• Tra incubo e speranza

Eppure sono all’Inferno. Canto di Natale

Racconto di un’anima che è all’Inferno, eppur ha sempre rigato dritto: contraccezione per evitare l’aborto, eutanasia per pietà per il padre morente, due matrimoni e un figlio in provetta. Per uno così, posto nel presepe pare non esserci. Eppure, contemplandolo, nasce nel cuore una speranza per una vita diversa. Una possibilità di riscatto esiste per tutti grazie a quel Gesù Bambino nella mangiatoia.
- IGNORATO, MA CRISTO TORNA ANCORA, di Vincenzo Sansonetti

Sono all’Inferno. Un secondo fa o cento anni fa ero davanti a Cristo. Solo un grande silenzio. Ero rimasto muto, annichilito nel suo sguardo. L’Inferno è vivere con il peggio di sé per tutta l’eternità. Una solitudine di male senza fine.

Sono all’Inferno, eppure ho sempre rigato dritto. Da ragazzo mi facevo solo spinelli, mica droghe pesanti. Eppure, ora mi trovo qui. Poi con le ragazze che ho avuto ci siamo sempre amati sinceramente, cioè facevo l’amore con loro, non certo sesso. Eppure, ora sono tra i tormenti insopportabili dell’anima e quando risorgerà il corpo - giorno che attendo con terrore - si aggiungeranno anche le sofferenze fisiche. Da ragazzo avevo la testa sulle spalle, sempre preservativo o lei la pillola. Così anche da sposato, con la prima moglie, avevamo scelto di mettere al mondo i bambini in modo responsabile e quindi vai di contraccezione. Eppure, adesso la sto pagando cara.

Ho amato i bambini, tanto che con la seconda moglie, dato che ormai era avanti con l’età, abbiamo avuto un figlio in provetta. Eppure, un fuoco interiore ora mi consuma in modo lancinante. Non ho mai consigliato a nessuna delle mie amiche di abortire, anzi, dato che non volevo proprio che lo facessero, ho sempre consigliato loro varie soluzioni alternative, tra cui la pillola del giorno dopo. Eppure, le porte del Paradiso per me saranno sbarrate per sempre.

Ho sempre voluto bene agli altri. Ad esempio con mio padre malato di tumore e in coma ho deciso io di non farlo soffrire più e ho chiesto di staccargli le macchine. Eppure, ora una sofferenza inimmaginabile mi squarta l’anima in continuazione, senza sosta. Mi indignavo in Tv quando si parlava male di immigrazione e poi ho sempre fatto la differenziata, pagato quasi sempre tutte le tasse, mi sono pure vaccinato con tre dosi, ho sempre votato quei partiti votati dai ricchi per amore dei poveri. Pensavo che fosse sufficiente ed invece adesso mi trovo qui.

Andavo anche a Messa e a volte facevo anche la comunione. Anzi, da quando mi ero risposato, la facevo sempre più di frequente. Eppure non è servito a nulla. Questo Dio è troppo esigente, non è mai soddisfatto. Sono sempre stato tollerante con tutti: quando gli altri parlavano male di me, io mi limitavo a parlare male di loro, tanto quanto loro parlavano male di me. Né più né meno. Eppure, sono diventato un cittadino dell’Inferno a vita.

Ho cercato di salvare il mio matrimonio con tutte le forze, chiedendo aiuto anche ad alcune amiche, addirittura - pensate a quanto erano buone le mie intenzioni - ricorrevo al loro affetto per tentare di ridarmi la carica, di recuperare un rapporto ormai logoro, di rivivere la freschezza dei miei 20 anni ormai passati. Eppure, ora mi pare di morire ogni istante.

Sono sempre stato aperto di mente: mio figlio più grande è gay e non posso che esserne felice. Non sono stato un padre amorevole? A lui come all’altro figlio ho sempre dato tutto ciò che volevano, senza riserva. Mai un no, un rifiuto. Non faceva così anche Gesù? Sempre generosissimo, soprattutto con quello più grande, per fargli capire che io gli volevo più bene che sua madre, la mia ex moglie. Eppure, ora il buio più fitto mi acceca.

Non ho mai davvero mentito, ho solo detto bugie a fin di bene, le famose bugie bianche. Non mi sono mai arrabbiato eccetto in quei casi in cui mi hanno fatto perdere la pazienza. E poi ho perdonato sempre tutti coloro che mi hanno fatto del male - ed erano tantissimi - eccetto quelli che non se lo meritavano, perché non era giusto. Eppure, in questo momento, come vorrei trovarmi tra i perdonati.

Sono sempre stato un uomo colto, aggiornato, mica un ignorantotto: leggevo Repubblica e la Stampa e poi Saviano, Umberto Eco, Dacia Maraini e mi trovavo d’accordo su tutto con loro. Eppure, adesso tanta cultura mi pesa addosso come una condanna.

Ero per la pace nel mondo. E davvero, credetemi, ero così tanto convinto che tutti gli uomini sarebbero dovuti vivere in pace che quelli che non capivano questo concetto elementare li avrei messi al muro all’istante. Eppure, ora sono io a vivere senza pace. I miei dipendenti li ho sempre pagati quanto prevedevano i contratti nazionali, né più né meno, e forse per questo la mia ricchezza nel tempo è aumentata a dismisura. Eppure, ora sono all’Inferno per sempre. Per sempre.

Apro gli occhi. Era solo un incubo. Mio figlio, quello nato dalla provetta, mi ha svegliato dicendomi: “È Natale, papi”. Mi ricordo di mia madre che, nella notte santa, mi diceva di prendere Gesù Bambino e di metterlo nella mangiatoia. Poi lei pregava ed io insieme ai miei fratelli le stavamo dietro. Ma io ora non ricordo più una sillaba di quelle preghiere e non le reciterei più manco morto, tanto mi sentirei imbarazzato. Però lo vado a prendere questo Gesù Bambino. In fondo io sono legato alle tradizioni e a mio figlio piace questo semplice rito. Guardo la statuina con le braccine aperte. Sei lì silenzioso e non mi dici nulla, come nell’incubo? Guardo le altre statuine. Ne rimetto a posto una che era caduta. Le lucine riempiono di magia quel microcosmo. È tutto così ordinato, pulito, semplice, puro, innocente. Anche l’acqua di carta stagnola del laghetto mi pare la più limpida che io abbia mai visto. Mi viene in mente l’incubo, la mia vita che mi passava davanti agli occhi. Mi accorgo che quella vita, anzi, questa mia vita non avrebbe spazio nel presepe. Non c’è nulla in essa di ordinato, pulito, semplice, puro e innocente. Nessuna gioia vera, ma solo un vuoto disperato che riempivo di amarezze e di piaceri frenetici e disperati. E poi tanto rancore e odio verso di me.

Continuo a guardare la capanna e sopra di essa, nel cielo finto, una cometa che pare splendere di luce vera come non mai e poi i pastorelli, la lavandaia, il fabbro, gli angeli, il bue e l’asinello, Giuseppe e Maria. E infine Gesù Bambino. Nelle vene inizia a scorrere una certa nostalgia di un non so che. Un rimpianto di cose buone, antiche. Un brivido nell’anima. Una voglia prima piccina e poi immensa di silenzio, di tanto silenzio. Una voglia di cambiare. Di cambiare vita. Di cambiare me.

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