dalle catastrofi naturali (i cui effetti, pur accadendo in tutto il mondo, conosciamo con maggior dettaglio e ci colpiscono emotivamente più delle disgrazie che avvengono nel condominio). Questa situazione sta trasformando l’Italia in un paese dove il costo dell’energia è insostenibile, le industrie delocalizzano, la speranza sparisce come i sogni in cui si è creduto e tutto sembra andar peggio mentre siamo sempre più soli ed impotenti contro ciò che accade. Inevitabilmente la crisi diminuisce le nostre “emissioni inquinanti” ma paradossalmente i nostri figli per lavorare sono costretti ad andare a respirare l’aria “più inquinata” delle nazioni che hanno avuto meno ideologia e più buon senso di noi.