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Chiesa cattolica

Fede, speranza e carità: la forza dei cattolici del Myanmar

Costruiscono chiese nei campi profughi con bambù e plastica, fermamente convinti che Dio non li abbandona, e offrono aiuto senza distinzioni di fede ed etnia

 

È cauto e difficile il ritorno a casa dei cristiani birmani dello stato Kayah, uno dei più devastati dalla guerra tra l’esercito governativo e le milizie popolari resistono alla giunta militare, al potere con un colpo di stato nel 2021. Mentre il conflitto continua, la Chiesa prova a ricostituirsi nei territori in cui non si combatte. Ma religiosi e fedeli trovano ovunque macerie. Villaggi che gli abitanti erano stati costretti ad abbandonare sono stati in gran parte dati alle fiamme dai combattenti. A raccontare la situazione dei fedeli della sua diocesi è monsignor Celso Ba Shwe, 61 anni, vescovo di Loikaw dal 2023, anch’egli profugo da anni. Un pericolo insidioso, ulteriore minaccia per la vita, sono le mine antiuomo disseminate all’inizio del conflitto tutto attorno alla città di Loikaw. Racconta il vescovo, raggiunto dall’agenzia di stampa AsiaNews, che questo è uno dei motivi per cui la maggior parte dei cattolici della sua diocesi continuano a vivere in foresta, nei circa 300 campi allestiti per gli sfollati e che ospitano più di 150.000 persone. Monsignor Ba Shwe ha scelto per ora di rimanere con loro anche dopo che la sede della sua diocesi è stata abbandonata dai soldati governativi che vi avevano posto una delle loro basi dopo averla bombardata. Racconta di come i fedeli, nonostante tutto, non smettano di sperare e di guardare al futuro. “Ogni volta che una comunità si sposta in un nuovo campo profughi – racconta il vescovo – la prima cosa a cui pensano i fedeli è dove costruire la chiesa, anche solo temporanea, con il bambù o la plastica. È lì che la gente trova consolazione e speranza ed essere accompagnati dai religiosi è per loro il segno che Dio non li abbandona”. “Le chiese – aggiunge – restano spartane: una croce, un telo, qualche tavola di bambù, da rifare a ogni stagione delle piogge. Ma alcuni campi profughi hanno imboccato una strada diversa e quelli che erano accampamenti di sfollati stanno diventando parrocchie vere e proprie, con sacerdoti e suore residenti. Molti hanno venduto quel poco che restava loro a Loikaw per trasferirsi in modo definitivo. All’inizio pensavano che sarebbe durato poco. Poi hanno capito che non sarebbe finita presto, e si sono trasferiti. Rinunciano a tornare, ma la loro decisione dimostra la capacità della Chiesa di mettere radici anche nello sradicamento”. Un altro aspetto sottolineato dal vescovo di Loikaw è il fatto che i campi profughi sono spesso comunità miste, spazi in cui cristiani cattolici, battisti e buddhisti convivono, ma dove la carità della Chiesa, offerta senza distinzione di fede o etnia, continua a essere riconosciuta anche da chi non è cristiano: “Molti buddhisti che non vedono da tempo i loro monaci, sono contenti di incontrare i sacerdoti cattolici”.